· Città del Vaticano ·

La campana di Majad

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08 marzo 2021

«L’Iraq rimarrà sempre nel mio cuore». Sono queste le parole di Papa Francesco, al termine della messa ad Erbil, che concludono il viaggio apostolico in Iraq. Nella tappa più simbolica del suo pellegrinaggio, il Pontefice ricorda le migliaia di persone sfollate con la forza o uccise dal terrorismo, e tocca con mano l’orrore della distruzione di antichi luoghi di culto e di una intera città ridotta a cumuli di macerie.

La terza e ultima giornata nel Paese comincia con il trasferimento da Baghdad a Mosul per visitare Hosh-al-Bieaa, la piazza delle quattro chiese (siro-cattolica, armeno-ortodossa, siro-ortodossa e caldea) distrutte tra il 2014 e il 2017 dagli attacchi terroristici dell’Isis. Mosul è ancora una città fantasma. Edifici demoliti, case distrutte, graffiti con il simbolo dello Stato islamico sui muri delle chiese bruciate. Neppure il cimitero è stato risparmiato dall’odio jihadista, che ha profanato tombe e abbattuto lapidi. La sensazione di abbandono è molto diffusa nella comunità. «Ci hanno strappato via tutto. Spero solo che il mondo non ci volti di nuovo le spalle e ci aiuti nella ricostruzione», dice Saida mentre sistema i capelli della sua bimba di soli tre anni, che ha accolto il Papa in una lunga coreografia fatta da piccolissime bambine vestite di bianco, rosso e giallo accanto alle macerie delle loro case tra canti, balli e bandierine vaticane.

Dopo tanta sofferenza c’era voglia di festa e di speranza tra gli abitanti di Mosul. L’arcivescovo di Mosul dei caldei, il domenicano Najeeb Michaeel, ha dato il benvenuto al Papa nella «terra dei profeti» a nome dei suoi abitanti.  «La Mesopotamia è culla comune per le credenze antiche e le religioni abramitiche», ha detto.

Da parte sua Francesco ha voluto innalzare da queste macerie la preghiera per tutte le vittime delle guerre. L’emozione sui volti dei partecipanti era palpabile. Sono passati pochi anni da quando, verso la metà di luglio del 2014, i jihadisti segnarono le case cristiane di Mosul con una lettera in arabo, l’iniziale della parola nasara: nazzareni, e costrinsero quindi i cristiani rimasti in città a scegliere se convertirsi, morire o fuggire.

Le parole del Papa vanno dritto a sanare quelle ferite e il loro germe di vendetta o rancore, incompatibile con la costruzione di un futuro che sarà condiviso o non sarà.

Davanti a una delle croci di legno profanate della «tempesta disumana» dell’Isis, Papa Francesco ha scelto di pregare per un futuro di pace e fraternità: «Oggi, malgrado tutto, riaffermiamo la nostra convinzione che la fraternità è più forte del fratricidio, che la speranza è più forte della morte, che la pace è più forte della guerra», ha ribadito dopo avere sentito le testimonianze di chi ha sofferto la violenza.

A Qaraqosh, raggiunta da Mosul in elicottero, Papa Francesco è stato accolto da un vero e proprio bagno di folla, con fedeli arrivati anche da tutta la Piana di Ninive. Momento davvero emozionate dove sarà la storia a raccontare alle future generazioni l’importante pagina scritta nella vita della Chiesa locale. Qui il Papa ha recitato l’Angelus dalla chiesa siro-cattolica di Santa Maria al Tahira, profanata dall’Isis e diventata il poligono di tiro dell’esercito nero.

Grandi cartelli di benvenuto tappezzano la città della provincia di Ninive, per la maggior parte cristiana. Si tratta dell’ultimo appuntamento del Pontefice prima di concludere il suo viaggio a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno.

Dal 2014 a ottobre del 2016 lo Stato islamico ha strappato questa città ai suoi abitanti. Quasi cinque anni dopo la sua liberazione, le impronte del terrore sono ancora visibili, ma la ricostruzione e il lento ritorno dei cittadini stanno a poco a poco restituendole la tanto agognata vita “di prima”.

Majad è cristiano e si è visto costretto a fuggire da Qaraqosh, nell’agosto del 2014, quando la violenza dell’Isis si è impadronita di Mosul, a 25 chilometri di distanza, pronta a irrompere anche nella sua città. «Un vicino è entrato in casa nostra di notte e mi ha detto: “Ora la legge siamo noi”. Era incredibile, siamo cresciuti nello stesso quartiere, i suoi figli avevano giocato con le mie, e ora si stava appropriando della mia casa... Siamo stati costretti a fuggire e a vivere nell’indigenza per più di due anni. Perché? Quanta malvagità alberga nel cuore di un uomo che si comporta così?», si domanda aspettando il Pontefice.

