· Città del Vaticano ·

Questo mese L'intervista

Il senso delle donne
per la diplomazia

Francesca Di Giovanni con Papa Francesco (Foto gentilmente concessa da Alessia Giuliani/Cpp)
06 marzo 2021

Il sottosegretario Francesca Di Giovanni: attuare la volontà del Papa sul ruolo femminile richiede tempo. E pazienza


Donna, esperta nel settore multilaterale, Francesca Di Giovanni occupa una funzione apicale in seno alla Segreteria di Stato della Santa Sede. Da diversi mesi ormai, il suo nome è conosciuto ben aldilà delle Mura Leonine. Sottosegretario per il Settore Multilaterale della Sezione per i Rapporti con gli Stati, è una delle quattro donne menzionate dal Papa nel suo libro Ritorniamo a sognare quando spiega le sue nomine femminili. Eppure Francesca Di Giovanni vive questa sua condizione con grande semplicità: «La mia nomina, il 15 gennaio 2020 da parte del Santo Padre, mi ha sorpresa perché finora non c’era stata una donna sottosegretario in Segreteria di Stato mentre in altri dicasteri sì. La Segreteria di Stato è un ufficio al diretto servizio del Santo Padre che tratta questioni anche molto complesse e delicate. Generalmente, il ruolo era ricoperto da un prelato di ruolo diplomatico. Quindi, indubbiamente, è una novità, anche se io ho continuato dallo stesso giorno della nomina a lavorare nel settore nel quale lavoro da 27 anni e che mi è familiare. È cambiato solo il ruolo».

Secondo lei questa sua nomina ha costituito un segnale importante per quanto riguarda il contributo professionale delle donne in Vaticano? Si è parlato di un passo avanti senza precedenti.

Sì, penso che questo sia un segno di grande attenzione del Santo Padre per il ruolo delle donne in generale e quindi di maggiore attenzione per il contributo che le donne possono dare anche in Vaticano e in vari campi dove la Chiesa opera. Già ci sono da tempo donne che vengono delegate per seguire negoziati a nome della Santa Sede, oppure che vengono interpellate per la loro preparazione specifica professionale o scientifica. Senz’altro, da quando sono entrata in Segreteria di Stato, molto è cambiato e via via la presenza femminile si è fatta più numerosa.

Quando parla della necessità di riconoscere più spazio alle donne, Francesco aggiunge che non è solo una questione "funzionale", di incarichi. Queste parole suscitano a volte incomprensione, perplessità? Lei come vede le cose?

Mi sembra che la sua intenzione non sia quella di relegare le donne a un ruolo subalterno ma di riconoscere che ci sono compiti diversi nella Chiesa. Quando parla di associare le donne a processi decisionali, non ci può essere dubbio. Logicamente, penso che questa volontà del Santo Padre richieda tempo per realizzarsi pienamente, che richieda anche maggiore conoscenza dell’apporto che reciprocamente ci si può dare, e anche pazienza. Il lavoro nelle strutture della Chiesa, e forse ancora di più in Vaticano, riguarda un discorso non solo tecnico legato a particolari professionalità, ma suppone una conoscenza e una condivisione degli aspetti dottrinali ed etici della Chiesa e, a mio parere, un desiderio ed un impegno concreto a tradurre questi alti principi nel concreto e direi “cordiale e corale” svolgimento del lavoro quotidiano. Gli esperti, teologi, giuristi, come anche il Santo Padre ha chiesto, potranno studiare — spero in tempi non troppo lunghi — i ruoli che le donne possono svolgere all’interno delle strutture della Chiesa. Però, alla base, mi sembra che dovremmo tutti interrogarci sui compiti di responsabilità all’interno della Chiesa che sono comunque sempre compiti di servizio per il Regno di Dio e per i fratelli. Si vuole evitare da un lato il clericalismo, però, dall’altro lato non bisogna neanche cadere in una brutta copia di clericalismo al femminile.

Si può dire che “la valorizzazione femminile fa parte di una visione più ampia di popolo di Dio, dove centrale è il comune battesimo”?

Siamo in questo processo. Ci sono ancora tante ricchezze del concilio Vaticano ii che dovremmo attuare, tante indicazioni. Io penso che una responsabilità in un settore o in un altro sia legata più al compito che al fatto di essere uomo o donna.

Lei si occupa del settore multilaterale, prioritario per la Santa Sede. In questo campo il fatto di essere donna è un valore aggiunto? Esiste una maniera “femminile” di affrontare i negoziati, i confronti, la ricerca di soluzioni?

