· Città del Vaticano ·

Don Giovanni Carpentieri illustra un’iniziativa della diocesi di Roma per i ragazzi disagiati

«Devi sta’ lì»
come faceva Gesù

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17 marzo 2021

«Oggi ci sono tanti ragazzi in emergenza. Non pensano di esserlo, ma lo sono perennemente, non arrivano alla scuola, alla famiglia, al lavoro, neanche ai servizi sociali: semplicemente si rovinano l’esistenza, senza esserne i protagonisti». Nella periferia esistenziale giovanile di Roma, troviamo don Giovanni Carpentieri e Ospedale da campo per giovani, un’iniziativa diocesana a cura di alcuni diaconi permanenti che svolgono la loro opera a servizio del disagio giovanile. Spiega il sacerdote romano: «È un’immagine ripresa ovviamente da Papa Francesco e si rivolge a una fascia di età tra i 12 e i 22 anni, lontana dai nostri circuiti ecclesiali, spesso al centro di tristi cronache cittadine. “Ospedale da campo” offre un set di iniziative concrete, pratiche, immediatamente operative per cominciare a essere presenti con questi ragazzi, laddove si trovano. Per loro indubbiamente si prega molto, si fanno tante fotografie socio-antropologiche, magari anche convegni e quant’altro, ma quando si tratta di stare sul pezzo, non è che poi si veda molta gente».

Il fatto di non sporcarsi le mani con questi giovani, che non ti chiedono niente, è una costante nel colloquio con don Giovanni, infarcito di colorite espressioni tipiche della sua romanità: «Il disagio giovanile non è presente solo a Roma. Piuttosto in Italia è urgente recuperare una prossimità adulta positiva per questi ragazzi, sia dal punto di vista ecclesiale che istituzionale». E pensare all’attuale pandemia come causa ulteriormente scatenante di queste ampie fette di disagio? Anche in questo caso don Carpentieri è cortesemente categorico: «La pandemia ha solo messo in evidenza più chiaramente la gravità del problema: “semplicemente” una tragedia che ha evidenziato ciò che da tempo la nostra pastorale snobbava perché ci costringe a resettare le nostre consuete modalità di azione ecclesiale. La società oggi è fatta di persone che hanno perso il senso della cittadinanza attiva, del bene comune, e i nostri ragazzi respirano questa aria di pressappochismo e superficialità: basti vedere come si comportano gli adulti per le partite di calcio. Quel che è successo a Bergamo — dico Bergamo! — nei tragici giorni del più stretto lockdown non sembra proprio aver insegnato nulla a tanti bergamaschi. Con tanta fatica la pandemia passerà — sono passate tante guerre, per poi puntualmente ritornare in tante diverse forme — ma finché non capiamo che la nostra realtà giovanile ha bisogno di essere incontrata da una prossimità adulta positiva, perché non incontra più neanche se stessa, nonché di una Chiesa in completa estroflessione, simpaticamente matura nel creare percorsi di vita a chi della vita — “figuramose della fede!”— non “je ne frega” niente, diverremo noi stessi tante pandemie condannate a vagare e a contagiare».

Ma torniamo a chi non ama sporcarsi le mani con questi giovani. «È un discorso molto delicato, provo a renderlo con un esempio: se si tratta di portare il panino ai barboni trovo diciotto milioni di persone, se voglio raccogliere un gruppetto per andare in missione in Africa o altro, trovo venti milioni di persone, ma se si tratta di dire ai giovani, agli adulti e ai giovani-adulti: “Oggi pomeriggio portiamo la merenda a un gruppo di ragazzi che si sfasciano di droghe chimiche e sciupano la loro vita”, allora non ci sono risorse perché già impegnate. Tutte cose evangeliche, eh, per l’amor di Dio, ma quando si tratta di andare in uscita a incontrare giovani, cominciano i macelli.

«E allora — si domanda Carpentieri — perché in questo caso “er vangelo” latita?», perché «mentre le povertà di cui sopra sono conclamate, chiare, c’è un evidente gap tra chi è il bisognoso e chi aiuta, e da parte del bisognoso c’è più (ma non sempre) facilità nell’accogliere: insomma, abbiamo metabolizzato dinamiche di questo genere. Ma questo discorso non si può fare con la fascia giovanile 12-22, in quanto è più difficile o almeno sembra esserlo per i nostri imbarazzi mentali. Il gap, che si riscontra prima, “fatica che se deve move”! I giovani parcheggiano lì dove stanno, non “vonno gniente”, si frantumano e a posto così, per cui se “je porti la merenda, je la devi porta’ ” in un certo modo con una certa relazione ed è più difficile (ma anche no!). E, badi, che non sto parlando solo di disagio giovanile, ma tutto ciò che non sia estroflessione — tipo panino, barboni, Africa, e similari — subisce questa iattura pastorale».

