· Città del Vaticano ·

Un libro racconta la storia incredibile dell’obelisco di piazza San Pietro

Il testimone

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27 febbraio 2021

Ci siamo abituati a vederlo lì, al centro della piazza, un tutt’uno paesaggistico con il colonnato del Bernini, la cupola del Michelangelo e la facciata del Maderno. Ma l’obelisco di piazza San Pietro è qualcosa di più di uno strano adornamento esotico circondato da quelle 284 austere colonne e dai 140 santi scolpiti in un marmo seicentesco. Quattromila anni fa lui, l’obelisco, era già stato puntato verso il cielo, quando tutto il resto non era stato ancora nemmeno immaginato. Privo di geroglifici (rarità per un obelisco, mistero nel mistero) è stato testimone muto di eventi che, a conoscerli, farebbero sobbalzare persino il più tranquillo turista che oggi gli concede non molto più di uno sguardo fugace. Eventi che hanno offerto a Paolo Biondi l’ordito avvincente per un romanzo, rigorosamente storico, che ha per titolo, appunto, Il Testimone (edizioni Di Pagina, Bari, 2021). L’autore, giornalista e scrittore, ha già pubblicato altri libri ambientati nella Roma imperiale. Stavolta Biondi si è lasciato incuriosire dalla storia incredibile di questo blocco di granito rosso, fatto scolpire in Egitto dal faraone Nencoreo quasi duemila anni prima di Cristo, come una sorta di ex voto pagano al dio Sole; poi, dopo la conquista romana dell’Egitto, da Eliopoli trasferito per volere di Augusto nel foro di Alessandria e infine, per soddisfare un capriccio dell’imperatore Caligola, trasportato a Roma intorno al 40 d.C. a bordo di una nave imponente, imbottita con tonnellate di lenticchie (sì, proprio lenticchie) per proteggere il prezioso carico dallo sballottio del mare in tempesta. Caligola, amante come il popolo romano delle corse dei cavalli, lo volle nella capitale per abbellire il circo (a quei tempi molto simile ai nostri ippodromi) che stava costruendo oltre il Tevere, ai piedi del colle Vaticano e che poi completò Nerone: fu quindi collocato nella spina, ovvero il muretto centrale del circo attorno al quale gareggiavano i fantini con i loro cavalli o le bighe rese famose dal film Ben-Hur. Dall’alto, in quella posizione al centro del circo, a quante corse l’obelisco egizio avrebbe assistito, quante volte avrebbe visto Incitatus, il cavallo che Caligola voleva fare senatore, sfrecciare davanti a tutti, in un vortice di polvere, scalpiccio di zoccoli e urla del pubblico.

Il personaggio principale del romanzo è Daniele l’ebreo, giovane “silenzioso e sveglio”, con la sua famiglia fuggito dalla Giudea in Egitto; a lui un emissario dell’imperatore chiede di seguire il trasporto dell’obelisco a Roma e una volta giunto nella capitale viene ingaggiato come stalliere di Caligola per la sua abilità nella cura dei cavalli. Daniele prende contatto con la comunità ebraica romana, già radicata a Roma, frequenta la sinagoga che si trovava a Trastevere. Conosce un altro giovane ebreo, di nome Aquila, fabbricante di tende, e la sua promessa sposa Prisca, detta Priscilla, romana, figlia di un senatore. Il romanzo immagina la vita quotidiana di quel gruppo di amici, che diventano ancora più amici quando nella casa di Priscilla avviene l’incontro con Pietro, ebreo di Galilea, che racconta loro di Gesù e li conquista “già prima di parlare, con lo sguardo”. La vita di quel drappello di primi cristiani si intreccia con le vicende storiche. Dopo l’assassinio di Caligola arriva al potere Claudio che espelle tutti gli ebrei da Roma, e allora — racconta Biondi sulla scorta degli Atti degli apostoli — vediamo Aquila (ebreo divenuto cristiano) esule a Corinto con la moglie Priscilla. A Corinto i coniugi conoscono Paolo di Tarso, che lavorerà con Aquila come conciatore di pelli e che poi, finito il periodo dell’esilio, ritroveranno a Roma. Lo stalliere Daniele invece trova riparo a Messina e qui apprende la storia commovente di una lettera di Maria, madre di Gesù, scritta ai primi cristiani dello Stretto e legata con una ciocca dei suoi capelli. Episodio questo di cui non sono giunte nelle nostre mani evidenti prove storiche ma che ha segnato profondamente la storia di Messina, nel cui porto svetta ancora la statua della Madonna della lettera. Non è un testo devozionale, Il Testimone, è un romanzo storico, scritto con la penna esperta e laica di un giornalista di lungo corso, che ha guidato la redazione romana dell’agenzia Reuters. Ma è un libro che fa vibrare corde carissime ai cristiani. Quando immagina, ad esempio, la prima volta che Pietro a Roma vede il circo Vaticano accompagnato all’influente liberto Narcisso e resta ammirato e si informa su cosa fosse quello strano monumento puntato come un dito a indicare il cielo e come mai dall’Egitto fosse arrivato lì, ignaro ancora del destino che lo vedrà morire avendo davanti agli occhi proprio quella stele venuta da lontano, da quel grande Paese in cui il piccolo Gesù trovò scampo dall’ira di Erode.

Dopo l’imperatore Claudio arriva Nerone e inizia un tempo drammatico per i nostri amici. Le pagine in cui Biondi racconta l’incendio di Roma e la cinica decisione dell’imperatore di attribuirne la colpa ai cristiani tengono il lettore col cuore in gola. Daniele l’ebreo, lo stalliere, è avvertito in tempo e riesce a fuggire con moglie e figli (nel frattempo si è sposato) ma non riesce ad avvisare in tempo Pietro e non si dà pace; il primo vescovo di Roma non può mettersi in salvo, viene arrestato insieme con molti altri amici convertiti a Cristo e crocifisso, a testa in giù, perché non si sentiva degno di morire allo stesso modo del suo Signore. Dalla croce, prima di esalare l’ultimo respiro, poteva vedere quell’obelisco che oggi noi ammiriamo distrattamente. Pietro venne sepolto nella necropoli adiacente il circo, e sulla sua tomba, lo sappiamo, verrà edificata la basilica costantiniana. A quel tempo, il 64 o il 67 d.C. — gli esperti non sono concordi sulla data della morte dell’apostolo — l’obelisco si trovava circa trecento metri più indietro rispetto alla posizione attuale, accanto all’attuale ingresso laterale della Basilica. Il circo di Caligola cadde in disuso e venne coperto dalle erbacce. L’obelisco invece rimase al suo posto, per 15 secoli, unico obelisco romano rimasto miracolosamente sempre in piedi e nella stessa posizione. Solo nel 1586 Papa Sisto v volle spostarlo di fronte alla facciata della nuova Basilica in costruzione e ancora priva del successivo colonnato del Bernini. Lui, l’obelisco venuto da Eliopoli, la città del sole, “predestinato ad essere un testimone” annota Biondi, ha continuato e continuerà per chissà quanti secoli ancora a guardare dall’alto volti di pellegrini in preghiera e di Papi che si succedono da duemila anni sulla cattedra del principe degli apostoli, essendo ciascuno di loro solo “servus servorum Dei” un “servo dei servi di Dio”.

di Lucio Brunelli