· Città del Vaticano ·

#QuarantaGiorni
Tracce di riflessione lungo il cammino quaresimale

Questo è il digiuno
che voglio

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09 marzo 2021

«Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?» (Is 58, 6-7).

Fin dall’ viii secolo a. C. Yahwè esortava il popolo di Israele attraverso i profeti perché la relazione di alleanza con lui, Dio liberatore e Salvatore, si esprimesse soprattutto nell’amore al prossimo, nella lotta contro l’ingiustizia e nell’impegno per la fraternità. Le opere di misericordia erano già preannunciate in questi oracoli: liberare gli oppressi, vestire gli ignudi, dare da mangiare agli affamati e offrire ospitalità al forestiero: in una parola, avere cura del prossimo…

Al contrario, spesso il popolo eletto — così come noi — cadeva nella trappola di servirsi di Dio e della religione in funzione di sé, favorendo un certo “puritanesimo” religioso che in nome di Dio mirava in realtà a giustificare il proprio egoismo e narcisismo.

Continuiamo anche noi da allora a perpetrare uno scisma fra il sacramento dell’altare e il sacramento del fratello. Come se Dio e la religione fossero in funzione della soddisfazione di una necessità tutta umana: una dimensione religiosa e trascendente che si cerca di raggiungere in funzione di un benessere e di una realizzazione personale — anche se di ordine spirituale — fino a svelare un elitarismo religioso di stampo neo-gnostico o neo-pelagiano, dal quale ci mette spesso in guardia Papa Francesco, che ci separa dagli altri e anche da Dio perché ci fa credere autosufficienti.

Durante la Quaresima emerge in modo quasi naturale questa tendenza a fare propositi di conversione in cui corriamo il pericolo di porre al centro noi stessi, attraverso una lista di obiettivi o sfide spirituali che apparentemente ci fanno sentire forti e degni. In realtà a nulla servono tutte le pratiche ascetiche tradizionali — il digiuno, la preghiera, la penitenza, l’elemosina — se non ci aprono la porta dell’umiltà di chi sa di essere peccatore, povero, incostante, fragile e perciò stesso sommamente grato per il fatto che tutto ciò che possiede è dono e grazia ricevuti per pura misericordia del Cielo.

I frutti dell’ascesi non sono il rafforzamento personale. Sono piuttosto le lacrime del pentimento, il segno che il nostro cuore di pietra è stato spaccato e dalle sue crepe sgorga l’acqua viva di una nuova nascita.

Da questa fragilità salvata, perché amata da Dio senza condizioni, sorge un’inevitabile spinta a uscire, aprirsi, amare gli altri perché “solo il povero si fa pane”. Il più piccolo, il più indigente, il peccatore perdonato diviene portatore di una forza capace di trasformare il mondo: la forza dell’amore. L’assoluta debolezza di un cuore ferito si trasforma in un balsamo di tenerezza e di compassione sulle ferite di coloro che incontra nel cammino della vita. «Va’ e fa’ lo stesso» (Lc, 10, 37). Questo è il digiuno che Dio vuole.

di Carolina Blázquez Casado
Priora del Monasterio de la Conversión, Ávila