· Città del Vaticano ·

Tra i due fiumi

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06 marzo 2021

La Mesopotamia saluta Papa Francesco. I manifesti che affollano i grandi viali deserti di Baghdad, città svuotata dal lockdown, dicono proprio così, usando la stessa parola, “Mesopotamia”. Per questo venire qui, in Iraq, è una visita che fa tremare, venire i brividi della profondità della storia. Tutto è nato qui, nella terra “in mezzo ai fiumi”. Così quando l’automobile che ci trasporta dal palazzo presidenziale alla chiesa di Nostra Signora della Salvezza (siamo divisi, noi del seguito papale, in tante macchine, blindate, per motivi di sicurezza) attraversa il ponte sul fiume Tigri il brivido diventa ancora più forte. Nel palazzo presidenziale si è appena svolto il primo atto di questo 33° viaggio di Papa Francesco, il primo viaggio di un Papa nella terra di Abramo, ma è il secondo atto a colpire nell’emozione e nell’immaginazione in modo più intenso, non solo per la gioia, evidente sul volto del Papa, di essere accolto da una folla festante, diligentemente distanziata ma calorosa, felice di fare festa per l’arrivo della persona più attesa.

Al di là delle persone, già i luoghi sono molto eloquenti. Il palazzo del presidente, bello e fiero il suo discorso, è sontuoso, magniloquente. La chiesa, stretta in un incrocio di piccole strade (con i militari a vigilare sui tetti dei palazzi), è più ricca di vita e di storia, anche se recente. Il 30 ottobre 2010 durante la messa domenicale in questa chiesa furono massacrati dai terroristi 48 persone, bambini e adulti, uomini e donne, tutti cristiani tra cui due giovani sacerdoti e quindi colpisce (ma si spiega) vedere una chiesa circondata da un muro con sopra il filo spinato. Lungo la navata centrale, coperta da un tappeto rosso per l’occasione, spicca una larga striscia di marmo rosso che esce dalla grande porta della chiesa e “inonda” il sagrato antistante: è il sangue dei 48 martiri. In direzione contraria a questo “fiume di sangue” ha camminato Papa Francesco venerdì pomeriggio, entrando in chiesa con l’aspersorio in mano spargendo sul luogo e sull’assemblea un altro “fiume”, di acqua benedetta.

E qui c’è un altro brivido di profondità, perché la memoria fa un salto temporale di 2600 anni: proprio in queste terre, nella regione dell’antica Babilonia visse il grande profeta Ezechiele, sacerdote deportato nel 597 a. C. la cui tomba si ritiene essere nella zona di Kafel-al-Hilla vicino a Najaff altra tappa del viaggio di Francesco. E tra le tante, misteriose, visioni del profeta, non può non venire alla mente quella del fiume che sgorga dal santuario raccontata nei primi versetti del capitolo 47 del suo libro: «...vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare». La scena è inquietante ma lo sviluppo è luminoso: «Voltandomi, vidi che sulla sponda del fiume vi era un grandissima quantità di alberi da una parte e dall’altra. [...] Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché quelle acque dove giungono, risanano e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà». Il fiume di sangue può diventare fonte di vita zampillante, rigogliosa, benedetta. È la sensazione che questo viaggio è riuscito già a trasmettere alla conclusione del suo primo giorno.

da Baghdad
Andrea Monda