· Città del Vaticano ·

«Dizionario Bergoglio: le parole chiave di un pontificato»

Un linguaggio
radicalmente pastorale

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26 febbraio 2021

Con un evento online è stato presentato  nei giorni scorsi  il libro di Francesc Torralba Dizionario Bergoglio: le parole chiave di un Pontificato (Edizioni Terra Santa, Milano, 2021, 320 pagine, euro 18). L’autore, docente di filosofia e di antropologia presso l’università Ramón Llull di Barcellona e consultore del pontificio Consiglio per la cultura, ha raccolto in questo volume «alcuni dei termini più originali e caratteristici del magistero sociale di Papa Francesco» con l’intento di promuovere, come si legge nell’introduzione, «la diffusione del suo pensiero sociale e chiarire alcuni vocaboli ed espressioni che, secondo noi, non sempre sono stati interpretati in modo corretto». Pubblichiamo di seguito  alcuni stralci della prefazione firmata dal direttore de «La Civiltà Cattolica» e alcune voci del “dizionario”.

Bergoglio è un grande comunicatore. Lo è non perché adotti strategie specifiche, ma perché si sente libero di essere e di comunicarsi. Il suo messaggio è dunque capace di toccare le persone in modo immediato, diretto, intuitivo. In particolare, la sua capacità comunicativa è radicata in un vissuto pastorale e in una torsione di corpo e di parola.

Torsione del corpo: la sua autorità non si esprime mai in maniera statuaria, ma perfino la sua propria corporeità si sbilancia sull’interlocutore. A volte sembra addirittura che perda l’equilibrio.

Torsione del linguaggio: il Papa ama usare un vocabolario di verbi, ma anche di immagini indimenticabili e di neologismi. Anche il linguaggio perde l’equilibrio della formalità. A volte Francesco usa pronunce inconsuete di parole italiane ma torte in forme dialettali che lui tira fuori dalla memoria dei suoi avi, la nonna soprattutto. In una parola: realizza una comunicazione autentica, disinvolta ed efficace.

Il suo linguaggio è radicalmente “orale” perché radicalmente pastorale. Anche la riflessione scritta è la formalizzazione di un testo che è pensato dentro una interlocuzione. Ecco perché il Papa è sempre dentro l’evento comunicativo, lo crea e lo sviluppa dall’interno: non è l’attore di una parte scritta o di un discorso scritto. Dunque, più che “comunicare”, Papa Francesco crea “eventi comunicativi”, ai quali si può partecipare attivamente.

A questo proposito notiamo una cosa: Papa Francesco e Giovanni Paolo ii sono due grandi figure di comunicatori, ma per motivi opposti, in un certo senso. Giovanni Paolo ii , cultore della densità della parola, e della parola poetica, modellava il gesto al ritmo della parola. Era la parola che faceva fiorire il gesto e il ritmo. Per Francesco è il contrario: è il gesto che sprigiona la parola e la plasma.

C’è dunque una oralità radicale della parola di Bergoglio: la lettera, la corrispondenza, la parola scritta per essere cercata deve portare con sé le radici dell’oralità. E questa oralità è spesso materna, misericordiosa. Per Papa Francesco il predicatore, in modo particolare, è una madre, deve usare un linguaggio “materno”, cioè quello che abbia il sapore originario della “lingua madre”, semplice, dal latino sine plica. La semplicità riguarda il linguaggio che deve essere ben comprensibile per non correre il rischio di essere un parlare a vuoto.

Come si fa ad adattarsi al linguaggio degli altri per poter arrivare ad essi con la Parola di Dio? Risponde il Papa nella Evangelii gaudium: «Si deve ascoltare molto, bisogna condividere la vita della gente e prestarvi volentieri attenzione» (n. 158). Il linguaggio del Papa è molto semplice, immediato, comprensibile da chiunque. Questa abilità viene a Francesco dalla sua vita a costante contatto con la gente.

Francesco parla il linguaggio della vita e della fede, che è ovviamente fraintendibile poiché non procede per rigide argomentazioni logico-formali. Non intende stilare comunicati stampa o dare lezioni; vuole aprire un dialogo. Chi lo accusa di ambiguità non ha capito il terreno esistenziale ed empirico da cui muove il suo discorso. È sulla relazione diretta, autentica e priva di asimmetrie che vive l’incisività e la novità della sua trasmissione del messaggio. In questo senso è un linguaggio radicalmente pastorale.