Qaraqosh è stata liberata a ottobre del 2016. Majad è tornato, ma la sua famiglia è rimasta in esilio in un campo profughi e poi, con l’aiuto dei parenti di sua moglie, si è trasferita a Erbil. I suoi fratelli se ne sono andati in Australia. «Prima cristiani, musulmani e yazidi vivevano in pace. Ora la maggior parte di noi è ancora in esilio», commenta amareggiato.

A poco a poco Qaraqosh si illumina, ma non riesce ancora a credere del tutto che stia arrivando il Papa. «Quando sono tornato — racconta Majad stringendo i pugni — ho sentito che l’inferno era tra noi, non ho potuto piangere i miei morti. La tomba di mio padre era stata profanata e la mia chiesa era stata bruciata, il campanile era stato distrutto e la città era deserta. Con l’aiuto di alcuni attrezzi e pezzi di legno sono riuscito in solitudine a rimettere in piedi la campana, che da quel giorno ha sempre suonato per far sapere alle squadre dell’Isis, ancora nascoste in città, che i cristiani erano tornati». Per Majad la visita del Papa è un’emozione grande, dopo anni difficili per tutti i suoi concittadini. «È una giornata storica. Non è scontata, siamo davvero orgogliosi e felicissimi che venga da noi. Io sono qui a lavorare quasi tutti i giorni perché tutto sia pronto al meglio».

L’appoggio delle diverse organizzazioni caritative della Chiesa è stato vitale per la popolazione e ha permesso a molti cittadini di sopravvivere alla perdita materiale di tutti i beni. «Non solo dandoci asilo — dice Majad — ma anche fornendoci cibo, abiti caldi e protezione». Al momento alcune fondazioni pontificie e altre associazioni stanno contribuendo ai lavori di ricostruzione delle cittadine nella Piana di Ninive, dove più di 13.000 abitazioni sono state danneggiate. Ci vorrà tempo, ma intanto il campanile è tornato all’antico splendore.

Il Papa arriva e nella chiesa suona la campana che Maiad ha tenacemente custodito; il suo ingresso è accompagnato dal canto To Baslom, poi prende la parola il patriarca siro-cattolico Younan e due toccanti testimonianze raccontano a Francesco la vita ai tempi dell’Isis. Il tempio in tutto il suo splendore, invece, racconta del coraggio della comunità locale nella ricostruzione. Oggi le colonne di marmo bruciate dal fuoco sono tornate a splendere come una volta. «Questo nostro incontro dimostra che il terrorismo e la morte non hanno mai l’ultima parola», ha detto il Pontefice salutando tutta la comunità cristiana della Piana di Ninive riunita per l’occasione.

Le donne indossavano vestiti tradizionali molto colorati, ed erano sedute tutte insieme sulla destra; tanti bambini ascoltavano attenti la traduzione delle parole del vescovo di Roma. E quando questi ha liberato in volo una colomba simbolo della volontà di pace, un lungo applauso ha sottolineato il gesto. Nella circostanza il Santo Padre ha consegnato all’ordinario locale il “Sidra”, il manoscritto di liturgia del xiv–xv secolo scampato alla furia iconoclasta dell’Isis e restaurato in Italia, grazie a Focsiv-volontari nel mondo. Sulla strada che porta a Erbil da Qaraqosh le bandiere vaticane sono legate assieme a quelle curde e a quelle irachene in un panorama deserto. Dopo il pranzo presso il seminario patriarcale di Saint Peter, il Pontefice si è trasferito in auto allo Stadio Franso Hariri per la celebrazione della messa della terza domenica di Quaresima.

Erbil è la capitale della Regione autonoma del Kurdistan iracheno e la sede del governo regionale curdo. È la quarta città dell’Iraq, dopo Baghdad, Bassora e Mosul.

Francesco ha compiuto un giro nella papamobile lungo il perimetro dell’impianto sportivo per salutare gli oltre diecimila fedeli presenti. «Le ferite dei cristiani in Iraq sono profonde ma Dio dà la forza perché sappiamo resistere alla tentazione di cercare vendetta», ha detto nell’omelia.

In serata, al termine della messa, prima di rientrare in aereo a Baghdad, Papa Francesco ha avuto un commovente incontro con Abdullah Kurdi, papà del piccolo Alan, naufragato con il fratello e la madre sulle coste turche nel settembre 2015 mentre con la famiglia tentava di raggiungere l’Europa. L’immagine del corpo esanime del bimbo di tre anni riverso sulla battigia è divenuta un simbolo della tragedia delle migrazioni. Il Papa si è intrattenuto a lungo con l’uomo: con l’aiuto dell’interprete ha potuto ascoltare le parole di dolore di questo padre che ha perso la famiglia, esprimendo profonda partecipazione alla sua sofferenza. Il papà del piccolo Alan ha manifestato gratitudine al Pontefice per la sua testimonianza di vicinanza nei confronti di tutti i migranti che cercano comprensione, pace e sicurezza lasciando il proprio Paese a rischio della vita.

da Erbil
Silvina Pérez