· Città del Vaticano ·

Periodi bui

Dopo e oltre le streghe

Edouard Moyse, «Inquisizione», dopo 1872, Jewish Museum, New York (Wikimedia commons)
06 marzo 2021

Donne e Inquisizione: una rilettura fuori dalla leggenda nera


«C’è la strega! Arriva la strega! A morte! Al rogo! Preparate il fuoco! Accendete il camino!

È arrivata la strega!». Questo urlavano dalle strade, dalle case e dai balconi gli abitanti di Zardino, nel bel romanzo di Sebastiano Vassalli La chimera, all’arrivo della carrozza con la giovane donna che sarà bruciata sul rogo. un giorno qualsiasi del diciassettesimo secolo e Antonia è una ragazza qualunque, che ha la sola colpa di essere bella, intelligente e di mandare, nella sua pur semplice vita, segni di un non gradito anticonformismo. Questo basta al parroco e agli abitanti del paese per definirla una strega e per farla ardere sul fuoco.

Quante Antonie ci sono state nella storia? Quante donne sono state definite streghe e hanno subito una morte atroce? Nella letteratura se ne trovano tante. Storie drammatiche e sconvolgenti quelle raccontate da Vassalli, Manzoni, Eco, Sciascia (le prime che vengono in mente a chi scrive).

Tante anche nel cinema. Ricordate la strega del meraviglioso Dies Irae di Theodor Dreyer? Le streghe fanno parte dell’immaginario, della storia e ritornano spesso anche nella cronaca. Di recente la diocesi cattolica di Eichstatt in Baviera ha chiesto scusa per la caccia a donne innocenti che si era svolta in Germania tra il quindicesimo e il diciottesimo secolo. Accusate di cospirazione col diavolo erano state colpite 25.000 persone in maggioranza donne. «Una ferita sanguinosa nella storia della nostra Chiesa» ha detto il vescovo Gregor Maria Hanke.

I più recenti studi del Vaticano danno però oggi altri numeri e altri giudizi. La commissione storico-teologica istituita per il Giubileo i cui risultati sono stati resi noti nel 2004, ha sfatato con dati alla mano la “leggenda nera” che ha avvolto per secoli l’Inquisizione, il tribunale ecclesiastico voluto da Paolo iii . Solo quattro anni prima, in occasione del Giubileo, Giovanni Paolo ii aveva chiesto solennemente perdono per i peccati commessi dalla Chiesa ma gli esperti, che nel frattempo erano al lavoro, hanno reso noto che i dati sull’operato dell’Inquisizione non erano quelli che si credevano, che la caccia alle streghe non aveva i numeri che per secoli erano stati diffusi. È vero in quegli anni ci furono decine di migliaia di processi, ma solo 1,8 per cento si concluse con il rogo, i ricorsi alla tortura non furono così frequenti. Un esempio: su 125.000 processi dell’Inquisizione spagnola solo 59 finirono con la condanna al rogo. L’Inquisizione portoghese ha bruciato 4 persone e quella italiana 36.

Complessivamente i roghi non hanno superato il centinaio.

Non sono state quindi — come si è creduto per secoli — le fattucchiere, le fornitrici di pozioni magiche, le adoratrici di Satana, le protagoniste dei sabba o, come è probabile, le donne esperte di erbe e di medicamenti che esercitavano la medicina popolare, le levatrici, l’oggetto dei timori della Chiesa. Non sono state loro le donne di cui la Chiesa ha avuto paura fra il sedicesimo e il diciottesimo secolo.

E allora?

La lotta alle streghe, i roghi, la violenza contro donne innocenti — che c’è stata ed è stata sicuramente cruenta — si è svolta, ma soprattutto nel Medioevo non nei secoli seguenti, quelli dell’Inquisizione, che sono stati oggetto di studio della commissione vaticana. E sul Medioevo la documentazione è scarsa. O forse i dati non sono stati ancora sufficientemente studiati. Sono comunque meno chiari di quelli dei secoli che seguirono e che rivelano altre paure, altre lotte, altre discriminazioni.

È avvenuto così che nel momento in cui un sipario si è chiuso raccontando una diversa verità sull’Inquisizione un altro telone si è alzato, mostrando una scena ancora più sorprendente e raccontando una storia perfino più tragica e più interessante. Alejandro Cifres, direttore dell’archivio della Congregazione per la dottrina della fede che nel giugno del 2014 ha ospitato una giornata di studio sull’Inquisizione e le donne, descrive con parole chiare il nuovo scenario. «Nell’età moderna cioè dal sedicesimo al diciottesimo secolo — dice — le streghe, i roghi sono stati episodi isolati e periferici. Ben altre allora erano le preoccupazioni della Chiesa». E altre furono le donne di cui la Chiesa ebbe timore e che represse. L’Inquisizione era un organo «razionalista, cauto moderato». Ben lontano, quindi, dalla immagine che ne è stata data nei secoli, e non era preoccupata di poche e marginali figure femminili ma «della riforma protestante che dilagava in Europa, conquistava grandi paesi». Era, quindi, impegnata soprattutto nella lotta all’eresia. Ed era attenta e preoccupata di arginare il fenomeno dell’affettata santità, delle mistiche, del potere dei monasteri, della libertà di espressione ampiamente esercitata dalle donne che con l’eresia confinava e nell’eresia poteva sconfinare. Il tribunale ecclesiastico si impegnò quindi non contro ingenue popolane esperte di erbe o con un cattivo carattere ma «contro il carisma femminile che influenzava fortemente la società, la chiesa e la politica».

