· Città del Vaticano ·

#QuarantaGiorni
Tracce di riflessione lungo il cammino quaresimale

La piscina di Betzaetà

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
15 marzo 2021

La guarigione del paralitico alla piscina di Betzaetà è uno dei grandi segni che l’evangelista Giovanni pone nel suo Vangelo in preparazione all’evento della Risurrezione.

Gesù vede un uomo, steso sul suo lettuccio, malato da trentott’anni, si avvicina e gli chiede: “Vuoi guarire?” La domanda non è pleonastica, banale, anzi è molto precisa. Quest’uomo non risponde sì o no, ma dice: “Io non ho nessuno che mi immerga”.

Questo rivela una dinamica psicologica e spirituale che è presente tante volte nella nostra vita: l’idea di guarire ci spaventa, l’idea di uscire dai nostri problemi un po’ ci terrorizza, il pensiero di uscire dalla nostra prigionia spirituale e dall’immobilismo ci inquieta.

Perché?

Perché la condizione di ammalati la conosciamo, perché la condizione di uomini e donne problematici la conosciamo e, forse, un po’ ci stiamo anche bene dentro. Il fatto di avere delle malattie, delle difficoltà, dei problemi diventa il nostro modo di relazionarci e di dialogare con gli altri. Questo perché attraverso le nostre fatiche, siamo sicuri di poter commuovere almeno qualcuno, pensiamo che almeno qualcuno si accorgerà di noi, forse solo per dirci: “Oh povero te”.

Qualche volta l’idea di stare bene e di avere le energie ci spaventa, perché è come se pensassimo “Adesso mi devo arrangiare da solo, non c’è più nessuno che si occupa di me”. La lamentela, lo stare male, talvolta diventa la modalità di comunicazione.

Questo capita anche nella vita spirituale: la conversione ci costa fatica, la decisione di convertirci comporta un cambio radicale di vita e richiede di affrontare una dimensione dell’esistenza che non conosciamo (l’ignoto ci fa paura) allora preferiamo piangerci addosso, lamentarci dei nostri mali e dei nostri dolori. E finisce che non ci convertiamo, non cambiamo vita.

Capiamo allora che la domanda di Gesù non è banale, non è una specie di presa in giro, ma è precisa è come se dicesse: “È proprio vero che vuoi guarire?”, “Vuoi essere salvato? Vuoi diventare un uomo capace di amare, di relazionarti con gli altri, di vivere integralmente la tua esistenza?”.

È la domanda che dobbiamo permettere a Gesù di farci: “Ma tu, vuoi guarire?”.

La Via della Croce per noi può essere l’occasione per rispondere: “Sì, Signore, salvami”.

Gesù poi guarisce il paralitico dicendogli: “Prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua”, che vuol dire “Prendi in mano la tua vita e adesso vivi finalmente da uomo maturo e responsabile, basta con questa vita nella quale ti sei sempre fatto servire, adesso tocca a te, prendi la tua esistenza e comincia a vivere responsabilmente, datti da fare”.

di Vincenzo Peroni
Sacerdote in servizio al Santo Sepolcro di Gerusalemme
 presso la Custodia di Terra Santa