· Città del Vaticano ·

Un rivoluzionario malinconico

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11 marzo 2021

Quando google ti dedica il doodle di giornata è fatta. Astor Piazzolla, che l’11 marzo avrebbe compiuto cento anni, ha coronato il suo sogno. Di google non sapeva niente, ma voleva che la sua musica fosse ascoltata ancora nel 2020, e forse anche nel 3000. Secolo più secolo meno. Sta di fatto che le sue opere sono sopravvissute ampiamente alla sua scomparsa, arrivata nel 1992 dopo un lunghissimo periodo di coma.

Vita e morte sono sempre state al centro del suo pensiero musicale, perché solo se pensate contemporaneamente regalano quella sensazione piacevolmente dolorosa che è la malinconia, l’elemento essenziale della sua poetica. Vivere sentendo lo scorrere del tempo, irreversibile ma non crudele. Come quando tieni in mano il bicchiere della sera, agitando distrattamente quel che resta di un buon whisky che sta per finire ma rilascia ancora il suo profumo unico e irripetibile. (Per gli astemi ricorrere alla metafora del tramonto, anche se l’ha già usata De André).

La musica di Piazzolla è così, sempre sull’orlo dell’abisso. Non precipita mai, ma nemmeno ti porta in salvo definitivamente, anche se qualche slancio improvviso lo farebbe supporre. Non è ancora finita e senti già quanto ti manca. È tango, come quello di Carlos Gardel (guai a chi lo tocca), ma è anche nuevo, arricchito dal jazz e soprattutto dall’amore per la musica classica.

A insinuare in Piazzolla il dubbio che qualcosa si potesse tirare fuori anche dalla tradizione orchestrale dell’Ottocento fu Alberto Ginastera, maestro che, non senza qualche contrasto, avvicinò l’allievo al repertorio europeo senza schiacciare la sua naturale propensione per la tradizione argentina. Il risultato fu un mix eccezionale di organici fino ad allora impensabili per il tango, orchestre sinfoniche e bandoneón sullo stesso piano espressivo, qualche volta anche senza la voce, qua e là assoli di derivazione jazzistica. Una rivoluzione morbida, lenta, irreversibile.

Il coraggio di cambiare, di mettere le mani su un simbolo dell’Argentina, gli ha provocato anche forti critiche. Qualcuno l’ha chiamato “assassino del tango”, ma è durato poco, il tempo di capire che nuevo non è una parolaccia. Gli artisti sono capaci di fondere la tradizione con il futuro, e quando ci riescono, come ha fatto Piazzolla, finisce che cambia il gusto.

di Marcello Filotei