· Città del Vaticano ·

«Piranesi» di Susanna Clarke

Scheletri che si confondono
tra il marmo

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09 marzo 2021

Staticità e dinamicità. Sono le due dimensioni, in rapporto simbiotico, che fanno da architrave al seducente e avvincente romanzo di Susanna Clarke, Piranesi (Roma, Fazi Editore, 2021, pagine 267, euro 16.50, traduzione di Donatella Rizzati). L’ambientazione è data dalla Casa, un luogo mitico in cui il tempo sembra essersi fermato e in cui aleggia una legge non scritta, ma non per questo meno rigorosa ed esigente, intessuta di regole che non tollerano trasgressioni o sotterfugi: la Soglia e il Confine sono termini che ricorrono con costanza metodico nel corso del racconto. E al rispetto di questi due valori deve attenersi il protagonista, quel Piranesi la cui sete di sapere lo porta a bramare il superamento sia di quella Soglia, sia di quel Confine, oltre ai quali si sviluppa una teoria di «Saloni e Corridoi a Perdita d’Occhio».

In questa Casa, la cui identità viene a configurarsi nella duplice, complementare prospettiva di realtà e di sogno, nessun Salone o Vestibolo, nessuna Scalinata, nessun Corridoio è privo di Statue. (Da notare che l’uso delle maiuscole, da parte della scrittrice, non risponde ad un vezzo grafico, ma alla precisa volontà di dare ancora maggiore sostanza a presenze che rivendicano, in quella Casa, una conclamata indipendenza ed una riconosciuta identità). Nella maggior parte dei saloni le Statue coprono tutto lo spazio a disposizione, sebbene qua e là si possano trovare un Plinto, una Nicchia o un’Abside vuoti o persino uno spazio sgombro su una parete altrimenti intarsiata di Statue. «Queste assenze — scrive Clarke, o meglio annota Piranesi — sono a loro modo misteriose quanto le Statue stesse». Per amor di conoscenza e di metodo, Piranesi decide di comporre un catalogo per registrare la posizione, la taglia e il soggetto di ogni Statua. Perché l’esigenza di questo catalogo? In questa Casa, Piranesi si sente solo e nel registrare queste presenze, sì prestanti ma comunque mute, egli compie un atto che spezza, almeno nel suo sentire, la solitudine.

Ma a un certo punto irrompe sulla scena l’Altro che, come Piranesi, è alto un metro e ottantotto e ha una corporatura slanciata. Tra i due s’innesca un dialogo che fa passare il romanzo da statico a dinamico, intrecciando un coinvolgente viluppo di vicende. L’Altro è convinto che, nascosta da qualche parte nel mondo, vi sia una grande e segreta Conoscenza, che, una volta scoperta, garantirà un enorme potere. Tuttavia l’Altro non sa con certezza in che cosa consista questa Conoscenza. Presume, nondimeno, che essa possegga alcune precise capacità, tra le quali, sconfiggere la morte, spegnere e riaccendere il sole e le stelle, come pure dominare gli intelletti più deboli per poi piegarli al proprio volere.

L’invasiva presenza dell’Altro e le sue ambizioni prometeiche rappresentano per Piranesi un prezioso alleato nel tentativo di varcare quella Soglia e quel Confine che simboleggiano le regole della Casa. Nell’Altro e in Piranesi l’autrice sembra rievocare lo struggente e temerario anelito alla conoscenza che vibrava in Ulisse e che lo portò a sfidare le celeberrime colonne d’Ercole.

Sempre assorbito in uno studio appassionato e capillare, Piranesi stabilisce di incontrarsi con l’Altro a scadenza regolare, ovvero ogni martedì e venerdì, in modo da raccontare al suo interlocutore le sue scoperte. Del resto questa presenza enigmatica è l’unica persona con cui parla, perché i pochi che sono stati nella Casa prima di lui «sono ora soltanto scheletri che si confondono tra il marmo». Improvvisamente appaiono alcuni messaggi misteriosi. Sembra dunque che vi siano altre presenze vive in quella Casa. Il fatto determina reazioni opposte nei due protagonisti: Piranesi è contento perché immagina potrà contare su altri interlocutori; l’Altro non lo è affatto perché teme di perdere “l’esclusiva” del rapporto con Piranesi, il quale, nel frattempo, ha sviluppato con la Casa un rapporto sempre più saldo, al punto da sentirle come una propria “divinità protettrice”.

Il romanzo, per certi versi, può essere definito, con la classica formula, di “formazione”, perché attraverso il costante confronto con l’Altro, Piranesi esplora se stesso e si scopre, qua e là, vulnerabile. «Su una cosa l’Altro ha ragione — confessa il protagonista —. Io non sono razionale come pensavo. Ero certo che le mie azioni fossero guidate esclusivamente dalla Ragione. Ma mi stavo solamente illudendo». Per Piranesi tale constatazione ha, in parte, il sapore della sconfitta. E non potrebbe essere altrimenti per uno come lui che, con pazienza certosina, tiene, per esempio aggiornata con scrupolosa regolarità la Tavola delle Maree, sulla base di osservazioni rigorose e di impeccabili equazioni. Ma la razionalità di Piranesi non è banalmente ligia e formalmente protocollare. Al contrario, essa è costantemente sollecitata da impulsi «ribelli», tanto che il protagonista — che agogna un rapporto dinamico con il mondo esterno — ammette di essere interessato alle «idee trasgressive», alle persone che le formulano e a come vengono recepite dalle varie discipline. Ovvero, la religione, l’arte, la letteratura, le scienze, la matematica.

Insomma in Piranesi, incarnazione di uno spirito illuminista votato alla conoscenza enciclopedica, mai si spegne il desiderio di varcare la Soglia. A testimonianza di ciò, lo stesso Piranesi dichiara che in un certo Laurence Arne-Sayles riconosce «il pensatore trasgressivo per eccellenza», avendo egli scritto di magia e facendo finta che fosse scienza. Ma soprattutto perché questo Arne-Sayles «ha varcato così tanti confini».

di Gabriele Nicolò