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Spunti di riflessione

Gesù era figlio del suo tempo

«Gesù e l’emorroissa», Catacombe dei SS. Marcellino e Pietro, III secolo Roma (Wikimedia commons)
06 marzo 2021

Si sente spesso dire che nel contesto ebraico di Gesù le donne erano emarginate e considerate impure e che Gesù ha liberato le donne da un patriarcato oppressivo. Tale immagine non solo non è corretta, ma distorce sia la cultura ebraica sia Gesù. Priva le donne dell’espressione della loro personalità e, travisando le funzioni rituali della purificazione, rende le donne oggetto di paura. Lungi dall’essere emarginate e messe a tacere, le donne ebree che incontrano Gesù lo fanno a partire da posizioni di indipendenza, forza e fede. Non lo temono, come lui non teme loro. Ecco tre esempi di simili donne.

Anzitutto l’emorroissa di Marco 5, 29-34 (cfr. Matteo 9, 20-22; Luca 8, 43-48). L’interpretazione comune è che si tratta di una emarginata, che la legge ebraica chiede di isolare perché ritualmente impura. Ma se fosse stata isolata, non avrebbe consultato dei medici (Marco 5, 26; Luca 8, 43); se fosse stata emarginata, la folla intorno a lei di sarebbe aperta come il Mar Rosso.

Tutte le persone sono ritualmente impure – il che non equivale al peccato – per un motivo o per l’altro. L’impurità di solito è temporanea e la purità viene facilmente ripristinata attraverso l’immersione in un mikveh, un bagno rituale. L’emorroissa è un’eccezione perché il suo sanguinamento non è regolare. Gesù non cancella le leggi sulla purità; piuttosto, guarendo la donna le restituisce sia la salute sia la purità.

In effetti, il “lembo” che la donna tocca (Matteo 9, 22; Luca 8, 44) mostra la fedeltà di Gesù alla legge ebraica. Numeri 15, 38-39 dispone che gli uomini ebrei «si facciano […] fiocchi agli angoli delle loro vesti» affinché si ricordino «di tutti i comandi del Signore per metterli in pratica». Quando Gesù afferma “la tua fede ti ha guarita” (Matteo 9, 22), non conferma solo la fede della donna in Dio, ma anche la sua fiducia in se stessa: è stata lei a prendere l’iniziativa di avvicinarsi a Lui.

Il secondo esempio trova Gesù nella sinagoga come al solito nello shabbat. Improvvisamene vede una donna che non è capace di drizzarsi in alcun modo. Probabilmente si è fatta largo per trovare posto davanti a lui. Quando Gesù la fa raddrizzare, il “capo della sinagoga” si lamenta perché avrebbe potuto aspettare fin dopo la fine dello shabbat. Gesù però considera il caso della donna una questione di vita o di morte. Dice che satana l’ha tenuta legata diciotto anni, e il numero è importante. Le lettere ebraiche hanno un valore numerico (per esempio A = 1, B=2). Le lettere che sommate fanno 18 compongono la parola chai, ovvero “vita”. Raddrizzando la donna, Gesù le restituisce la vita.

Il terzo esempio è la suocera di Pietro, che Gesù guarisce da una febbre (Matteo 8, 14-15; Marco 1, 30-31; Luca 4, 38-39). Lei poi si mette a “servire” Gesù. La parola greca per “servire”, diakoneo, è all’origine del termine “diacono”. Lo stesso termine è alla base del riferimento che Paolo fa a Febe come “diaconessa della Chiesa di Cencre” (Romani 16, 1). Quando Gesù afferma “ il Figlio dell'uomo […] non è venuto per essere servito, ma per servire” (Matteo 20, 28; Marco 10, 45; cfr. Luca 22, 27), ripensiamo alla suocera di Pietro, la prima persona nei Vangeli a fare da modello per tale ministero.

Il Nuovo Testamento ci racconta moltissimo sulle donne ebraiche: appaiono nelle sinagoghe e nel Tempio di Gerusalemme (alcune iscrizioni antiche menzionano donne “capo della sinagoga”). Erano riconosciute come profeti (Anna in Luca 2, 36; la figlia di Filippo in Atti 21, 9), e Paolo ricorda la sua parente Giunia tra gli “apostoli insigni” (Romani 16, 7). Marta (Luca 10, 38) e Maria, Madre di Giovanni detto Marco (Atti 12, 12) possedevano case. Le donne ebraiche avevano accesso al proprio denaro (l’emorroissa; le patrone in Luca 8) ed erano libere di viaggiare (Maria visita Elisabetta; le donne si recano al sepolcro). Alcune lavoravano nell’ambito tessile (Tabità in Atti 9, 36-40; Lidia in Atti 16, 14).

Quando Gesù coinvolge le donne – parlando con loro, guarendole, servendole e accettando il loro servizio – segue i profeti Elia ed Eliseo. Quando racconta parabole sulle donne – la donna che ha smarrito una moneta, la vedova che minaccia un giudice, e così via – segue la tradizione ebraica, che ha narrato storie su Rut ed Ester, Giuditta e Susanna. Le donne non seguivano Gesù perché ritenevano che ci fosse qualcosa di sbagliato nell’ebraismo. Lo seguivano per la stessa ragione per cui lo facevano i loro amici e parenti uomini: trovavano avvincenti i suoi insegnamenti, egli curava le loro malattie; trovavano pace alla sua presenza. Chiaramente non abbiamo nulla da temere nel riconoscere non soltanto la fedeltà di quelle donne ebraiche, ma anche la loro tenacia, il loro coraggio e le loro azioni indipendenti.

di Amy-Jill Levine