· Città del Vaticano ·

«Quel che ci è dato» di Marilynne Robinson

Un inno all’imprevedibilità

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27 febbraio 2021

Un assalto al determinismo meccanicistico, un inno alla imprevedibilità della vita: questa potrebbe essere la sintesi di Quel che ci è dato (Roma, minimum fax, 2021, 355 pagine, 18 euro) della scrittrice statunitense Marilynne Robinson. Diciassette riflessioni — introdotte da una bella e suggestiva copertina di Patrizio Marini — su parole del tempo, non solo quello nostro, con Teologia a fare i conti con Realismo, Memoria e Umanesimo, solo per citarne alcuni, della creatrice di Gilead e Lila, ma soprattutto di Le cure domestiche, un racconto che nel 2020 ha compiuto quarant’anni e che ancora oggi manda inquieti bagliori di altro: non semplice storia, che però è narrata con le parole delle storie di sempre, delle poesie di sempre, se a quel sempre diamo il significato di persistenza oltre. Perché qui la Robinson si immette nella strada delle epifanie del giardino di Emily Dickinson, o del bosco di Waldo Emerson, o dell’uomo nuovo di Walt Whitman, alla ricerca di segni nel qui e nell’ora. Percorso insidiato dal pericolo sempre in agguato di sconfinare o nell’unicamente e materialmente umano o nel territorio celeste del Numinoso escludendo per questo l’accidentale e l’impermanente, e che Robinson riesce a tracciare non dimenticando né l’uno né l’altro. La vita come dono simbolo e sineddoche di qualcosa di altro che non possiamo recepire nella sua totalità è quello che viene qui chiamato «datità», e «Il dono delle cose» suonerebbe infatti la letterale traduzione del titolo originale, tenendo conto che le traduzioni, finanche dei titoli, vengono sempre discusse dall’autrice con chi è chiamato a trasporre nelle altre lingue, in questo caso Eva Kampmann, le sue parole.

La centralità del dono è infatti uno dei poli cui ruota intorno il senso di questo lavoro. La ricchezza del non prevedibile, del sogno e della capacità di rinunciare alla vendetta, o alle cose, di amare oltre l’istinto stesso di sopravvivenza è segno per Robinson di qualcosa che non è razionalizzabile a suon di neuroni e molecole Talmente vero che anche nelle teorie delle dinamiche di gruppo si osserva come il risultato della compresenza di un dato numero di persone non è mai uguale alla sua somma matematica: il gruppo non è un’arida cifra numerica, ma una interazione che fa sviluppare sempre nuove imprevedibili dinamiche. Il determinismo non darà mai il senso, scrive Robinson, dei sentimenti che nascono non solo nell’amore, ma di fronte ad un’alba, a un tramonto, ad un semplice albero, un po' come aveva compreso il non credente Pascoli nel rimpianto del fanciullo perduto nel divenire “saggi” ma infelici e aridi uomini.

E qui l’autrice affronta un altro mito rovesciato dall’uomo raffinato e supercritico, quello della perdita di sacralità delle feste religiose, in primis il Natale, che molti sdegnano per il suo consumismo e abitudinarietà. Bene, risponde la scrittrice, rimbocchiamoci le maniche e ricominciamo a dargli un senso noi: un dono fatto con il cuore soprattutto a qualcuno che non se lo aspetta o è in difficoltà è il recupero del senso di quella festa. Siamo noi a decidere di riportarla alla sua originale funzione di memoria nel tempo umano e con umane azioni. Sembra un passo indietro secondo il costume della classe dei colti tristemente spocchiosi che vorrebbero contagiare di quella tristezza anche gli altri, ma Robinson sa bene che cultura non è questo. È anzi un ritorno alla purezza originaria, ai semplici e ai poveri in spirito che hanno molto da insegnarci. Una cultura esibita e fine a se stessa è un segno di una volontà di futile — e tragico — innalzamento, esattamente il contrario, scrive nelle pagine finali, della scelta di farsi uomo di un Dio. Se avesse scelto il trono di Persia, non avrebbe condiviso nulla: facendosi uomo dei dolori ha dato un senso ai poveri, ai malati, agli oppressi, ai condannati senza ragione e rivelato il divino che si cela in loro, non nei potenti. Un po’ come Ruth, una delle due sorelline di Le cure domestiche, che sceglie spontaneamente di condividere la misera vita di una zia vagabonda che si è presa cura di loro dopo il suicidio della madre. Ed anche come accadde in quella florida Assisi dell’età dei comuni, quando il figlio del ricco Pietro di Bernardone scelse gli stracci, i campi, il vagabondaggio. Immagine di Dio nella libertà dalla noia dell’esser sazi e pasciuti e di rispettare le usanze della gente per bene, dal festino amicale di quel tempo alla televisione serializzata e agognata come fine dell’umana giornata di oggi.

Robinson individua l’eccezionalità di Gesù proprio nella sua vita condivisa con i poveri e poi con i predicatori di strada e infine con i profeti braccati dal potere, alla luce soprattutto di Calvino, ma anche di quanti si sono posti il problema della libertà vera, quella di affidarsi alla bontà divina senza troppe paure. La compagnia di Pico della Mirandola, di Locke, di William James, di Shakespeare e di Marlowe non deve imbarazzare, in questo contesto, proprio perché hanno indagato il mistero dell’essere creature in un «tempio», secondo Baudelaire, «in cui pilastri vivi emettono confuse parole».

di Marco Testi