· Città del Vaticano ·

Verso il viaggio del Papa in Iraq

Ezechiele
profeta dello Spirito di Dio
ci attende

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02 marzo 2021

In Iraq, presso l’antica Babilonia, esiste un sito storico caro ad ebrei, cristiani e musulmani: la tomba del profeta Ezechiele, simbolo di visioni e profezie; il prossimo viaggio del Papa in Mesopotamia porta una visione di convivenza tanto necessaria nel Medio Oriente e in Iraq. Il cardinale Fernando Filoni — gran maestro dell’Ordine del Santo Sepolcro e già nunzio apostolico in Iraq — ci dona una riflessione ispirata da questo luogo sacro che egli conosce bene, essendovisi recato in pellegrinaggio.

Nella primavera del 2002, accompagnato da alcuni amici iracheni, andai pellegrino a Kafel-al-Hilla. Non lontano sorgono i resti dell’antica Babilonia dei Caldei; più a sud, ad al-Najaf risiede oggi l’alta autorità spirituale degli Sciiti, il Grande ayatollah Al-Sistani, che il 6 marzo sarà visitato da Papa Francesco. A Kafel-al-Hilla si trova un’antica sinagoga con scritte in ebraico ben visibili, meta di pellegrinaggi di musulmani e dei pochi cristiani che si avventurano fin là, ma di nessun ebreo, da quando le ultime comunità furono espulse dall’Iraq a seguito delle guerre arabo-israeliane negli anni ’80. Qui una tradizione indica l’esistenza della tomba di Ezechiele profeta. Il luogo è sacro. Il sepolcro è circondato da una grata che lo protegge; questo è un sito di preghiera, molto amato dalle donne sciite che vi si recano per chiedere aiuto per una maternità incipiente o in fase conclusiva. Qui Ezechiele profeta è, dunque, venerato. Se a Ninive si dice che aleggi lo spirito di Giona, il predicatore della conversione, nella regione dell’antica Babilonia aleggia quello di Ezechiele, sacerdote deportato nel 597 a.C. con Joaiachin, re di Giuda. In questa terra Ezechiele fu compagno di vita di depor-tati.

Biblicamente parlando, è il profeta dello Spirito di Dio, che, con visioni grandiose, esortava gli esuli, consolava ed educava alla speranza, ricordando che Dio stesso darà «un cuore nuovo e uno spirito nuovo» (Ez 11, 19). È stato scritto che Ezechiele predicava la benevolenza divina, la quale previene il pentimento: siamo sulla soglia della grazia (P. Auvray). Ma del profeta si ricorda in particolare la grandiosa visione della pianura di ossa aride (cfr. Ez 37, 1-14) che si animano e riprendono fattezza umana, tanto da formare una moltitudine sterminata di esseri viventi; questa visione porta con sé, e per sempre, un oracolo del Dio altissimo.

Nei giorni bui di Isis, quando nell’estate del 2014 veniva occupata Mosul e poi la Piana di Ninive, e migliaia di cristiani, yazidi e musulmani fuggivano cercando scampo nel Kurdistan orientale e settentrionale, il Papa concepiva l’idea di un viaggio tra quei disperati. L’instabilità dell’Iraq ha procrastinato lungamente questa visita apostolica. Ancora oggi non mancano preoccupazioni; anche il covid-19 ne ha aggiunte. Ma non si può andare a manifestare solidarietà attendendo solo tempi felici. La speranza di pace, di concordia, di convivenza in una terra troppe volte sconvolta dagli odi, fa tornare alla mente le parole di speranza di Giona a Ninive ( viii sec. a.C.), di Nahum nell’Assiria ( vii sec. a.C.) e di Ezechiele a Babilonia ( vi sec. a.C.).

La solidarietà è apprezzata specialmente in tempi di difficoltà. Nel tempo dell’afflizione Dio visita il suo popolo ricorda il Libro dell’Esodo (4, 31) e al tempo di Gesù, la folla costatando il bene da lui compiuto, commentava: «Il Signore ha visitato il suo popolo» (Lc 7, 16).

In Iraq ancora oggi c’è bisogno di visione e di profezia; c’è bisogno della visita del Papa, di questo evento di vita che la visita pontificia — che non è un atto personale ma è di tutta la Chiesa — porta con sé. È un soffio caldo, che ridà vita ai tanti martiri e alla fede di numerosi cristiani uccisi, perseguitati e discriminati; ma anche ai tanti uomini e alle tante donne di altre espressioni etnico-religiose che ugualmente hanno sofferto violenze. C’è bisogno di ricomporre le innumerevoli fratture di questo popolo e di questa terra. C’è bisogno che i cristiani, gli yazidi, i mandei e tutte le altre minoranze insieme a sciiti e sunniti trovino una civile convivenza nel rispetto dei diritti per tutti. Essere fratelli è possibile se c’è lo Spirito di Dio. La visita del Papa, come era nel desiderio di Giovanni Paolo ii (2000), può essere il seme ricco di vita, che darà frutto. Sta prima di ogni altro al popolo iracheno assumerne la responsabilità e a tutti contribuirvi.

di Fernando Filoni