· Città del Vaticano ·

Un ritorno a casa

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06 marzo 2021

«Qui, dove visse Abramo nostro padre, ci sembra di tornare a casa». Siamo a Ur, e a pochi metri dal luogo dove si è svolto l’incontro interreligioso a cui ha partecipato Papa Francesco c’è una costruzione tradizionalmente chiamata “la casa di Abramo” rimessa a nuovo nel 1999 in attesa del viaggio, poi incompiuto, di Giovanni Paolo ii . Un viaggio quello di oggi, il 33° di Francesco, che è quindi anche un ritorno a casa. E oggi tutti qui, di qualsiasi religione siano, si sentono a casa, a casa di uno che è stato chiamato a uscire dalla propria casa, a fare un viaggio senza ritorno. Tutto è paradossale nell’ambito della religione, paradossale e vertiginoso come queste parole del discorso di Francesco: «Noi siamo il frutto di quella chiamata e di quel viaggio. Dio chiese ad Abramo di alzare lo sguardo al cielo e di contarvi le stelle (cfr. Gen 15, 5). In quelle stelle vide la promessa della sua discendenza, vide noi».

Abramo ci ha visto, e stando lì, nella sua terra, oggi, ci viene da dire: ci sta vedendo. Questo sguardo che proviene “dalle origini”, vuol dire tante cose: è un vegliare ed uno sperare, è un chiedere la nostra responsabilità e attendere un compimento.

Giovanni Paolo ii nel suo Trittico romano immagina che Michelangelo, con gli affreschi della Cappella Sistina, abbia portato a termine la creazione stessa di Dio: «Il libro aspettava l’immagine, aspettava il suo Michelangelo» scrive il poeta Pontefice, riferendosi al libro della Genesi. Quello stesso libro, oggi, a Ur dei Caldei, aspetta il suo compimento, la realizzazione di quella promessa. È una parola-chiave dell’intenso discorso del Papa: guardare il cielo è ricevere una promessa che spinge a camminare sulla terra. Adorare Dio che è nella luce del cielo oltre le nuvole ci porta verso l’altro, ad amare il fratello. «Oggi noi, ebrei, cristiani e musulmani, insieme con i fratelli e le sorelle di altre religioni, onoriamo il padre Abramo facendo come lui: guardiamo il cielo e camminiamo sulla terra».

I cattolici, oggi, sono chiamati ad essere dei nuovi Michelangelo, capaci di portare a compimento il disegno originario di Dio. Per farlo è necessario avere lo sguardo dell’origine, lo sguardo dell’artista: uno sguardo coraggioso e acuto, capace di oltrepassare le nuvole e contemplare la bellezza del cielo. Cosa sono queste nuvole? Il Papa lo spiega chiaramente: «Non permettiamo che la luce del Cielo sia coperta dalle nuvole dell’odio! Sopra questo Paese si sono addensate le nubi oscure del terrorismo, della guerra e della violenza. Ne hanno sofferto tutte le comunità etniche e religiose».

Sono le nuvole dei nuovi (e antichi) idoli. All’inizio dell’incontro è stato letto un brano della Sura di Abramo del Corano che inizia con queste parole: «Signore mio, rendi questa regione sicura e preserva me e i miei figli dall’adorare idoli». Questa regione ha conosciuto molto raramente la “sicurezza”, anche questo viaggio del Papa, compiuto in automobili blindate, lo testimonia, ma la domanda è se le due preghiere (per la sicurezza e contro l’idolatria) siano collegate. Abbiamo creato un mondo insicuro e violento perché abbiamo ceduto agli idoli che noi stessi abbiamo creato. Pensando innanzitutto di essere Dio, autosufficienti. Anche su questo punto le parole del Papa sono chiare e inequivocabili: «Noi, discendenza di Abramo e rappresentanti di diverse religioni, sentiamo di avere anzitutto questo ruolo: aiutare i nostri fratelli e sorelle a elevare lo sguardo e la preghiera al Cielo. Tutti ne abbiamo bisogno, perché non bastiamo a noi stessi. L’uomo non è onnipotente, da solo non ce la può fare. E se estromette Dio, finisce per adorare le cose terrene. Ma i beni del mondo, che a tanti fanno scordare Dio e gli altri, non sono il motivo del nostro viaggio sulla Terra. Alziamo gli occhi al Cielo per elevarci dalle bassezze della vanità; serviamo Dio, per uscire dalla schiavitù dell’io, perché Dio ci spinge ad amare. Ecco la vera religiosità: adorare Dio e amare il prossimo. Nel mondo d’oggi, che spesso dimentica l’Altissimo o ne offre un’immagine distorta, i credenti sono chiamati a testimoniare la sua bontà, a mostrare la sua paternità mediante la loro fraternità». Pellegrino penitente e di pace, Francesco è sempre di più l’araldo della fraternità che oggi, nella casa di Abramo, ha conosciuto un altro, straordinario, passo in avanti.

da Ur
Andrea Monda