· Città del Vaticano ·

Punti di resistenza
John Edgar Wideman e l’arte di raccontare chi è «nessuno»

Storie di uomini “sbagliati”

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06 marzo 2021

È una scatola cinese Scrivere per salvare una vita. La storia di Louis Till (Roma, mimimum fax 2021, pagine 239, euro 17, traduzione di Dora Di Marco) di John Edgar Wideman. Inizia con la storia di un figlio, risale a quella di suo padre chiamando spesso in causa anche quella di colui che le narra entrambe. Il risultato è uno spaccato lucido e terribile su cosa abbia significato, e significhi tuttora, essere una persona di colore negli Stati Uniti.

Il libro si apre nel 1955 quando Emmett Till, partito dalla nativa Chicago per andare a trovare i parenti in Mississippi, torna a casa cadavere. Picchiato, privato di un occhio, ucciso e infine gettato nel fiume perché reo — dicono — di aver fischiato a una donna bianca. Emmett Till, di anni 14. Sua madre decide di lasciare aperta la bara: tutti devono vedere cosa gli è stato fatto. La vicenda farà rumore, il processo che ne seguirà sarà al centro dell’attenzione pubblica americana; gli imputati, tutti bianchi, verranno (chiaramente) assolti ed Emmett diverrà un’icona dei diritti civili. Se la storia è fin qui tutto sommato tristemente nota, Wideman la ricostruisce però legandola a un’altra vicenda di profonda ingiustizia perpetrata sempre ai danni di un afro-americano. Quella di Louis Till che dieci anni esatti prima dell’omicidio in Mississippi viene condannato a morte e giustiziato da una corte marziale per stupro e omicidio. Louis Till, il padre di Emmett.

Lo scrittore, in realtà, non crea il collegamento tra i due eventi. Come effetto sorpresa nel caso Emmett infatti, Louis Till viene «convocato dal regno dei morti per assolvere uomini bianchi che avevano torturato e ucciso suo figlio con un colpo di pistola»: come emerge poco prima del processo a carico dei presunti assassini del ragazzo, Louis non sarebbe stato quel soldato valoroso morto sul campo in Italia come tutti credevano, ma uno stupratore e omicida impiccato il 2 luglio 1945 dall’esercito americano nel Lazio. Quando nel 1955 le informazioni contenute nel dossier personale del padre arrivano alla stampa, il caso del figlio si chiude definitivamente. Se c’erano stati tenuissimi tentennamenti sull’innocenza del ragazzino o sulla ferocia dei carnefici, quel dna colpevole ereditato per via paterna fuga ogni dubbio. «Questo testo non diventerà il romanzo su Emmett Till su cui ero convinto di lavorare. Tutte le parole che seguono sono il frutto del mio desiderio di trovare un qualche senso nell’oscurità americana che separa i padri di colore dai figli, un’oscurità in cui figli e padri perdono le tracce gli uni degli altri».

Il libro di Wideman chiama in causa in prima persona anche l’esperienza dell’autore, dando vita a una narrazione che è insieme cronaca, romanzo e autobiografia. La tragedia del padre e del figlio sono infatti poste in un dialogo che chiama costantemente in causa chi scrive. Non ci sono ricette, facili vie di uscita, rese dei conti che riportino la palla al centro. C’è invece un dolore asfissiante e assoluto che si chiama razzismo.

Le vittime hanno molti volti e molte declinazioni, ma la loro condanna prescinde da ogni differenza, inchiodandoli al colore della pelle. «Come Emmett Till nella cassa che lo riportava a casa, dal Mississippi a Chicago, la storia di Louis Till nel dossier è sfigurata fin quasi a non essere riconoscibile. Un oggetto smarrito che è stato ritrovato e smarrito di nuovo».

È un’orribile storia di violenza quella che si è consumata a Civitavecchia tra il 27 e il 28 giugno 1945, Wideman lo sa benissimo. Ma il punto non sta qui. Il punto è che Louis Till non ha avuto quel che avrebbe dovuto avere, un processo che prescindesse dal colore della sua pelle. «I soldati di colore che l’esercito considerava cittadini di seconda classe erano sospetti che non possedevano i diritti. (…) Tutti i maschi di colore sono colpevoli di voler stuprare le donne bianche, quindi qualsiasi soldato di colore impiccato dagli agenti non potrebbe essere innocente».

Colpevole «di non essere nessuno» molto prima che una corte marziale lo processi e condanni, Louis Till «è nato orfano e di colore, e come orfano di colore muore. Non è nessuno. Non ha voce, non c’è spazio per Till all’interno o all’esterno delle pagine del dossier. Till condannato da uomini bianchi tra uomini bianchi nel sistema legale». La condanna non si basa sui fatti, ma sull’essere «del colore sbagliato, nel posto sbagliato al momento sbagliato. Colore sbagliato, posto sbagliato, momento sbagliato, un mantra. Un crimine che lungo il corso della storia della nostra nazione ha trasformato innumerevoli uomini e donne di colore innocenti in uomini e donne colpevoli». La verità è, almeno lei, cristallina: «Che Till abbia infranto la legge o meno, la sua esistenza è considerata un problema della legge. Louis Till è un seme del male che prima o poi germoglia spargendo altri semi del male. Till richiede un trattamento preventivo».

Tra figlio e padre, c’è infine lei. «Mrs. Till, madre del defunto Emmett, moglie del defunto Louis, starà probabilmente pensando che l’orrore non ha mai fine. L’orrore è verità e la verità è orrore e non ha mai fine, questo pensa. La verità di quel baule gigantesco e puzzolente, con dentro una cassa, e dentro la cassa il corpo senza vita di Emmett. (…) L’orrore è non voler guardare, la verità è guardare. Deve sopportare entrambi per Emmett, per amore, per senso di giustizia, non osa gettare uno sguardo dentro quella cassa finché non inizia a pregare con tutta se stessa e una voce le sussurra: Il tuo cuore sarà racchiuso nel vetro e nessuna freccia potrà mai trafiggerlo. La verità di sentire la propria voce che dice: Voglio che il mondo veda cosa hanno fatto al mio bambino». Lei che fino alla morte sarà oratrice, scrittrice, attivista dei diritti civili, «determinata a non permettere ai suoi concittadini americani di dimenticare l’orrore, l’ingiustizia subita da suo figlio Emmett. Da molti, moltissimi altri ragazzi di colore figli di madri di colore». E di padri di colore.

di Silvia Gusmano