· Città del Vaticano ·

Intervista al cardinale Mario Zenari

«Non lasciamo morire
la speranza»

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15 marzo 2021

La guerra in Siria ha divorato vite e pace e rischia di cancellare la speranza. È questo il timore del nunzio apostolico a Damasco, il cardinale Mario Zenari, che vive in un Paese dilaniato, da dieci anni, da guerra, violenze ed interessi di parte. Non è stato sempre così, ricorda, ma oggi manca tutto e serve un “fiume” di aiuti mirati. Il Papa ieri all’Angelus e durante il viaggio in aereo dopo la visita in Iraq, ha rivolto ancora il suo pensiero alla «amata e martoriata Siria».

Eminenza il Papa è tornato ad invocare per la Siria ricostruzione, convivenza e pace…

È rimasto celebre fin dall’inizio del conflitto il binomio spesso ricorrente negli appelli di Papa Francesco: «amata e martoriata Siria». Si tratta di uno dei Paesi che gli stanno più a cuore. Anche recentemente, durante il viaggio apostolico in Iraq, il Santo Padre ha menzionato la Siria. In occasione dell’Angelus di ieri, parlando della triste ricorrenza dei dieci anni di guerra, ha ricordato ancora una volta l’immane sofferenza della popolazione, e ha rivolto un pressante appello alla solidarietà internazionale perché tacciano le armi, si metta mano alla riconciliazione, alla ricostruzione e alla ripresa economica, e si rianimi così la speranza di tanta gente, duramente provata dalla crescente povertà e dall’incertezza del futuro.

Assai numerose e varie sono state in questi anni le iniziative, prima di Papa Benedetto xvi , e poi di Papa Francesco, perché cessi la violenza e si avvii il processo di pace. Altrettante sono state le iniziative riguardanti gli aiuti umanitari. È rimasta celebre l’indizione, il 7 settembre 2013, a pochi mesi dalla sua elezione a Pontefice, di una giornata di digiuno e preghiera per la pace in Siria. Piazza San Pietro era gremita di fedeli, proprio in un momento drammatico, forse uno dei più cruciali per la Siria. Lo ha ricordato lui stesso sull’aereo, qualche giorno fa, durante il suo viaggio di ritorno dalla visita apostolica in Iraq.

Qual è il volto del Paese  oggi  che affronta anche l’emergenza da covid-19?

Non è più la Siria che ho conosciuto quando vi arrivai dodici anni fa come nunzio apostolico. Oggi, uscendo per le strade di Damasco, vedo davanti ai panifici lunghe code di persone, che attendono con pazienza il loro turno per comperare il pane a prezzi sovvenzionati dallo Stato, spesso l’unico alimento che ci si può permettere. Scene prima mai viste, neanche durante i più duri anni di guerra. E pensare che la Siria fa parte della cosiddetta “Mezzaluna fertile”, l’Alta Mesopotamia, con pianure a perdita d’occhio, che si estendono per circa 500 km tra i fiumi Eufrate e Tigri: un tappeto d’oro durante il mese di maggio, quando le messi biondeggiano! Si vedono, inoltre, lunghe code di auto davanti alle stazioni di benzina, e si fa fatica a reperire il gasolio per il riscaldamento domestico, sebbene nella parte orientale del Paese, ai confini con l’Iraq, ci siano pozzi petroliferi che basterebbero per l’approvvigionamento quasi completo di carburante ad uso interno.

Quale bilancio a dieci anni dallo scoppio del conflitto?

La Siria di oggi ha il volto di un Paese dove, rispetto a dieci anni fa, mancano diverse categorie di persone: i morti del conflitto ammontano a circa mezzo milione; 5,5 milioni sono i rifugiati siriani nei Paesi vicini; altri 6 milioni vagano, talora a più riprese, da un villaggio all’altro come sfollati interni. Manca, inoltre, circa un milione di persone emigrate. Mancano decine di migliaia di persone scomparse. Mancano i giovani, l’avvenire del Paese. Manca più della metà dei cristiani. Mancano i papà, e talvolta anche le mamme, per tanti bambini. Manca per diversi di loro un focolare domestico. Mancano scuole, ospedali, personale medico-infermieristico, per di più in piena emergenza covid-19. Mancano fabbriche e attività produttive. Sono spariti interi villaggi e quartieri, rasi al suolo e spopolati. È stato dilapidato il celebre patrimonio archeologico, che attirava visitatori da ogni parte del mondo. È stato intaccato gravemente il tessuto sociale, ossia il mosaico di convivenza esemplare tra gruppi etnici e religiosi. Geme anche la natura con l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo a causa dell’utilizzo, per ben dieci anni, di esplosivi e ordigni di vario tipo. Il suolo è calpestato e i cieli solcati dalle forze armate di cinque potenze in disaccordo tra loro, come spesso ricorda l’inviato speciale dell’Onu per la Siria, il Signor Geir Pedersen. Insomma, un’immagine davvero desolante.

