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Con gli occhi di Sara

Rovine della città di Ur-Nassiriyah. Iraq meridionale (Wikimedia Commons)
06 marzo 2021

Nella piana di Ur, terra di Abramo e della sposa


Quando Abramo partì da Ur per andare verso la terra di Canaan non era solo; accanto a lui c’era una bellissima donna, presa, oltre le consuetudini, all’esterno del clan. Intreccio di silenzi e passioni, attese e frustrazioni, imprese e inganni, dalle pagine bibliche che ce la consegnano, la storia di Sara pare rifrangersi nelle vicende di tante donne di oggi.

Non c’è spazio nel cammino di Sara per la fierezza d’esser stata scelta. Introdotta nella famiglia di Abramo, si trova ben presto invischiata in un sistema di relazioni oppressive, instaurate dal narcisismo del suocero.

Nel nomignolo con cui è chiamata è iscritto il segno di questa situazione: non «Sara», la «principessa», ma «Sarai», dove il finale in «i» indica il possessivo «mio» che, rinchiudendola nell’altrui possesso, le toglie dignità e capacità di reazione. Non è solo lei, in quanto donna, a essere inglobata, lo è anche il marito; mentre questi, però, assorbe la modalità relazionale in cui è immerso fino a renderla propria e replicarla, Sara ne soffre fino a manifestare nel corpo i dolori dell’anima e diventare sterile.

È una tragedia. È la tragedia di tante donne quella di Sara: all’inizio vissuta in sordina, nella speranza che non sia vero, nell’incredulità che sia capitato proprio a lei; nell’illusione, forse, di trovare altrove la propria realizzazione; nell’incomprensione dell’uomo che le cammina accanto e che finisce per trattarla come una sorella. È amata, sì, ma non desiderata. Così Sara, presenza a lungo muta accanto al marito, compie lo stesso suo cammino, accumulando rabbia e frustrazione. Se inizialmente lascia che sia lui a decidere di lei, fino a cederla, in cambio di sicurezza e beni, all’harem del faraone, a un certo punto esplode. La vita presenta il conto di tanti anni di accomodamento: lesa nella sua dignità, usata, non si sente più "donna". Senza figli e senza futuro, da dove potrà ricostruire la sua esistenza? Nella ricerca di un colpevole cui imputare un fallimento troppo pesante da sostenere, Sara accusa Dio.

Non solo: le prova tutte. La mancanza diventa un’ossessione. Con un’intraprendenza che non aveva mai manifestato prima, Sara cerca una soluzione umana al suo malessere e spinge tra le braccia di Abramo una donna egiziana, una sua schiava. Spera in quel modo di procurarsi un figlio, in cui proietta la sua realizzazione come donna. Tentativo disperato che minerà pesantemente l’unità della coppia, la soluzione, culturalmente accettata nella Mesopotamia del ii millennio avanti Cristo e non dissimile nella sostanza da procedure mediche odierne, però, non funziona: Agar l’egiziana, rimasta incinta, non è più disponibile all’accordo e vuol trattenersi il figlio e la posizione acquisita. La soluzione escogitata per rimediare al dolore finisce per ampliare lo strazio. Il figlio che nascerà, Ismaele, sarà figlio di Abramo e di Agar, non di Sara. Ritorcendosi contro di lei la situazione, Sara sfida Dio a essere garante del suo diritto. Non è una preghiera quella di Sara, ma il prodotto maldestro dell’astio di chi non si sente considerata da quel Dio della vita con cui il marito è in forte intimità; non è un’invocazione, eppure verrà raccolta. Diventa madre in tarda età Sara, nonostante abbia toccato il limite fisico della vecchiaia, nonostante abbia superato il limite spirituale di chi ha perso la speranza e sotterrato il desiderio. L’intervento di Dio per Sara è la guarigione delle relazioni. Abramo inizia a chiamarla con il suo vero nome, Sara ne esce trasformata. Non è più la donna astiosa e pungente, arrabbiata con Dio e con il mondo, che si vede esclusa dalla vita e si arrabatta per sentirsi donna, usando gli altri e creando con le sue stesse mani i presupposti della propria infelicità; non è più nemmeno l’anziana delusa e disincantata che si sente ormai consumata, consunta e dismessa come un vestito vecchio e logoro e che ride quando la parola della promessa tocca il limite della sua impalpabile fede. L’intervento di Dio ne ha fatto esplodere potenzialità generative: come il suo corpo è reso capace di concepire una vita, così il suo atteggiamento e le sue parole rivelano tenerezza e accoglienza. Con la nascita di Isacco, Abramo e Sara ritrovano sintonia, tra loro stessi e con il Signore.

Unica donna biblica di cui si conosca la durata della vita, Sara muore a centoventisette anni, un numero che evoca una pienezza sovrabbondante. La sua è una vita paradossalmente ordinaria nella sua straordinarietà. Tante “Sare” di ogni epoca vivono lunghi anni nel silenzio all’ombra di uno o più uomini; si spengono negli ambienti che soffocano l’individualità e la libera espressione della propria identità; si adeguano e sopportano, fino a raggiungere il limite e portarne i segni nel corpo; sono disposte a tutto, pur di avere un figlio; scoprono in età avanzata potenzialità di vita; vivono, tra fatiche, incoerenze e proteste, la fede come tormentato cammino. A loro Sara offre una speranza: la visita di Dio si realizza come percorso di autenticità e pienezza, che riporta alla propria identità e rende la vita traboccante.

di Laura Invernizzi
Ausiliaria diocesana (Milano), biblista, 
docente Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale
e Università Cattolica del Sacro Cuore