Don Giovanni porta due esempi: «Abbiamo mai provato a incontrare nelle sale giochi “adulti” che giocano l’azzardo della loro vita? Ha mai fatto esperienza a parlare con adulti che hanno il tifo e la passione politica nel cuore, anzi nelle mani? Ha una pallida idea di quanto sia facile approcciarli e difficilissimo parlarci e proseguire con loro una relazione che li stani dalle loro adulte dipendenze? Potrei portare tanti di questi esempi».

Dobbiamo confessare, invece, prosegue il sacerdote, che l’attuale pandemia «ha impietosamente fatto una lastra alla nostra pastorale: è assediata da tanti blocchi intellettivi che faticano — o non vogliono — a essere rimossi; è tossicodipendente di tanta pastorale in ricezione. Tutto ciò infastidisce le nostre scuse che invocano la solita scusa di sedicenti carismi che dovrebbero occuparsi di ciò che l’abituale pastorale si intestardisce a trascurare, perché svogliatamente disarmata. Ma “mo’, pe incontrà na comitiva ce serve un carisma ad hoc”? O semplicemente un cuore compassionevole come il samaritano Gesù? O “ce stamo a marcià?” Saremo disposti a cambiare i nostri stili di vita (ecclesiali, pastorali e quant’altro)?».

Questo Ospedale da campo per giovani «desidera stimolare un po’ tutti a essere presenti in questi ambienti, perché non basta l’evento, il cantante, la fiaccolata o la veglia. “Devi sta’ lì” come faceva Gesù, prendendo in carico richieste e bisogni e avviando con loro un percorso di inversione della marginalità. È facile illudersi cristiani farfugliando che queste sono cose da assistenti sociali e se ne deve occupare lo Stato; è più difficile puzzare dell’odore del samaritano e lavare i piedi a giovani che perdono la vita senza chiederti nulla. E guardi che il mio non è un criticare, ma solo un prendere atto».

L’ospedale da campo per giovani consiste di tre “passi”: abitare le periferie esistenziali, prendere in carico i ragazzi incontrati «e poi il terzo — riprende il prete e anche educatore professionale — che è il più difficile: quello dell’accoglienza. È un discorso delicatissimo, provo solo ad accennare per non creare ancor più confusione. Bisognerà riparlarne e comincio con un esempio: i ragazzi che arrivano in una casa-famiglia socio-educativa non hanno commesso alcun reato; hanno avuto la sfortuna di avere adulti che non esercitano la loro responsabilità genitoriale; sono minori da essere accolti. Ma poi ci sono anche ragazzi con problemi di dipendenza e per loro servirebbe una comunità, ma il protocollo Asl è molto rigoroso, non offre prospettive agili, i giovani si stufano presto e così questa fascia giovanile — che ha una casa (bah!) e una famiglia (mah, sembra più mozziconi di essa) — ha però “pure” gli impicci, resta accampata in una terra di nessuno, perché per loro, la casa-famiglia non “sufficit”, la Asl ritiene non “sufficit” farli entrare in comunità, una risposta istituzionale non è proprio “sufficit” e quindi vanno alla malora».

Tenendo conto di ciò, prosegue, «dobbiamo stare attenti a non appiattirci su un’accoglienza che perpetui il solito “tipo” catechetico, spirituale, teologico-conviviale, eccetera, a cui siamo abituati nel far fare esperienze ai nostri ragazzi, perché se c’è ovviamente bisogno di questo tipo è anche vero che esso si rivolge a una nicchia giovanile, la quale non è sicuramente una valida risposta per la stra-infinita maggioranza di giovani che ha bisogno di un “anti-tipo”, ossia un’inedita forma di accoglienza. Ci vogliono tempistiche da lockdown “pe capì ‘sta cosa”? Dobbiamo sviluppare una terza via che è già avviata, ma va vaccinata, quanto prima, da possibili ritorni di ondate di contagio pastorale del passato. Va bene l’accoglienza tradizionale, ma qui si tratta di salvare la vita a questi ragazzi! In quale lingua possiamo capire che dobbiamo sviluppare una “nuova” accoglienza? Per l’appunto chiediamo aiuto alle lingue di fuoco del santo Spirito che da tempo ormai ci sta indirizzando a un’obbedienza nuova: ora, vino nuovo non va d’accordo con otri vecchi, quindi come diceva Gesù: “chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!” E allora ascoltiamo. Cosa? Il grido dei giovani, per agire».

Don Giovanni chiude offrendo i suoi contatti, disponibile a ogni chiarimento in merito, con gli indirizzi telefonici (338/1863803), di posta (dongiovannicarpentieri@gmail.com; ospedalecampogiovani@libero.it), la pagina Facebook e il canale YouTube, Ospedale da campo per giovani. Insieme ai diaconi permanenti, resta a disposizione per avviare collaborazioni da subito operative con le équipe giovanili delle parrocchie, prefetture, associazioni e realtà ecclesiali della diocesi a taglio trasversale.

di Igor Traboni