Dopo questi lunghi anni di guerra l’economia è pesantemente danneggiata, mancano servizi di base come scuole e ospedali, la povertà è un’altra piaga che schiaccia il popolo. La Siria rischia di perdersi in uno scenario di abbandono? 

È vero che in diverse regioni della Siria, da un po’ di tempo a questa parte, non cadono più bombe, ma è scoppiata quella che si potrebbe definire la “bomba” della povertà. Secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite, circa il 90% della popolazione siriana vive attualmente sotto la soglia della povertà. È il dato peggiore al mondo! La lira siriana ha perso gran parte del suo valore e i prezzi dei beni di consumo basilari sono saliti alle stelle. La gente chiama questa fase del conflitto “guerra economica”. Inoltre mancano le fabbriche, il lavoro è difficile da trovare e gli stipendi sono molto bassi, e non si vede ancora l’avvio di una sostanziale ripresa economica.

Da circa due anni in gran parte del Paese le bombe sono cessate, le Nazioni Unite proseguono gli sforzi per negoziare tra fazioni e governo l’avvio dei lavori per una nuova Costituzione, ma questo non sembra bastare a ridare speranza e fiducia. Perché?

Purtroppo si ha l’impressione che il processo di pace, tracciato dalla road map della Risoluzione 2254 (2015) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sia ad un punto morto. Nel suo briefing allo stesso Consiglio di sicurezza, il 9 febbraio scorso, l’Inviato speciale dell’Onu ha richiamato l’attenzione sulla necessità di una «diplomazia internazionale costruttiva sulla Siria», sia per il proseguimento della riforma costituzionale, sia per il processo di pace in genere. Durante alcuni momenti cruciali, in questi anni di guerra, si è assistito ad aspri dibattiti e divisioni in seno al Consiglio di sicurezza, e si è ricorsi all’uso del diritto di veto una quindicina di volte, da parte di qualche membro permanente, quando si trattava di adottare risoluzioni importanti. Da ciò è facile concludere che non ci sarà pace in Siria fintanto che continueranno queste diatribe e divisioni in seno al massimo organismo preposto alla sicurezza e alla pace mondiali. Tuttavia, al di là di questi momenti deludenti e fallimentari, occorre anche ricordare l’accordo unanime della comunità internazionale almeno in due occasioni cruciali: la prima, nel settembre 2013, quando, grazie all’intesa tra i presidenti della Federazione Russa e degli Stati Uniti, Putin e Obama, si giunse a risolvere il grave e delicato problema dello smantellamento dell’arsenale chimico siriano; un’altra occasione si ebbe quando si votò all’unanimità la menzionata Risoluzione 2254, che, come ricordato, stabilisce la road map per il processo di pace.

Ci sono bambini che hanno vissuto solo la dimensione delle violenze, della privazione. Come si rimargineranno queste ferite?

Come avviene per tutte le guerre, anche questo lungo e crudele conflitto ha avuto effetti devastanti soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione, in particolare i bambini, le donne e gli anziani. Molti bambini sono morti sotto i bombardamenti oppure tra i fuochi incrociati, altri sono stati estratti feriti e mutilati da sotto le macerie, alcuni sono morti nella traversata del mare, diversi altri hanno subito traumi psichici difficilmente sanabili, molti sono rimasti senza uno o entrambi i genitori. Diversi sono morti per malnutrizione, freddo, disidratazione, come una cinquantina di bebè morti in braccio alle loro mamme mentre fuggivano da Baghouz nell’inverno di un paio d’anni fa. Un certo numero di loro, assieme alle loro mamme, attende ancora in vari campi profughi il rimpatrio nei Paesi di origine, in condizioni assai precarie, specialmente nel campo tristemente famoso di Al-Hol (Hassaké). Dopo la cruenta battaglia di Aleppo nel 2016 sono apparse, vagabondi per le strade e le rovine della città, alcune migliaia di bambini, senza famiglia, senza nome e cognome. Grazie all’impegno comune delle autorità religiose musulmane e cristiane di Aleppo, si è cercato di registrarli all’anagrafe con un nome e un cognome, e di far loro intraprendere un cammino di reinserimento sociale. Essendo fuori uso una scuola su tre, circa due milioni di bambini siriani non sono scolarizzati. Alcuni sono vittime di sfruttamento sessuale e taluni vengono arruolati. Le bambine, soprattutto, sono esposte a matrimoni precoci. La miccia che ha fatto esplodere il conflitto è stata inconsciamente accesa da una dozzina di bambini di Daraa, nel sud della Siria, arrestati e detenuti per alcuni giorni, perché avevano scritto sul muricciolo della loro scuola slogan contro il Presidente Assad. Tutto questo è poi ripiombato inesorabilmente sui loro coetanei come un crudele boomerang. Una vera e propria strage di innocenti.

