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Il ricavato delle mascherine confezionate dalle detenute del carcere di Bergamo destinato alle missioni delle Suore delle poverelle

Il virus della solidarietà

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10 marzo 2021

«Ci è stata consegnata nei giorni scorsi la somma di 3000 euro da parte delle sorelle che operano nella sezione femminile del carcere di Bergamo, frutto del loro lavoro con le detenute, nella produzione di mascherine. È proprio vero che tante gocce formano un mare di bene». La lettera di ringraziamento arrivata nei giorni scorsi alle ospiti dell’istituto orobico è firmata da suor Madeleine Tanoh, religiosa delle Suore delle poverelle - Istituto Palazzolo, che a nome dei bambini di Repubblica Democratica del Congo, Malawi, Costa d’Avorio e Kenya ha voluto così ringraziare per questo gesto di generosità che consentirà ai piccoli di «vivere sani e sereni». Tutto è nato all’inizio di marzo dello scorso anno. «Con il dilagare della pandemia e la necessità impellente di reperire mascherine omologate in larga misura, è arrivata la richiesta da parte della direzione della Casa circondariale di Bergamo di ovviare alla presente necessità attraverso la possibilità di una produzione interna utile a soddisfare i bisogni di detenuti e detenute, corpo di polizia penitenziaria e personale dell’istituto», racconta suor Anna Pinton, una delle tre religiose che vive all’interno del carcere dove, peraltro, gestisce una lavanderia e consente alle ragazze di lavorare. «Questa è la nostra casa e qui si svolge la nostra missione. Ci aiutano nel servizio quotidiano quattro ospiti che si alternano ogni mese», spiega la religiosa. «Offriamo così la possibilità a più ragazze di guadagnare qualcosa anche perché questo lavoro viene direttamente retribuito dal ministero della Giustizia. Quando non siamo occupate — continua suor Anna — trascorriamo il tempo con loro e cerchiamo di assicurare costantemente il nostro supporto materiale e spirituale. Questo avviene regolarmente, ma in tempo di pandemia ancora di più, tenuto conto che non hanno potuto più vedere né familiari, né amici. Per fortuna non sono mai state con le mani in mano».

Suor Anna manifesta apertamente la sua gratitudine nei confronti della direttrice del carcere, Maria Teresa Mazzotta, che, grazie alla sua sensibilità, ha contribuito a migliorare la qualità dei servizi, portando un significativo supporto alle detenute, ascoltando i loro problemi e dando sostegno morale e psicologico. Una piccola rivoluzione culturale sul concetto di detenzione, finalizzata, nel rispetto del principio della certezza della pena, a una maggiore umanizzazione e al perseguimento degli obiettivi di rieducazione e reinserimento contenuti anche nella Costituzione. «È stata lei ad avere l’idea di coinvolgerle nel confezionamento delle mascherine. All’inizio ne giravano poche e quindi c’era assolutamente bisogno di questa fondamentale protezione. Soprattutto in carcere. Hanno cominciato in tre, coordinate da una delle nostre sorelle, e la produzione ha ottenuto immediatamente il consenso dei destinatari. Tra questi, anche il personale amministrativo e gli agenti di polizia penitenziaria». Visto l’esito positivo della produzione, l’entusiasmo e la creatività, la tenacia, la costanza e l’impegno delle partecipanti, è sorto il desiderio di un’ulteriore produzione che potesse raggiungere l’esterno del carcere e diventare possibilità buona e concreta di un aiuto personale per la drammatica situazione in corso. Da qui la proposta di devolvere il ricavato delle offerte ottenute a una realtà di maggiore povertà. «In accordo con la direzione tutto il ricavato è stato donato a favore di quattro comunità per bambini in diversi Paesi dell’Africa», riprende la religiosa, sottolineando che, «considerati i risultati, le ragazze hanno voluto mettersi a disposizione per aiutare chi, più di altri, era stato colto di sorpresa dal covid e non aveva i mezzi per poter contenere la diffusione del virus. Si è pensato, così, di raccogliere fondi attraverso un’offerta volontaria e da lì è partita una vera e propria gara di solidarietà».

L’iniziativa rientra nel progetto denominato «Dà vita alla vita», che contribuisce a sostenere le comunità di accoglienza dei bambini rimasti orfani in attesa di essere adottati o di ricongiungersi ai propri familiari. «Le ragazze sono al settimo cielo. Nonostante il loro stato di detenzione, si sono sentite utili e il ringraziamento dei piccoli è stato un balsamo per le loro sofferenze», evidenzia Pinton. Quella delle Suore delle poverelle è l’ennesima testimonianza che progetti come questi servono a far capire come i detenuti possano essere recuperati, soprattutto perché spesso l’unica alternativa che resta a chi esce dopo un periodo di detenzione è il reclutamento nelle file della criminalità proprio perché rifiutato dalla società. Anche se sembra poca cosa, l’accogliere nelle istituzioni persone che hanno rotto il patto sociale serve a molto. Serve a seminare risultati, lavorando sulla prevenzione piuttosto che sulla repressione, che saranno raccolti magari tra qualche anno. O, in casi come questi, anche immediatamente.

Le Suore delle poverelle sono presenti, oltre che in Italia, in Africa e in America latina (Brasile e Perú). Svolgono attività, in collaborazione con le Chiese locali, nei contesti educativi a vario livello, in strutture sanitarie, nell’assistenza e promozione di quanti sono nel bisogno, con predilezione a favore dei più poveri. Nella casa circondariale lombarda hanno scelto di vivere appieno il carisma del fondatore, il beato Luigi Palazzolo, attraverso la convivenza con chi, pur avendo commesso errori, intende proiettarsi all’interno di nuovi circuiti virtuosi, convinte che il reinserimento sociale delle persone detenute passa attraverso atti concreti in grado di produrre un autentico legame tra mondo del carcere e società civile.

di Davide Dionisi