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Consegnati dai curdi all’Iraq 12 bambini figli di donne yazide abusate da militanti dell’Is

Riuniti alle madri

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06 marzo 2021

Sono stati riuniti alle madri in Iraq, 12 bambini yazidi rimasti sotto custodia dei curdi siriani dopo la sconfitta del sedicente stato islamico, l’Is, nel 2019. Lo ha annunciato ieri una portavoce dei curdi che gestiscono — tra gravissime difficoltà — i campi di prigionia per familiari di miliziani dell’Is, nei quali languiscono migliaia di bambini delle più varie nazionalità. Tra questi piccoli, detenuti di fatto, nati nel periodo del sedicente califfato, anche i figli di donne yazide rapite e rese schiave sessali dalle milizie dell’Is.

Alcune di queste donne sono già state rimpatriate in Iraq, ma a prezzo di una crudele separazione dai piccoli partoriti in prigionia. Della tragedia degli yazidi, minoranza religiosa che rappresenta l’1,5% della popolazione irachena, aveva parlato tra le prime cose il Papa al suo arrivo a Baghdad. Una «barbarie insensata ed inumana», aveva detto.

Migliaia di donne ed adolescenti yazide, infatti, erano state rapite dall’Is nel 2014 da Sinjar (Nord dell’Iraq) e “donate” ai miliziani dell’Is come prede di guerra. Dopo la disfatta del 2017 alcune erano rientrate ma molte risultano ancora disperse. I loro piccoli, però, sono rimasti nel limbo dei campi, da soli, in mezzo a donne, vittime a loro volta o pericolosamente radicalizzate. Campi come Al Hol, al confine fra Siria ed Iraq, dove l’esercito curdo si trova a gestire quella che un parlamentare francese — fra i pochi visitatori — ha definito «una bomba a scoppio ritardato, la nuova capitale dell’Is». Una situazione delicatissima, dunque, potenzialmente esplosiva.

La rappresentante curda, Zeyneb Saroukhan, ha annunciato che, già da giovedì scorso, 12 di questi piccoli yazidi «si sono ricongiunti con le madri». Hanno tutti fra i 2 ed i 5 anni. Sono il frutto della violenza sessuale subita dalle madri. E sono un’avanguardia di quell’esercito di piccoli la cui sorte attende di essere presa in carico: dalla comunità internazionale o dai paesi di provenienza dei genitori. «È la prima volta che accade» ha sottolineato non a caso, Zeyneb Saroukhan. Presumibilmente, infatti, i piccoli detenuti di fatto, impelagati nelle medesime condizioni, sono ancora molti.

Le donne che hanno subito tale sorte crudele e disumana nel sedicente califfato, secondo i combattenti curdi che riferiscono di averne rintracciate ed assistite a decine durante la loro lotta contro l’Is, erano moltissime. Migliaia addirittura. Questo primo passo, che comporta l’accettazione delle comunità locali, finora spesso rifiutata ai figli delle donne rapite, sembra aprire uno spiraglio per tutti i bambini nelle stesse condizioni. Saroukhan ha assicurato, da parte sua e non a caso, che l’esercito curdo in Siria «proteggerà questi bambini fino a quando non verranno reclamati dalle madri».

Torna alla ribalta, nel suo complesso, anche il nodo di tutti i minori, migliaia, rimasti intrappolati dopo la dissoluzione del cosiddetto califfato e impossibilitati a tornare nella terra d’origine dei genitori. I curdi siriani che gestiscono i campi dove sono finiti questi bambini, da soli o con le madri, non fanno che segnalare la radicalizzazione di queste piccole cittadelle, divise fra chi resta vittima dell’Is sconfitto e chi lavora per rianimarlo. Ci sono stati 35 assassinati dentro il campo di Al Hol nel giro di due mesi. Una legge del sangue e dell’odio che non si è arresa.