· Città del Vaticano ·

Compie novant’anni l’ex leader dell’Urss Mikhail Gorbaciov

Un politico dal volto umano

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02 marzo 2021

Oggi Mikhail Gorbaciov compie novant’anni. Sono passati quasi trentasei anni da quando, questo giovane comunista del Politburo, fu eletto Segretario Generale del Pcus l’11 marzo 1985. Gorbaciov fu il primo leader sovietico nato dopo la Rivoluzione di ottobre e che ha varcato le porte del Vaticano, nello storico incontro del 1° dicembre 1989 con san Giovanni Paolo ii , culmine di un capolavoro diplomatico iniziato dal Papa polacco, subito dopo la sua elezione nel 1978. Da un lato il Papa che ripeteva «l’uomo è chiamato alla libertà» e, dall’altro, il segretario di un partito che aveva fatto dell’ateismo e della repressione della libertà di culto, uno dei capisaldi dei regimi dell’Europa dell’Est che si stavano sbriciolando come il Muro di Berlino, abbattuto poco meno di un mese prima.

Il primo ministro britannico, Margaret Thatcher, ricevette Gorbaciov il 16 dicembre 1984, ancor prima della sua ascesa al potere. Fu un faccia a faccia molto positivo e stranamente “caloroso”. Gorbaciov, al suo primo viaggio in un Paese occidentale, si presentò in modo del tutto inedito: favorevole al confronto e al dialogo, bravo a comprendere le ragioni della sua interlocutrice e, soprattutto, con un tratto umano totalmente diverso rispetto ai suoi predecessori. Thatcher, brava a cogliere la novità, fu così favorevolmente colpita che, al termine dell’incontro, si lasciò andare a una clamorosa dichiarazione con la stampa britannica: «Spero diventi il nuovo leader dell’Urss». E così avvenne. Gorbaciov ereditò un Paese in crisi soffocato dalla burocrazia del sistema politico, dalla corruzione e da una profonda crisi economica. Uno Stato che controllava tutta l’Europa Orientale, che, con l’invasione dell’Afghanistan del 1979, proseguì la sua politica imperialista e che contendeva con gli Stati Uniti il primato dell’arsenale nucleare mondiale a fronte di una spesa militare astronomica.

Nel 1985 Gorbaciov, eletto a cinquantaquattro anni segretario del Pcus, mostrò subito di essere un leader diverso, scese in strada per ascoltare i cittadini, confrontandosi con loro. Avviò una dura lotta contro l’alcolismo perché causava una scarsa produttività sul lavoro. Comprese che l’Urss aveva bisogno di una profonda riforma interna e di un radicale cambiamento delle relazioni internazionali, avviate e consolidate dai tempi di Breznev. Il 19 novembre 1985, a Ginevra, incontrò il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. Tra i due ci fu subito grande empatia e, così, anche tra le mogli. Gorbaciov, infatti, portò con sé la sua Raissa e, anche questo, fu un segno del cambiamento dei tempi. Una rivoluzione nella rivoluzione. Gorbaciov apparve un innovatore, comunicava in modo diverso, trasmise grande energia positiva. Reagan e l’intelligence americana, dopo una iniziale diffidenza, compresero che si potevano fidare di lui. Fu per questo che i due leader mondiali ratificarono, nel giro di pochi anni, alcuni accordi storici per la riduzione delle spese militari.

Nel frattempo, furono due gli episodi che mostrarono tutti i limiti interni dell’Urss e che spinsero Gorbaciov a velocizzare il suo processo di riforme: il disastro nucleare della centrale di Chernobyl del 26 aprile 1986 e l’atterraggio di un aereo privato, il 28 maggio 1987, pilotato dal diciannovenne aviatore tedesco Mathias Rust sulla Piazza Rossa. Le parole d’ordine divennero due: perestrojka e glasnost, “ristrutturazione” e “trasparenza”. Un processo di cambiamento possibile anche grazie ai risparmi per le spese militari. Fu avviata una prima autonomia sui piani di produzione delle fabbriche e cominciò il processo di liberalizzazione dei prezzi e delle piccole imprese. Contemporaneamente la morsa della censura cominciò ad allentare.

Dopo settant’anni di duro regime, iniziò un processo di cambiamento che divenne inarrestabile ma fu anche la causa del declino politico di Gorbaciov. L’allentamento della dittatura fece emergere le spinte nazionalistiche e indipendentiste prima delle Repubbliche Baltiche e, via via, poi degli Stati satelliti. Iniziarono i primi problemi etnici nel Caucaso ed affiorò anche una forte corruzione dell’oligarchia locale nelle province più lontane da Mosca. L’impero sovietico si stava sfaldando e Gorbaciov non poté opporsi alla caduta del Muro di Berlino, che avvenne il 9 novembre 1989, e alla riunificazione della Germania, un anno più tardi il 3 ottobre 1990. Gorbaciov, al quale fu conferito il Nobel per la pace proprio il 15 ottobre di quello stesso anno, divenne vittima della sua stessa “rivoluzione”. La perestrojka e la glasnost non avevano prodotto i risultati sperati in Unione sovietica. Fu così che si arrivò al clamoroso golpe del 19 agosto 1991 a poco più di un anno dalla sua elezione a Presidente dell’Urss, divenuta una sorta di Repubblica presidenziale. Gorbaciov, tradito da una buona parte dei suoi collaboratori, fu arrestato ma, grazie all’intervento di Eltsin, tre giorni dopo, tornò a Mosca. La sua parabola politica, però, era finita. Il 25 dicembre di quello stesso anno Gorbaciov lasciò la guida del suo Paese. Un processo inarrestabile.

Resta il ricordo di un politico decisivo nella storia delle relazioni internazionali del xx secolo e che, nonostante i suoi limiti e i suoi errori, ha mostrato sempre grande dignità, anche nei momenti più duri della sua vita privata, quando, nel settembre del 1999, una grave forma di leucemia, gli portò via la moglie Raissa, il suo grande amore. Le lacrime di dolore nel giorno del funerale e il disco a lei dedicato con le sue canzoni preferite da lui cantate, rimangono espressione di un immenso amore che ha fatto di questo leader sovietico un politico dal volto umano.

di Tommaso Liguori