· Città del Vaticano ·

Multilateralismo

Tre date per un anno segnato
dall’emergenza sanitaria

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
05 marzo 2021

La parola che aleggiava da giorni viene ufficialmente pronunciata l’11 marzo 2020: l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, dichiara che la diffusione del coronavirus è diventata una “pandemia” che sta allungando la sua ombra soprattutto in Europa e negli Stati Uniti e che va combattuta con tutte le armi a disposizione, non con «l’allarmante inazione di alcuni Paesi». La velocità con cui il virus si propaga, avverte il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, fa prevedere nei giorni e nelle settimane a venire un aumento del numero di casi, di morti e di Paesi colpiti. La dichiarazione dell’Oms arriva quando già il Covid ha infestato 110 Paesi e le vittime sono 4.500, con un aumento dei casi esponenziale. Dunque l’11 marzo è la prima data che la storia ricorderà di questo annus horribilis.

Da allora in poi le tappe importanti della pandemia si sono rincorse numerose, ma qui vogliamo ricordarne solo alcune particolarmente significative, come quella in cui, appena 12 giorni dopo la dichiarazione dell’Oms, le Nazioni Unite rivolgono un appello accorato per un «cessate il fuoco globale e immediato in tutti gli angoli del mondo». Infatti il 23 marzo il Segretario Generale dell’Onu, António Guterres dichiara: «La furia del coronavirus mostra la follia della guerra. Ecco perché oggi chiedo un cessate il fuoco globale». La voce di Guterres si leva per avanzare una richiesta grave e senza precedenti, nel momento in cui i contagi nel mondo superano i 370.000, i morti sono già più di 16.000 e l’Oms avverte che «la pandemia sta accelerando» ovunque. «La situazione è di fatto fuori controllo» è la grave dichiarazione che arriva da Adhanom Ghebreyesus.

Il virus impazza nei Paesi ricchi con sistemi sanitari d’avanguardia in grado di mappare con ragionevole approssimazione i casi di contagio. Ma dilaga ancor di più nelle zone di guerra e negli sterminati campi profughi che dei conflitti sono il frutto, dove si sa poco o nulla della diffusione reale del coronavirus. E Guterres incalza: «È tempo di bloccare i conflitti armati e concentrarsi sulla vera lotta delle nostre vite. Alle parti in guerra dico: ritiratevi dalle ostilità». Ma la pace mondiale non arriverà neppure di fronte ad una pandemia che sta dilagando ovunque e mostra un mondo vulnerabile al nemico invisibile e geneticamente nuovo ma capace di colpire con gli echi sinistri delle antiche epidemie. In 12 mesi comprendiamo di essere tutti fragili, nel fisico e nella psiche, e quindi facilmente aggredibili dalle malattie. Iniziamo a capire che le ferite inferte all’ambiente, l’inquinamento e i cambiamenti climatici ci si stanno ritorcendo contro; che non esiste nessuna medicina salvifica, che a tutt’oggi alcune malattie non sono ancora curabili.

All’improvviso ci ritroviamo a diffidare dell’altro, perché l’altro può essere portatore di malattia e dunque dobbiamo evitare di stare vicini, anzi forse è meglio evitarci del tutto. Il virus spazza via le nostre abitudini affettive, il ritrovarci insieme, l’abbracciarci, lo stringerci la mano. La prevenzione, come ci è stata sempre insegnata, fatta di stili di vita sani, attività fisica, poco cibo e salutare, non basta a difenderci dal covid. I morti, troppi, ci mostrano quanto sia doloroso lasciare questa terra in solitudine, senza il conforto dei propri cari, privati anche di un ultimo saluto. Il virus si avvicina sempre più con le storie di amici, parenti o conoscenti che hanno lasciato la loro casa per andare in ospedale, ma non sono mai tornati. E chi, invece, è tornato, è sopravvissuto al virus, racconta con gli occhi la paura di morire, testimonia una realtà fatta di terapie intensive sovraffollate, di medici e infermieri stremati dal superlavoro e dalla fatica di vivere bardati come astronauti. Parla di corsie con i letti affastellati, degli intubati o dei più “fortunati” costretti in caschi per respirare, claustrofobici e rumorosi, che impediscono financo di pensare. Del vicino di letto morto in pochi minuti perché il virus gli ha distrutto i polmoni. Dei tanti, tantissimi anziani che non ce l’hanno fatta, vittime di una tragica selezione naturale come quella altrettanto orribile che si dice essere stati costretti a fare nei confronti di chi aveva poche o nessuna possibilità di sopravvivenza.

Ma la speranza di vincere questa guerra ormai mondiale si sta avvicinando. Infatti l’8 dicembre 2020 viene iniettata la prima dose di vaccino anti covid e questa è la terza e ultima data da ricordare. Scienziati e industrie farmaceutiche hanno ingaggiato una corsa contro il tempo per produrre il siero antivirus, da quando il primo gennaio 2020 è stata resa nota la sequenza genetica del terribile coronavirus. Da dicembre dunque, con la somministrazione della prima dose ad una cittadina novantenne ospite di una casa di riposo in Irlanda, è iniziata la campagna di vaccinazione nel mondo. Comincia così per tutti l’attesa del vaccino che salva, la speranza di un’immunità che è ancora per pochi e che in alcune parti del mondo, avverte l’Onu, rischia di non arrivare mai.

di Anna Lisa Antonucci