Innanzitutto, oggi si dice che il multilateralismo è in crisi. Anche la stessa funzione del multilateralismo è messa in discussione dalle ombre di un mondo chiuso, come dice il Papa, dai nazionalismi, da interessi egoistici emersi soprattutto negli ultimi tempi. D’altra parte, quasi tutti sono pure consapevoli che il multilateralismo ha una funzione essenziale. In questo contesto, il ruolo della Santa Sede è importante perché nell’ambito della comunità delle nazioni e presso le organizzazioni internazionali promuove relazioni pacifiche e giuste tra gli Stati, sia riguardo ai rapporti tra gli Stati, sia riguardo ai grandi temi.

Per rispondere invece alla sua domanda, anche se non si può generalizzare, una donna può avere determinate attitudini per trovare punti condivisibili per curare i rapporti, ad esempio, per intuire percorsi di dialogo, intuire dove potere intervenire e cercare l’unità con creatività ma anche con una certa caparbietà!

Ha l’impressione che nella Curia romana le donne abbiano ancora difficoltà a fare accettare le proprie idee? Sta cambiando la mentalità, o ci vorrà molto tempo ancora?

Penso che la capacità di ascoltare le donne — e non solo — da parte di chi ha responsabilità in Vaticano dipende da molti fattori, molto dalla formazione dei sacerdoti. Per quanto mi riguarda, ho sempre trovato una grande apertura. In altre situazioni l’esperienza può essere diversa, questo io non lo metto in dubbio. Mi sembra che in questi casi, si possano ottenere dei risultati in questo senso con una collaborazione aperta e competente.

Quali sono i suoi principali campi di azione, le sue preoccupazioni più importanti in questo particolare momento storico?

Molti temi che si seguono nell’ambito del multilateralismo sono in realtà legati tra di loro. Se pensiamo ad esempio alla pandemia, dobbiamo anche pensare contemporaneamente all’aumento della povertà oppure all’insufficienza alimentare. Oppure, se pensiamo allo sfruttamento delle materie prime e dell’ambiente naturale, si può pensare contemporaneamente alla corruzione, o alla violazione dei diritti umani. E poi quest’anno in particolare, gli Stati si confrontano con decisioni molto importanti per la stessa sopravvivenza della vita umana sul pianeta a causa dei cambiamenti climatici. Ci sarà a novembre la Cop 26. Anche qui la Santa Sede si sta impegnando con molta decisione e molta generosità. Ci sono delle questioni molto delicate da definire nell’ambito del disarmo nucleare. E Papa Francesco — l’abbiamo visto con l’enciclica Fratelli tutti — vede l’umanità come una famiglia che si protegge e si salva se è unita.

Questa pandemia ha accentuato le violenze contro le donne, particolarmente nell’ambito familiare. La lotta per la dignità delle donne fa parte del suo lavoro?

È un impegno che ci siamo presi con molta decisione, perché venga riconosciuto il pieno rispetto dei loro diritti e della loro dignità. Viviamo in una società in cui giustamente si chiede la parità dei diritti con gli uomini, l’accesso al progresso alla conoscenza, al lavoro…però dall’altro lato si propongono dei modelli di assoluto disprezzo per la dignità della donna. A volte si deride chi opera una scelta libera a favore della maternità e della famiglia di fronte ad altre, più allettanti da un punto di vista professionale. Altre donne professionalmente capaci vengono invece impedite di raggiungere il livello lavorativo o un compenso adeguato. Qui voglio ricordare l’immensa opera di bene di molte religiose in tutte le parti del mondo per aiutare le donne abusate, schiavizzate, costrette a prostituirsi. Lo fanno molte volte nel silenzio e con un grandissimo rischio personale. E poi, anche tutta l’opera che la Chiesa fa per l’educazione e la formazione. Perché anche questa è un importante strumento di contrasto alla violenza e ai soprusi.

Il suo augurio, la sua speranza, il suo sguardo di fede sulla situazione attuale?

Mi è piaciuta molto l’enciclica Fratelli tutti. Il Papa ci mette davanti una bellissima meta, questa fratellanza universale, che, logicamente, comprende donne e uomini, san Francesco non escludeva nessuno! È un impegno che comincia nel quotidiano, dai rapporti che ciascuno di noi ha, per estendersi poi agli ambiti di impegno professionale o di impegno sociale dove ci troviamo, a qualsiasi livello. Logicamente, nella situazione attuale non è facile, non possiamo nascondercelo ed essere naïf, ma abbiamo una meta ed una speranza grande, di cui siamo anche responsabili.

E io ho fede che se noi cerchiamo di fare la nostra piccola parte e se Lo lasciamo fare, il resto lo fa Dio.

di Romilda Ferrauto