· Città del Vaticano ·

Dalle fogne di Bucarest ai teatri di tutto il mondo

Il clown Miloud
pifferaio buono di Hamelin

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16 marzo 2021

«Dorul» è una parola romena intraducibile; significa la nostalgia di qualcosa che ancora non si conosce, desiderio di qualcosa che, se incontrato, può fare la differenza. Qualcosa che potrebbe succedere in un futuro di cui ancora non si sa niente, impossibile da immaginare in un situazione talmente dura da non lasciare spazio alle congetture. Per i piccoli clochard di Bucarest, che negli anni Novanta del secolo scorso si rifugiavano nelle fogne, di notte, per ripararsi dal gelo, la risposta al dorul che sentivano dentro e che cercavano di mettere a tacere sniffando colla è stato l’incontro con Miloud Oukili, soprannominato “l’uomo dal naso rosso” prima che Patch Adams andasse di moda, o “la versione buona del pifferaio di Hamelin”. Una speranza concreta per i ragazzini abbandonati o scappati da casa, che si nascondevano di notte nei canali sotterranei della città. “Minori non accompagnati”, li si chiamerebbe adesso, senza punti di riferimento, ignorati dalla società, che vivevano essenzialmente di elemosina e di piccoli furti, in una metropoli che d’inverno raggiunge i venti gradi sotto zero.

Nel 1992, Miloud Oukili, clown franco-algerino, approda a Bucarest spinto dalla curiosità di assistere in diretta al cambiamento in atto in un paese che sta violentemente uscendo da un regime dittatoriale. Con sé ha i suoi strumenti del mestiere, un naso rosso e una valigia di attrezzi da giocoliere. Li stessi che, qualche anno più tardi, gli permetteranno di attirare l’attenzione dei piccoli homeless e di conquistare la loro fiducia. Avviando, poi, a poco a poco, un percorso di recupero su misura per loro basato sull’arte di strada.

I ragazzi imparano il mestiere di clown, sfuggendo così a un copione già scritto fatto di miseria e abbandono, grazie a un ragazzo che non è certo un professionista del terzo settore, ma si lascia provocare da quello che vede, non distoglie lo sguardo dalla realtà terribile che incontra. Miloud ha solo vent’anni quando nel 1992 arriva a Bucarest dopo aver lasciato la sua città, Parigi; è in Romania per lavorare come animatore per bambini in ospedali e orfanotrofi, ma si rende presto conto che il sottosuolo della città è altrettanto pieno di “invisibili” che vivono di stenti, sniffando qualsiasi sostanza chimica riescano a trovare per dimenticare il freddo e la fame.

Qualche anno più tardi nascerà Parada, associazione che ancora oggi continua la sua missione, con un’unità mobile che tutte le sere pattuglia le strade di Bucarest, un centro diurno per accogliere i ragazzi, un programma artistico per insegnare loro la giocoleria ed un centro di formazione e ricerca lavoro. I ragazzi fanno tournée, incontri nelle scuole — dalle materne alle superiori — nei reparti di pediatria degli ospedali, nei centri per anziani, per tossicodipendenti e disabili, in piazze e teatri, per portare la loro testimonianza: è possibile sperare “contro ogni speranza”, superare condizioni apparentemente senza uscita e costruire un futuro più sereno. La loro storia è nota in tutto il mondo grazie a Pa-ra-da, un film di Marco Pontecorvo in cui tutto inizia con l’incontro nella stazione di Bucarest tra Miloud e Marian Milea, un ragazzino di 14 anni che da quando ne ha 6 vive nell’inferno sottostante i tombini della capitale rumena. «Un sabato pomeriggio, passeggiando per le vie di Monza — scrive Margherita Tronconi nel suo sito ObjectsMag — davanti a un palco e a quattro ragazzini che facevano roteare in aria delle clavette con la faccia pitturata da pagliacci, mi sono ritrovata a fare un salto indietro nel passato. A quando, bambina, frequentavo le elementari e un giorno, a scuola, arrivò Miloud Oukili travestito da clown. Ricordo ancora l’eccitazione e l’aspettativa: un’intera compagnia di giocolieri avrebbe fatto irruzione nelle nostre piccole vite. Ancora non sapevo che quei giocolieri avevano solo qualche anno più di me, ma un passato incredibilmente diverso dal mio».

Bambini cresciuti nei sotterranei prendendosi cura gli uni degli altri e vivendo di espedienti nell’underground di una città ostile. Bambini che, grazie all’incontro fortuito con Miloud Oukili, il ragazzo dal naso rosso, sono riusciti a far prendere una piega diversa alla loro esistenza.

I loro spettacoli portano sul palco una compagnia di otto, tra ragazzi e ragazze, giovani clown che si esibiscono in gag, numeri di magia, giocoleria e acrobatica. Spettacoli “tutti da ridere” ma non solo; nella loro valigia di attori in erba hanno anche il tesoro culturale del paese in cui sono nati, la musica struggente dei canti popolari e una lingua ricca di parole che esprimono sfumature di tristezza, e non censurano la bellezza dolceamara della vita. Valigie piene di storie in cui crudeltà e amore, dolore e tenerezza formano un groviglio inestricabile. «È nel dor (e nello zbucium) la cifra dello stato d’animo inconfondibilmente rumeno — scrive Armando Santarelli in una delle sue tante dichiarazioni d’amore al Paese degli antichi Daci — costantemente presente nella musica». E nel canto della doina, una traduzione in note delle pianure, infinitamente lenta e con lunghe pause e melodie inafferrabili, incantevoli; «ci si ferma — scrive Santarelli — si ascolta e si capisce come solo le scansioni e l’ordine imposti da queste trenodie rendano sopportabile l’incombente consapevolezza che tutte le cose che spezzano il cuore sono qui, e che tutte sono vane».

di Silvia Guidi