Che ruolo hanno i giovani, presente e futuro, nella ricostruzione del Paese?   

I giovani sono le migliori risorse di un Paese. Sono il futuro della società e della Chiesa. Purtroppo la Siria e la Chiesa hanno perso gran parte di questo impareggiabile patrimonio. Un gran numero di loro, infatti, non vedendo un futuro sicuro, ha preso la via dell’esilio. Si potrebbe definire questa incalcolabile perdita come un’altra micidiale “bomba” per la Siria.

Per far ripartire la Siria, si stima, servano circa 400 miliardi di dollari. Secondo lei serve un maggiore sforzo da parte della comunità internazionale?

Le Nazioni Unite, le varie ong impegnate nel campo umanitario e le Chiese cercano di tamponare le molte emergenze, soprattutto quella alimentare e sanitaria. Purtroppo non sono ancora cominciate la ricostruzione e l’avvio dell’economia, per le quali servirebbero diverse centinaia di miliardi di dollari. Un effetto negativo su tutto ciò, oltre al grave fenomeno della corruzione e a diversi altri fattori, hanno anche le sanzioni, in particolare alcune di esse. Per quest’opera di ricostruzione e di ripresa economica, c’è bisogno di un poderoso e urgente intervento della comunità internazionale. La pace non arriverà in Siria senza ricostruzione e avvio economico. «Sviluppo è il nuovo nome della pace», scriveva il Papa San Paolo vi nell’Enciclica Populorum progressio del 1967. E Papa Francesco, nell’Enciclica Fratelli tutti, n. 126, citando la Centesimus annus del Papa San Giovanni Paolo ii , parla della necessità di assicurare il «fondamentale diritto dei popoli alla sussistenza e al progresso». Se mi è permesso prendere a prestito e parafrasare il titolo di un romanzo apparso qualche anno fa, The peace like a river (“La pace come un fiume”), c’è bisogno di un “fiume” di aiuti mirati alla ricostruzione di ospedali, scuole, fabbriche e infrastrutture varie.

Qual è il ruolo della Chiesa in questo contesto? 

Una sfida enorme che sta davanti alle varie religioni presenti in Siria, in particolare quella cristiana e musulmana, è la riconciliazione e la ricucitura del tessuto sociale, danneggiato da questi lunghi anni di guerra. La Chiesa, inoltre, è attiva sul terreno con una vasta rete di progetti umanitari aperti a tutti, senza differenze etnico-religiose, grazie agli aiuti provenienti da varie istituzioni caritative di ogni parte del mondo. Potremmo dire che si tratta dell’opera del “buon Samaritano”.

Come state vivendo questo periodo di Quaresima e con quale orizzonte?

Si cerca di vivere assieme alla gente questa “Quaresima”, che dura, senza interruzione, da ormai 10 anni, in attesa di poter intravvedere la fine del tunnel e uno squarcio di rianimo della Siria, una “risurrezione” di questo Paese.

Qual è il suo auspicio, il suo appello per questo Paese?

Una giornalista siriana, dallo pseudonimo di Waad Al-Kateab, scriveva sul «The New York Times» il 7 febbraio 2020 un articolo dal titolo: «We are left to face death alone» (“Siamo lasciati soli ad affrontare la morte”). E Papa Francesco, il 9 gennaio 2020, in occasione dello scambio di auguri per il nuovo anno con il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, diceva: «Mi riferisco alla coltre di silenzio che rischia di coprire la guerra che ha devastato la Siria nel corso di questo decennio». La Siria, in questi lunghi anni di guerra, ha perso la pace, ha perso persone, ha perso giovani, ha perso cristiani. Molta gente ha perso e sta perdendo anche la speranza. Potrebbe essere paragonata al malcapitato della parabola del “buon Samaritano”: aggredita da ladroni, derubata e lasciata mezza morta e umiliata sul ciglio della strada. Attende di essere risollevata socialmente ed economicamente, e di vedere riconosciuta la sua dignità. Per questo un ringraziamento particolare va a tutti i “buoni Samaritani”, alcuni dei quali hanno perso anche la vita nel dimostrarle la loro generosa solidarietà: si tratta di istituzioni umanitarie internazionali, di organizzazioni religiose, di persone private. Non lasciamo morire la speranza!

di Massimiliano Menichetti