· Città del Vaticano ·

Presentato il XVII rapporto annuale dell’associazione Antigone

Il carcere nell’anno del covid

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11 marzo 2021

Non è facile raccontare solo con i numeri un anno, come quello appena trascorso, nelle carceri italiane. Un anno tragico, che ha rivoluzionato il modo di essere delle persone libere e di quelle detenute, ma l’associazione Antigone, che si batte per i diritti negli istituti di pena, ci prova con il suo diciassettesimo rapporto annuale, presentato oggi a Roma. Le cifre parlano di una diminuzione dei detenuti pari al 12,3% nell’anno del covid che ha portato la popolazione carceraria dai 61.230 reclusi di febbraio 2020 ai 53.697 di febbraio 2021. Una deflazione importante, dovuta secondo l’associazione «all’attivismo della magistratura di sorveglianza», ma che guardando i posti realmente a disposizione nelle carceri italiane continua a segnare un tasso di sovraffollamento del 115%. Secondo Antigone, infatti, per stare nella legalità degli spazi i reclusi dovrebbero essere 8 mila in meno. Analizzando poi più da vicino la popolazione detenuta, il rapporto rileva come le regioni più povere producano più detenuti e quanto, ancora, la condizione economica di provenienza influisca sulle possibilità di finire in cella. Solo un detenuto su dieci ha la laurea o una licenza di scuola superiore e tra le regioni più a rischio ci sono la Calabria, la Campania, la Sicilia e la Puglia. Per quanto riguarda gli stranieri, invece, continua a diminuire la loro presenza in cella: sono il 32,5% contro il 37,15% di 11 anni fa. In particolare è diminuito di un terzo, negli ultimi 12 anni, il numero dei detenuti rumeni passati da 2,966 del 2009 ai poco più di 2 mila del 2021. Le nazionalità più presenti, invece, restano quella marocchina e tunisina.

Il rapporto segnala inoltre come gli stranieri subiscano maggiormente la custodia cautelare nonostante siano autori di reati meno gravi. Analizzando i dati più strettamente criminali l’osservatorio di Antigone rileva che ogni detenuto in media compie almeno due delitti, quelli contro il patrimonio i più rappresentati cui seguono quelli contro la persona e i reati di violazione della legge sulle droghe. Aumentano in carcere i condannati a pene lunghe e gli ergastolani che hanno raggiunto la cifra di 1.784 (erano 1.224 nel 2005). Sono 759 i reclusi in regime di 41 bis di cui 746 uomini e 13 donne, di questi il 40% è condannato all’ergastolo. Inoltre, A fronte di una diminuzione degli omicidi, passati dai 315 del 2019 ai 271 del 2020, risultano invece in lieve aumento le vittime di sesso femminile e quelle uccise in ambito familiare. Il lavoro in carcere continua a rappresentare un miraggio, lavora solo una persona su 4 in attività concernenti i servizi di istituto, mentre sono appena 2 mila le persone alle dipendenze di datori di lavoro esterni al carcere. Il covid, inoltre, ha causato l’interruzione di quasi tutte le attività formative e il troppo tempo passato in cella, senza alcuna occupazione, si riflette sul malessere dei detenuti. Da qui l’aumento dei suicidi: 61 nel 2020, un tasso di 11 casi ogni 10 mila persone, per la maggior parte giovani. «Un numero così alto non si registrava da quasi vent’anni», rileva con preoccupazione l’associazione che segnala anche 23,86 casi di autolesionismo ogni 100 detenuti, registrati in particolare laddove è più alto il tasso di sovraffollamento. Sono stati infine 18 i detenuti morti per covid e l’incidenza dei positivi in carcere risulta più alta che fuori: 91,1 in cella, 68,3 fuori. Al primo marzo i positivi tra i detenuti erano 410 e tra la polizia penitenziaria 562. Restano, infine, gravi le carenze per quanto riguarda il personale penitenziario: manca il 12,5% degli agenti e il 18% degli educatori. Solo 3 sono i mediatori culturali presenti a fronte di una dotazione organica prevista di 67. In compenso il rapporto sottolinea l’importante presenza dei volontari in carcere, 19.550 persone, «una ricchezza tutta italiana» si sottolinea. «Il carcere va modernizzato e umanizzato» ha dichiarato il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella. «È necessario che le istituzioni, con coraggio e senza cedimenti, aderiscano a una visione costituzionale della pena. Si devono usare le risorse del Recovery Fund, non tanto per costruire nuove carceri, ma per dar vita a un nuovo sistema penitenziario, profondamente rispettoso della dignità umana».

di Anna Lisa Antonucci