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Oecumene
I totalitarismi del XX secolo e l’esperienza del monaco romeno Nicolae Steinhardt

Quel tesoro
da condividere

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10 marzo 2021

«Tra i numerosi testimoni di Cristo, fioriti in terra di Romania, desidero ricordare il monaco di Rohia, Nicolae Steinhardt, eccezionale figura di credente e di uomo di cultura, che percepì in maniera speciale l’immensa ricchezza del tesoro comune alle Chiese cristiane»: con queste parole, il 9 maggio 1999, Giovanni Paolo ii volle ricordare l’importanza del monaco Steinhardt per il cammino ecumenico; il Papa le pronunciò, rivolgendosi a tutti i cristiani, nella preghiera del Regina Coeli, a Bucarest, durante il suo viaggio apostolico in Romania, che rappresentò un’occasione privilegiata per manifestare l’impegno della Chiesa cattolica nella ricerca di nuove strade di dialogo e di testimonianza con la Chiesa ortodossa, in tutte le sue articolazioni, dopo decenni di incontri con il patriarca di Costantinopoli. Si trattata di favorire una sempre maggiore condivisione, anche alla luce di come la fede in Cristo, in tante forme, era stata vissuta nel corso del xx secolo, per testimoniare il desiderio di vivere l’unità nella diversità per un’azione sempre più efficace della Chiesa nella società contemporanea. In questo contesto si inseriva l’invito a conoscere la figura di Nicolae Steinhardt, la cui esperienza spirituale è, per tanti versi, unica e al tempo stesso esemplare del cristianesimo del xx secolo.

Steinhardt nasce a Bucarest il 29 luglio 1912, pochi anni prima dello scoppio della prima guerra mondiale che porterà alla nascita della Grande Romania; suo padre è ebreo mentre la madre è cristiana ortodossa e proprio questa sua origine familiare pesò negli anni della sua giovinezza quando egli dovette confrontarsi con la sempre più aggressiva propaganda antisemita in Romania, dopo che per anni, soprattutto nel primo dopo-guerra, la convivenza di fedi diverse era stata vissuta come una ricchezza nella costruzione del nuovo Stato nel quale confluivano esperienze così diverse. Lo stesso Steinhardt aveva avuto modo di conoscere direttamente il cattolicesimo durante gli anni della sua formazione, nei quali era emerso il suo talento letterario che egli seppe coltivare tanto da giungere alla pubblicazione di alcuni scritti, mentre stava ancora completando gli studi giuridici, al termine dei quali poté conoscere l’Europa con una serie di viaggi che rimasero un’esperienza fondamentale nella sua formazione.

Con la presa di potere di Ion Antonescu e l’alleanza con la Germania la situazione degli ebrei in Romania precipitò e iniziarono deportazioni ed espulsioni; Steinhardt perse il lavoro e per lui, come per tanti altri romeni, iniziò un periodo di totale incertezza che ebbe termine solo quando egli riottenne il proprio lavoro nella «Revista Fundaţiilor Regale», riprendendo così il suo impegno per il rinnovamento della letteratura romena, anche attraverso la pubblicazione delle sue opere. Questi anni furono solo una breve parentesi perché con la conquista del potere da parte del Partito comunista le istanze letterarie di Steinhardt erano destinate a essere sottoposte a nuove censure dal momento che la dimensione spirituale, che già allora il futuro monaco di Rohia sottolineava come centrale nella vita della società, mal si accordava con l’ideologia imposta da Mosca per la rifondazione della società romena con la progressiva eliminazione di qualunque elemento che poteva anche solo essere considerato alternativo. Da questo punto di vista fu esemplare la persecuzione scatenata contro la Chiesa greco-cattolica unita a Roma, che venne sciolta, per decreto, costretta a entrare nella Chiesa ortodossa romena, tanto che coloro che si rifiutarono di seguire le indicazioni del governo comunista vennero deportati e uccisi (come ha ricordato Papa Francesco nel suo viaggio in Romania nel 2019). Per Steinhardt iniziò così un periodo di emarginazione, sottoposto al controllo della polizia, che lo aveva individuato come una delle menti più pericolose proprio per la sua capacità di declinare la tradizione romena in un orizzonte ben più vasto, facendo cogliere profondità e peculiarità di questa traduzione; alla fine venne arrestato, sottoposto a giudizio e condannato a tredici anni di lavori forzati con l’accusa di essere un nemico dello Stato. Questi anni di emarginazione e di accuse giocarono un ruolo fondamentale nella formazione spirituale di Steinhardt che, il 15 marzo 1960, nel campo di prigionia, decise di entrare ufficialmente nella Chiesa, ricevendo il battesimo; su questa cerimonia si è molto scritto proprio perché, al di là della sua importanza per la vita di Steinhardt, aiuta a comprendere la dimensione del martirio in rapporto alla scoperta del cammino ecumenico. Infatti venne battezzato secondo il rito ortodosso alla presenza di due preti cattolici latini, due greco-cattolici e un pastore protestante che condividevano la stessa condizione di prigionieri politici proprio in nome della loro fedeltà a Cristo: per Steinhardt il battesimo fu una chiamata ecumenica che doveva guidarlo nel resto della sua vita, dal momento che era entrato in prigione “cieco” e proprio grazie alla fede aveva acquistato la vista, come scrisse nel Diario della felicità.