Il genio femminile – riconosciuto qualche secolo dopo da Giovanni Paolo ii – in quei secoli si sviluppava in modo imprevisto, l’Inquisizione era diffidente, indagò, condannò, e, soprattutto la sottopose ad un ferreo controllo.

«Non userei la parola “paura” — dice Cifres — piuttosto “prepotenza”. La Chiesa, in quegli anni, pensava di controllare tutto, aveva una eccessiva fiducia in se stessa e diffidava di chi aveva potere. Le donne il potere lo avevano, i conventi lo esercitavano, le suore erano tante ed erano protagoniste. Per questo andavano arginate».

La paura delle donne — o la prepotenza della Chiesa nei loro confronti — all’inizio dell’era moderna fu ampia e seria. La scena di quei secoli si popola di protagoniste poco conosciute che solo da qualche anno si cominciano a scoprire e a studiare. Dal tribunale ecclesiastico furono messe sotto accusa soprattutto le «finte sante, le donne portatrici di profezie e di nuovi valori — conferma Gabriella Zarri, storica, autrice della ricerca Le sante vive — donne che godevano di prestigio religioso e politico, ritenute capaci di eventi miracolosi e con grande seguito popolare». Le ritroviamo, raccontate con cura e attenzione, nel testo Donne e Inquisizione, il volume curato da Marina Caffiero e Alessia Lirosi. E sono talmente numerose, hanno una mentalità così flessibile ed elastica, fino all’aperta e ripetuta trasgressione, che, scrive Marina Caffiero, «gli archivi della repressione sono anche quelli che testimoniano la libertà. La forza più che la debolezza delle donne».

Ci si perde nelle centinaia di storie, di biografie, di narrazioni. Ma il quadro complessivo si delinea con sufficiente chiarezza. Chi sono dunque gli esseri femminili che l’Inquisizione vuole controllare e reprimere? Nel Cinquecento le sante vive o le “beate del principe” o le sante di corte che nell’Italia centro settentrionale attraverso il loro carisma danno prestigio a chi regna. Intervengono quindi con forza nella sfera politica e determinano le decisioni del potere.

La controriforma le spazza via, il modello delle gerarchie ecclesiastiche non ammette carisma e profezia, lo coniuga con la naturale debolezza delle donne, lo guarda con sospetto e, soprattutto, la controlla nei chiostri dove la religiosità femminile e la sua trasgressione è sottoposta alle regole rigide esercitate dai confessori. Che vogliono controllare tutto ma non riescono. Non riescono, ad esempio, a sorvegliare la scrittura nella quale — racconta Marina Caffiero — rimane forte l’aspirazione al prestigio e al potere nonché un modello di santità tutto femminile che anche nel Seicento riesce a trovare la strada per imporsi. «Lo spirito profetico deborda dalle mura claustrali», spiega la storica e le visionarie e le profetesse continuano ad affermarsi «come figure della venerazione locale, del pellegrinaggio popolare, di devozione anche da parte di religiosi». Guadagnano, quindi ancora una volta autorità e potere. Ancora storie sconosciute e affascinanti, di nobili e di popolane che propongono una loro idea di santità, che affermano doni profetici e poteri carismatici.

Che la Chiesa le tema e comunque voglia controllarle e metterle a tacere. Che esse nel momento in cui l’eresia di Lutero si diffonde possano essere ritenute pericolose per la gerarchia e usurpatrici del sacro maschile è persino ovvio. Meno ovvia è la resistenza che continua nei secoli, la pervicacia con cui si ripropone la trasgressione di una religiosità e di un carisma femminile. «Alla fine del Seicento il profetismo – è sempre Marina Caffiero che lo afferma – è la via obbligata dell’espressione religiosa delle donne data l’esclusione dal sacerdozio e dalla parola pubblica e ufficiale».

Esso resiste anche al secolo dei lumi, al razionalismo del 700 che mette in scena nel palcoscenico, in cui da secoli si volge la lotta fra carisma e gerarchia, nuove protagoniste. Sono le convulsionarie, le donne che attraverso il linguaggio del corpo, ancora una volta, vogliono influire sulle scelte e pretendono di orientare vita e valori. Sono loro che cercano di fermare l’arretramento della Chiesa di fronte alla modernità. Ma non per questo il sospetto nei loro confronti si attenua. Anche se attaccata da una modernità che la vuole emarginare la Chiesa continua ad aver paura delle donne. Che nel diciottesimo secolo e poi anche nel diciannovesimo continuano a rimanere “streghe” cioè sovvertitrici reali o potenziali di un ordine che non le contempla. E che, anche se non vengono portate al rogo, sono tenute ai margini.

Proprio alla luce della storia e delle storie è peregrino chiedersi: quanto di quella paura è rimasta ancora oggi? Quanto determina ancora comportamenti e decisioni?

di Ritanna Armeni