· Città del Vaticano ·

Con i cristiani martiri
di Baghdad

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06 marzo 2021

A poche ore dall’arrivo nella capitale irachena, venerdì pomeriggio, 5 marzo, il primo incontro di Papa Francesco con i cristiani del Paese è nella cattedrale di Nostra Signora della Salvezza, la “nave” della comunità siro-cattolica. L’intero perimetro è circondato di lunghi muri colorati, protetti dal filo spinato; separano il grande cancello di ferro dall’ingresso principale per evitare attentati come quello che nel 2010 proprio qui, nel quartiere centrale di Kerrada, ha provocato più di 48 vittime e 67 feriti per mano del cosiddetto Stato islamico.

Pochi fedeli ammessi all’esterno della cattedrale, rinata in tempo record dopo il massacro, e che oggi in un clima decisamente di festa ma con il pensiero rivolto a chi non c’è più, vive questo momento di grande comunione con il Pontefice tra canti, bandierine e donne molto giovani che indossano abiti tradizionali.

Il Papa viene accolto all’ingresso da Ignace Youssif iii Younan, patriarca di Antiochia dei siri, e dall’arcieparca, monsignor Ephrem Yousif Abba. Prima di cominciare la cerimonia, nel piazzale antistante si ferma con dodici disabili che con i loro accompagnatori vogliono salutarlo.

Il moderno edificio della cattedrale, inaugurato nel marzo 1968, rappresenta una nave che accoglie i credenti, come la barca che portava Gesù e i suoi discepoli nella tempesta. Dopo l’attacco del 2010, è stato ristrutturato e vi è stato eretto un memoriale per le vittime. Sul lato est, l’ingresso principale è retto da una immensa croce all’interno di un arco; sul lato ovest, una cupola s’innalza sopra l’altare; sul pavimento decine di lastre chiare riflesse da 48 specchi appesi al soffitto: uno per ciascuno dei martiri uccisi dal commando, composto da cinque terroristi, che il 31 ottobre 2010 fece irruzione durante la messa per perpetrare un massacro durato circa cinque ore all’interno di uno dei templi più amati dai cristiani di Ba-ghdad.

Prima che il Papa entri, il patriarca Younan e l’arcieparca Abba gli porgono il crocifisso e l’acqua benedetta per l’aspersione. Insieme, poi, camminano lungo la navata centrale accompagnati da un canto e dall’applauso commosso dei circa cento tra religiosi, catechisti, sacerdoti e fedeli del posto. L’emozione è palpabile: una piccola religiosa che fa il catechismo ai più piccoli è seduta tra gli ultimi banchi e non riesce ancora a credere che Francesco sia lì, con loro. Prima che raggiunga l’altare, due giovani gli porgono dei fiori che lui depone davanti al tabernacolo, dove si raccoglie brevemente in silenziosa preghiera. Poi raggiunge l’altare. Tra i presenti si riconosce anche un gruppo di Piccole sorelle di Gesù. Sono qui da prima del 2010. Ricordano tutto il dolore e l’incredulità davanti a tanta ferocia e la chiesa distrutta — «profanata» sottolinea suor Geneviève, di origine belga — ma testimoniano anche la ferma determinazione di tutta la comunità cattolica locale nella ricostruzione del tempio. Ci indicano con la mano tutti i particolari che fanno di questa chiesa un luogo di testimonianza martiriale e un prezioso angolo della memoria per la storia del Medio oriente. «Questa chiesa — ci spiega la religiosa — va ammirata con gli occhi e col cuore; ogni cosa ha un suo significato. Il mosaico centrale, per esempio, è opera di un bravo artista musulmano che nel 1994 ha deciso di donarla alla comunità. Nel dipinto della Madonna e del bambino, invece, sul volto della Vergine ci sono ancora i fori dei proiettili di quel 31 ottobre».

Dopo la fotografia di rito, al termine dell’incontro il Papa ha firmato il libro d’onore della cattedrale, lasciando un messaggio di pace per le diverse comunità di un popolo che cerca la via della riconciliazione per costruire un futuro diverso.

Infine in automobile ha raggiunto la sede della nunziatura apostolica nel quartiere di Karrada, sua residenza durante tutto il viaggio in Iraq.

da Baghdad
Silvina Pérez