· Città del Vaticano ·

Fede e fragilità umana

Epifania dell’amore di Dio

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17 marzo 2021

È morto don Giorgio Mazzanti


Un piccolo chiostro disastrato, un pozzo in mezzo, operai che lavorano, poi una rampa di scale, e un’altra ancora, per arrivare a una piccola stanza affollata di libri, con una finestra sulle colline fiorentine, punteggiate da cipressi e ville secolari. Non potrò mai dimenticare quel giorno, la prima volta che arrivai a Giogoli, la prima volta che incontrai don Giorgio Mazzanti. Sono passati trent’anni. Anni disseminati di ricordi che non trovano spazio in questo articolo. Nel dicembre 2017 gli fu diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica (sla), che gli avrebbe tolto anche la parola e che se lo è portato via il 12 marzo, a 73 anni. Omelie è un testo che nasce dall’esperienza faticosa di questo sacerdote che, nonostante la malattia, si è reso testimone fino all’ultimo di una fede granitica innestata nella fragilità umana. La fede di don Giorgio mai distrae dalla vita, anzi si immerge in essa, non per catturarla ma per inginocchiarvisi dinanzi e rendere grazie a Dio. Una fede, la sua, che scava l’uomo, ma non per deturparlo o nientificarlo, bensì per esaltarlo nella sua umanità, una fede accolta che aiuta il cristiano a percorrere la via del “distacco”. Molte sono le volte che Mazzanti fa riferimento a questo distacco dal sapore mistico e che è l’opposto del possedere, modalità che cattura e uccide la vita. Tale distacco, di cui egli sovente parla, manifesta che non hanno più importanza la propria vicenda personale, la propria identità, il proprio carisma; tutto si svuota per far spazio a Dio. È il distacco dei mistici, di Meister Eckart.

Nel libro sono contenute alcune delle sue omelie, scritte quando la sua voce ha iniziato a vacillare e successivamente a scomparire. Ma se don Giorgio non è stato più capace di pronunciare parole, la sua “parola” vive e ancora riecheggia in queste pagine. Il metodo della raccolta delle omelie da me adottato non è quello cronologico né quello liturgico. Non c’è un itinerario da percorrere, perché ogni omelia ci pone sulla soglia del mistero; ogni omelia irradia il mistero ed è da lì che Mazzanti parla e interpella il lettore, conducendolo nel fondo di se stesso, dove talvolta regna lo sgomento, quel sentir vertigine che però può aprire alla speranza e alla gioia senza fine e che fa dire all’uomo: spero contro ogni speranza.

È questa apertura, questo rimando costante alla trascendenza che fa di questo libro un testo di profonda spiritualità, ma il termine va ben interpretato e non deve sviarci dal percorso indicato da Mazzanti: una spiritualità incarnata, che non dimentica mai il presente, ma lo accoglie senza edulcorarne gli spigoli. Una realtà accolta e letta senza griglie interpretative, ma con misericordia verso i propri e gli altrui peccati. Non usa il “raschino” di Eugenio Montale, Mazzanti, e non livella, non uniforma alla “dittatura” del tempo di cronaca il suo pensiero, ma mantiene la libertà di discernere, gettando luce sui “mali” della società contemporanea: l’esser affamati di successo, di potere, desiderosi di affermare il primato di sé sopra gli altri e anche contro gli altri, di cui sono esempio le numerose guerre che tappezzano il mondo, e tutto per una smania di possesso e di gloria che porta le persone a “prostituirsi” pur di ottenere consenso, che porta le persone a perdere il proprio “volto” in nome di una qualche “facciata”. Scrive Mazzanti: «Non l’arrivismo, ma il compiere il servizio feriale che ci è chiesto. Non distruggere il nemico, ma pazientare e pregare per lui».

La cronaca perde, qui, il suo carattere transitorio per trovare una significanza escatologica; ogni fatto diviene possibile rimando, occasione di meditazione. C’è all’interno delle omelie una tensione escatologica, un qualcosa che rinvia non alla fine, ma al Fine ultimo, verso il quale la storia umana si muove. Le parole di don Giorgio, allora, guidano il lettore verso il centro di se stesso e verso la sua realtà più profonda. Ma come accade tutto questo? Con quell’immergersi nella vita senza volerla catturare, con lo scavare nell’uomo senza nientificarlo o manipolarlo, bensì con l’esaltarne l’umanità. Ed è questo l’altro grande pilastro che regge ogni omelia: l’attenzione e l’accoglienza dell’uomo e della donna colti nella loro ferialità, nella loro fralezza. Ancora Mazzanti: «Noi non siamo la permanenza, noi tramontiamo e molto dell’universo e della storia procede senza di noi».

Sappiamo di avere un numero finito di primavere ma il sole alto che scalda, il profumo dei fiori, i colori delle primule sovente ci rendono dimentichi di esser solo di passaggio su questa terra. In queste parole si avverte l’urgenza del tempo che passa, un’urgenza dettata anche dall’avanzare della malattia, ma soprattutto dalla piena consapevolezza del proprio esser creaturale. Ed è allora che si affaccia lo sgomento, il timor panico. Ma poi tutto si scioglie e a quel sole, a quei fiori, a quel profumo si diviene grati, perché essi sono epifania di vita, di vita piena, che non muore. Sono epifania dell’amore di Dio. Certo, la sofferenza, la malattia non smettono con il loro pungolo di penetrare nella carne, ma, accolte, si trasfigurano in speranza e in mistica contemplazione.

Il testo seppur agile è denso e il lettore ben presto si accorgerà che quello che emerge è un fiume carsico che pian piano lo conduce nella profondità della vita cristiana, la quale non si dà in strategie o tatticismi o elaborati moralismi, che tutto giudicano e soppesano, ma nell’accoglier di esser figli di Dio.

La mia personale conoscenza di don Giorgio da oltre trent’anni mi ha reso testimone della sua vita “mangiata” dagli altri, della sua casa come porto di mare ove era possibile approdare per brevi o lunghi periodi, ove era sempre possibile trovar “bonaccia” e ristoro per poi ripartire. La presenza di questo sacerdote non “catturava”, perché pian piano egli scompariva per lasciar l’altro solo con Dio. Molti don Giorgio ha accompagnato senza mai sostituirsi a essi, ma affidandoli a Cristo e a Maria. La mia gratitudine verso quest’uomo è quella di molti.

di Edi Natali