· Città del Vaticano ·

Appunti di viaggio

Le calciatrici che ridiedero
speranza al Giappone

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12 marzo 2021

Fu il segnale della riscossa. La coppa del mondo conquistata nel luglio 2011 dalla nazionale femminile giapponese di calcio ebbe un effetto catartico su un Paese lacerato dal dolore, dalla paura, dall’incertezza sul futuro dopo il triplice disastro di Fukushima: un terremoto di magnitudo 9, uno tsunami record e la conseguente e micidiale fusione dei reattori nucleari dell’impianto della Tepco.

Aya Sameshima aveva 24 anni, giocava nella difesa, e ricorda quella vittoria come il momento più bello della sua vita. La squadra giapponese, che fino a quel torneo non aveva mai particolarmente brillato, conquistò la vetta nei campionati mondiali in Germania, battendosi con Fukushima nel cuore e sconfiggendo una dopo l’altra avversarie ben più potenti e quotate. Fino alla sfida finale contro gli Stati Uniti. Nei 25 precedenti incontri con le americane, le giocatrici giapponesi avevano sempre perso. Le ragazze statunitense erano più forti fisicamente e più preparate. Erano sicure di avere la vittoria in pugno, come era sempre accaduto nel passato. Le tattiche di spogliatoio usate dall’allora allenatore giapponese Norio Sasaki furono però molto efficaci: alla vigilia della partita, mostrò alle calciatrici un filmato su quello che restava di Fukushima.

Aya Sameshina conosceva già molto bene quelle immagini e non aveva bisogno di ripassi. La ragazza era infatti nata a Fukushima e l’11 marzo 2011 era al lavoro come segretaria nella centrale nucleare per la compagnia operativa Tepco. La sua vita si divideva tra l’ufficio e gli allenamenti serali con la squadra sponsorizzata dalla stessa azienda. Fino a quando non crollò tutto e si ritrovò sfollata, in mezzo a migliaia di altri sfollati che cercavano figli, genitori, amici proprio nel campo di calcio trasformato in uno scenario post-apocalittico. «L’essere selezionata per i campionati mondiali mi salvò la vita» racconta ai giornali giapponesi Sameshina, oggi una giovane donna di 34 anni, ancora impegnata professionalmente nella disciplina sportiva. Le americane, spiega, non immaginarono il significato che assunse quella coppa del mondo per le giapponesi, dopo il disastro di Fukushima. Ciò diede un vantaggio alla squadra più debole per sconfiggere la squadra più forte di sempre. In Giappone vi era un tifo incredibile: la gente si accalcò, alle 3 di notte (per ragioni di fuso orario) del 17 luglio 2017, nei bar e nei locali di tutto il Paese per seguire collettivamente l’evento. Quando la capitana della squadra, Homare Sawa, segnò all’ultimo minuto dei tempi regolamentari la rete del pareggio , 2 a 2, aprendo la strada ai tempi supplementari, in patria esplose un tifo selvaggio, mai visto in una nazione conosciuta per la sua compostezza. Poi le giapponesi vinsero ai rigori. Molta gente in patria pianse di gioia. Sameshima ricorda che la squadra in quei giorni aveva un solo motto: “non mollare mai!” «Abbiamo pensato che, forse, se ci impegniamo possiamo inviare un messaggio positivo alle persone colpite dal disastro: è così che si deve sopravvivere, non mollando mai!» Sameshima sentiva di giocare «per la gente della sua città e per le sue ex compagne della squadra locale, scomparse nella tragedia, che non avrebbero mai più potuto scendere in campo». «Giocammo con il nostro cuore» dice. Quando la squadra di calcio femminile sollevò al cielo la Coppa del Mondo, i giornali giapponesi descrissero l’evento come un punto di svolta dopo mesi da incubo: si sentiva il bisogno di un qualcosa, anche di simbolico, per rimettere in piedi il Paese e quelle campionesse, quelle donne, mostrarono come poterci riuscire. Non a caso il soprannome della nazionale era ed è ancora Nadeshiko, un garofano rosa che simboleggia la grazia e la resistenza.

di Elisa Pinna