· Città del Vaticano ·

L’ultimo libro di poesie di Marco Beck

Esercizi di contemplazione

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
06 marzo 2021

«Semplicemente “bancomat” le dissi / Non senza grazia una mano delicata / per prendere il badge protese». La musa della poesia lirica può scegliere un autogrill, o una piazza assolata di Tallin, in Estonia, o un bar affollato all’ora di punta come luogo in cui manifestarsi. Il dove, il quando e il come degli appuntamenti li decide lei, non il poeta, ma la diva Euterpe trova sempre il modo di farsi incontrare, regalando rivelazioni inattese, scorci di bellezza assoluta, “momenti perfetti” colti nel loro svelarsi improvviso, nella luce abbacinante di una Visitazione.

Nell’ultima raccolta di versi di Marco Beck, Il sorriso di Lalage. Incontri poetici con la bellezza di volti, voci e cuori femminili (Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, 2021, pagine 101, euro 12) Euterpe ha gli occhi azzurri, le mani delicate e il volto — semivelato da una mascherina — di una giovane benzinaia, incrociata per caso in un’area di servizio alla periferia di Aosta. Ma in un altro tempo e in un altro luogo ha i gesti precisi e veloci della barista Martina, o l’ironica, calda gentilezza di un’anziana matriarca che, sul treno, offre un’arancia allo sconosciuto seduto accanto a lei, per arricchire di vitamine e sapore un pasto troppo triste, un tramezzino “di plastica”. Un’arancia dalla buccia già incisa, per liberare più facilmente gli spicchi senza bisogno di coltello, dorata, succosa e “magica” come i pomi delle Esperidi.

Di magia del quotidiano è piena, l’opera di Beck, scrittore abituato a condividere bellezza anche dalle pagine del nostro quotidiano (con cui collabora da molti anni). La commovente citazione oraziana posta in esergo alla plaquette svela il cultore appassionato della letteratura latina, e il senso profondo del libro, nato da un moto interiore di profonda gratitudine, da un cuore «quasi incapace / di reggere l’assalto dirompente della gioia» come scrive Beck in La Vergine di Chartres.

«Pone me pigris ubi nulla campis / arbor aestiva recreatur aura / quod latus mundi nebulae malusque / Iuppiter urget / pone sub curru nimium propinqui / solis in terra domibus negata / dulce ridentem Lalagem amabo» si legge aprendo il libro, prima ancora del titolo e del proemio, “sbalzami pure in mezzo a squallide distese / dove nessun albero stormisce per il vento estivo / latitudini assediate dalle nebbie / o da un clima avverso / O sbalzami in territori inabitabili / per troppa esposizione al carro del sole che incombe”. Ovunque, continua Orazio, alter ego dell’autore, nella sua ode (1, 22, 17-24), «Lalage amerò, che dolcemente ride, che dolcemente parla».

Il nome Lalage — probabile creazione originale oraziana, da un raro sostantivo greco che significa “ciangottio, trillo” — non è stato scelto a caso, è la cifra di di un libro frutto «di un’appassionata filoginia» come scrive l’autore nella dedica a un amico, con la stessa pacata autoironia del suo mentore latino.

«Da quella bontà infinita che, come afferma Dante, “ha sì gran braccia” — si legge nella quarta di copertina — l’autore ha ricevuto una grazia incomparabile: il dono di poter incontrare, nell’arco di una vita, figure femminili di particolare bellezza esteriore, rispecchiamento di una — spesso evidente, talora appena percepibile — bellezza interiore, a sua volta emanazione dell’anima, frutto di intelligenza della mente e del cuore». Incontri diventati, nel tempo, “esercizi” di contemplazione.

di Silvia Guidi