· Città del Vaticano ·

Atlante - Cronache di un mondo globalizzato
L'11 marzo 2020 il direttore generale dell'Oms dichiara l'emergenza globale

La speranza
tra coraggio e paura

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05 marzo 2021

A quasi un anno dall’11 marzo 2020, giorno in cui il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, annunciò che, per via dei livelli allarmanti di diffusione e gravità, il covid-19 potesse «essere caratterizzato come una pandemia», l’umanità tutta appare sospesa tra l’immobilismo generato dal dolore per le tante vite perdute e la speranza crescente, alimentata dai risultati eccellenti della ricerca scientifica, che si possa raggiungere a breve la vittoria definitiva su «un virus che non conosce barriere né può essere facilmente isolato», per citare le parole usate da Papa Francesco lo scorso lunedì 8 febbraio nel discorso al Corpo Diplomatico.

Su una cosa la pandemia ha unito gli esseri umani. Ha portato tutti noi a interrogarci, più o meno consapevolmente, sul nostro cammino nel mondo e analizzare quali caratteristiche abbia assunto. Sul coraggio da scovare e tirar fuori anche nella ormai difficile e angosciante quotidianità, o sulla paura di perdere, per colpa di una malattia, il nostro vissuto e quella normalità che interiormente temiamo non possa più tornare, assumendo nel tempo i connotati di un nostalgico ricordo. Aspetti che coinvolgono e incidono in maniera determinante anche sulla crescita delle generazioni più giovani che del proprio vissuto cominciano a intravedere e costruire le basi nell’inconsapevolezza di realtà passate, e per le quali a volte si confida esageratamente nelle capacità di resilienza. Per loro, in particolare, dovranno essere valutari gli effetti connessi alla mortificazione delle relazioni interpersonali.

Non vi è dubbio che la sfera emotiva di ciascuno di noi abbia dovuto improvvisamente far fronte a un’ondata inaspettata di impulsi, tra i più disparati e quasi sempre con risvolti negativi, che hanno compromesso la nostra capacità di saper distinguere un pericolo reale da uno immaginario, con evidenti ripercussioni sugli equilibri sociali. Nella speranza che quest’esperienza possa essere evolutiva e non traumatica, e che l’Uomo faccia tesoro del senso di fragilità in cui si è involontariamente ritrovato.

Sullo studio e sulla conoscenza dell’esperienza si è basata la ricerca scientifica, e nonostante la pandemia non sia stata ancora battuta a distanza di un anno dal suo annuncio, la scienza ha compiuto sforzi grandiosi, con esiti insperati e mai raggiunti prima in relazione alle tempistiche per l’elaborazione di vaccini affidabili, al punto da assumere un ruolo cardine a livello globale nella risoluzione del problema.

Rivolgendosi agli ambasciatori, Papa Francesco ha riconosciuto come sia stato da subito evidente che la pandemia e la crisi planetaria da essa generata, sia in ambito sociale che politico ed economico, avrebbero «inciso notevolmente sullo stile di vita cui eravamo abituati, facendo venire meno comodità e certezze consolidate, mostrandoci il volto di un mondo malato non solo a causa del virus». In tal senso è stato diretto il riferimento del Papa ai rischi e alle conseguenze di tali processi politici ed economici, ai rapporti umani dominati dagli inganni, dall’egoismo e dalla cultura dello scarto, che porta di fatto ad accentuare i connotati e le disparità della “Civiltà del benessere” già presenti anche prima della pandemia. Basti pensare ai 20.000 bambini morti ogni giorno a causa della fame registrati nel 2019, mentre nello stesso periodo il 90% della ricchezza mondiale veniva detenuta da solo l’1% della popolazione.

Da qui l’invito del Papa al cambiamento per uscire dalla crisi, intraprendendo un nuovo cammino, per certi versi in pieno spirito missionario, su una via inclusiva «per edificare un mondo più umano, giusto, solidale e pacifico», ed evitare prospettive distopiche e pericolose derive dettate da rancorosi atteggiamenti di chiusura.

L’uomo potrà affrontare e superare gli ostacoli di questo momento solo se riuscirà a sviluppare un forte spirito di adattamento, al pari di quello che governa da sempre il mondo naturale. Come il corso d’acqua che nello scendere a valle modifica il proprio percorso adeguandolo alle asperità del terreno su cui scorre, o come quegli alberi caparbiamente cresciuti tra le insenature delle rocce che, nonostante l’ostilità dell’ambiente, sopravvivono grazie al comportamento delle proprie radici, capaci di trovare il necessario nutrimento sviluppandosi verso l’alto anziché nelle profondità.

di Fabrizio Peloni