Una volta rilasciato, pur con tutti i limiti che gli erano imposti dal governo comunista, Steinhardt riprese il suo lavoro di traduttore e di autore che gli permisero di sopravvivere, facendo conoscere il suo nome anche fuori dei confini della Romania, mentre in lui si manifestava, con sempre maggiore evidenza, il desiderio di lasciare il mondo per dedicarsi interamente a Cristo. Per questo nel 1980 entrò nel monastero ortodosso di Rohia dove egli concluse la seconda versione del Diario della felicità, che costituisce il suo capolavoro; Steinhardt aveva completato la prima edizione già nel 1972, ma gli era stata sequestrata dai servizi segreti, che gli imposero una serie di correzioni e di censure. Anche la seconda edizione venne confiscata ma i tempi erano cambiati e quindi fu possibile far circolare, anche all’estero, la versione originale, mentre lo stesso Steinhardt — che nel frattempo proprio per i suoi scritti e i suoi interventi era diventato un punto di riferimento per uomini e donne alla ricerca di Dio — continuava a lavorare al testo, fino agli ultimi giorni della sua vita che si concluse il 29 marzo 1989, a pochi mesi dal crollo del Muro di Berlino al quale sarebbe seguita la fucilazione di Nicolae Ceauşescu (25 dicembre 1989). Della fama che oramai circondava Steinhardt si ebbe una prima testimonianza durante il funerale che, nonostante gli interventi governativi, videro una grande partecipazione, così come nelle parole che fuori dalla Romania furono spese per ricordarne l’opera, rilettura del mistero di Cristo in una prospettiva ecumenica in grado di recuperare le tradizioni cristiane e le esperienze quotidiane per renderlo sempre più prossimo alla vita di ogni uomo e ogni donna. La figura di Nicolae Steinhardt ha assunto, nel corso degli anni, soprattutto dopo le parole di Giovanni Paolo ii in occasione del suo viaggio a Bucarest, un valore del tutto particolare per favorire un sempre più fecondo radicamento della dimensione ecumenica alla luce della persecuzione subita dai cristiani. Proprio a partire dagli scritti di Steinhardt si è venuta così rafforzando la certezza che i martiri cristiani, soprattutto quelli del xx secolo, costituiscono una fonte privilegiata per il cammino ecumenico, nella condivisione della fedeltà alla testimonianza in Cristo, senza se e senza ma, talvolta fino alla morte, favorendo la scoperta di come i cristiani siano già profondamente uniti ai piedi della Croce di Cristo per vivere nella gioia il dono dell’amore misericordioso di Dio, «perché l’amore per il nostro prossimo è il nostro vero dovere», come amava ripetere il monaco di Rohia.

di Riccardo Burigana