· Città del Vaticano ·

Rosa da Viterbo

I petali della santità

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06 marzo 2021

Léon De Kerval (1852-1911) nel 1896 dà alle stampe il libro Sainte Rose de Viterbe, sa vie et son temps. Del volume uscirono diverse edizioni in italiano. Una, in particolare — dell’agosto 1927 — ci descrive il miracolo del corpo incorrotto della santa: «Il corpo della gloriosa Verginella Santa Rosa si è adunque conservato intatto ed incorrotto a traverso il lungo periodo di sette secoli, non ostante che fosse esposto agli agenti atmosferici della corruzione, poiché l'urna ove giaceva era aperta. Ne fan fede la tradizione e la storia, e ciò lo si deve ad un miracolo di Dio, il quale ha voluto glorificare anche in tal modo le virtù eroiche della sua serva fe-dele».

Serva fedele ed eroica, la santa viterbese. Serva sulle orme di san Francesco d’Assisi e santa Chiara, eroica per la sua vita — colpita fin dall’infanzia da una rarissima e grave malformazione fisica caratterizzata dalla assoluta mancanza dello sterno — che conduce nelle vie della città laziale, professando con forza la propria fede, tra gli eretici del tempo e tra fazioni rivali di guelfi e ghibellini. Il panorama attorno non è facile, per niente bucolico. Non ha nulla a che fare con la campagna, i monti laziali. Sono vette tortuose, invece, a ergersi davanti a lei: l’imperatore Federico ii è impegnato ad ottenere il controllo di Viterbo, contro lo Stato della Chiesa. In quel periodo, le strade della città sono scenario di cruenti combattimenti, di assedi, di strepitio d’armi e di rumorosi eserciti. In tutto questo bailamme, una voce “gentile”, una “voce d’usignolo” però si sente: è quella di Rosa, è quella della fede semplice che davanti ai potenti non retrocede. Vola lei, da un ramo e l’altro. Non si ferma, non si arresta: la fede di Cristo è il vento che soffia sulle sue ali, fino a farla giungere in alto. La conducono — nella sua prima fanciullezza — al monastero delle Clarisse (tuttora esistente) dove Rosa cerca di entrare, ma — provenendo da una famiglia povera — trova qui chiuse le finestre, sbarrate. Ed è allora che decide di “volare” tra rami e strade, tra palazzi e cortili di Viterbo come terziaria francescana, conducendo una vita di penitenza e di carità, soprattutto. È vicino ai poveri, agli ammalati. Il suo canto, però, non è accolto da tutti. Rosa, dunque, viene esiliata: vive prima a Soriano nel Cimino e poi a Vitorchiano. Rientrerà a Viterbo solo dopo la morte di Federico ii , nel 1250. Il suo canto, però, durerà ancora per poco: muore a soli diciotto anni, nel 1251. Viene sepolta nella terra del cimitero della sua parrocchia di Santa Maria in Poggio, oggi detta Crocetta. Papa Innocenzo iv , promuovendo il processo di canonizzazione, acconsente e ordina la riesumazione del corpo disponendone la preventiva e canonica ispezione. Il corpo della santa viene ritrovato miracolosamente incorrotto, così come le rose che la circondano. Sono fresche, profumate, come appena sbocciate. «Guardando le rose fiorite stamane, io penso domani saranno sfiorite. E tutte le cose sono come le rose che vivono un giorno, un’ora e non più», così cantava Alida Valli nel film Stasera niente di nuovo (1942). Per santa Rosa da Viterbo non è così. I suoi petali continueranno a sprigionare l’intenso e semplice profumo della santità.

di Antonio Tarallo