Ma è proprio questa pastoralità che gli conferisce vibrazione poetica. Il linguaggio bergogliano è ricchissimo in metafore, proverbi, idiomi, di neologismi e figure retoriche che vengono non dal culto della parola elegante, ma al contrario dal gergo, dal porteño, dal parlato di strada assorbito dalla quotidianità o dal rapporto pastorale con i fedeli. Francesco — così come lo è stato Roland Barthes, grande studioso del linguaggio ignaziano degli Esercizi spirituali — sa che dire l’amore, anche l’amore di Dio, significa affrontare il guazzabuglio del linguaggio: quella zona confusionale in cui il linguaggio è insieme troppo e troppo poco, eccessivo e povero. Anche quelli di Francesco, a loro modo, sono «frammenti di un discorso amoroso». È il linguaggio, insieme poetico e popolare, dei Profeti dell’Antico Testamento.

di Antonio Spadaro


Parola di Francesco

Raccolte da Francesc Torralba alcune espressioni
che rappresentano la spina dorsale
del pensiero sociale di Papa Bergoglio


Avanzi urbani


Uno degli ambiti ad avere suscitato maggiore attenzione teologica e pastorale nel pensiero di Jorge Mario Bergoglio, già prima che diventasse vescovo di Roma, è la grande città.

Un simile interesse ha motivazioni biografiche, dal momento che il Sommo Pontefice trascorse buona parte del proprio ministero di arcivescovo a Buenos Aires e potè visitare altri immensi agglomerati urbani dell’America meridionale. Per questo motivo, conosce a fondo le grandi sfide e i problemi che affliggono la vita di una metropoli.

Uno dei mali più tangibili di questi vasti conglomerati umani è la caduta nell’anonimato, nell’indifferenza, nella massificazione e nella disgregazione. Gli individui non si conoscono l’un l’altro, vivono ammassati e, contemporaneamente, segregati, e si dimostrano indifferenti alle vite altrui. Spesso soffrono di una solitudine non voluta, ma resa obbligatoria dalle circostanze.

Gli avanzi urbani  sono persone che si sforzano di sopravvivere nelle grandi città. Stanno lì, come rifiuti, sui marciapiedi, nei viali, nelle stazioni ferroviarie, nei parcheggi, vicino ai bancomat, alle uscite della metropolitana, abbandonati in mezzo agli scatoloni. Nessuno li reclama, nessuno li piange, nessuno li riconosce. Sono semplicemente esseri umani in esubero, che danno fastidio, che rientrano ormai nella scenografia delle metropoli. Nessuno li cerca, nessuno si accorge della loro presenza, e neppure della loro assenza, quando scompaiono. Non conosciamo le loro vite spezzate, le loro disgrazie e sciagure.

Questi sono gli avanzi urbani: individui di scarto, eccedenze della grande città. Fanno parte integrante del paesaggio delle immense metropoli. Giacciono addormentati sotto i portoni, mentre la gente si sposta frenetica da un luogo all’altro. Stanno lì abbandonati e spesso neppure sappiamo se siano vivi, malati o morti.

Scrive Ilija Trojanow: «In questo sistema, alcune persone sono spazzatura. A volte non si sa che cosa fare di loro. Quanto più aumentano le persone, tanta più spazzatura si accumula, anche spazzatura umana. Quanto più a lungo ci pieghiamo alle pressioni di una frenetica ideologia della crescita, che conduce in tutto il mondo all’apice dell’ingiustizia sociale, tanto più si finisce col cancellare i limiti tra essere umano e rifiuto».

Gli avanzi urbani sono cittadini dimenticati, esseri invisibili. In quanto cittadini, godrebbero di tutti i diritti, però non li reclamano, né sperano in alcun tipo di giustizia sociale. Non protestano, non si organizzano, non si fanno valere. Sopravvivono come possono, sia grazie alla beneficenza, sia commettendo reati minori.

Il cristiano è chiamato a fermarsi e a rispondere al loro richiamo, a cercare modi per fornire dignità a quelle vite, per ricostruirle, per risarcirle, in definitiva per umanizzarle. L’indifferenza davanti agli avanzi urbani si scontra in modo violento con l’etica del Vangelo, che impone di proteggere, di vigilare, di praticare la misericordia, di soccorrere i derelitti e offrire loro un po’ di dignità umana.

Si rende necessaria un’evangelizzazione che illumini i nuovi modi di relazionarsi con Dio, con gli altri e con l’ambiente, e che susciti i valori fondamentali. È necessario arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle città. Non bisogna dimenticare che la città è un ambito multiculturale. Nelle grandi città si può osservare un tessuto connettivo in cui gruppi di persone condividono le medesime modalità di sognare la vita e immaginari simili e si costituiscono in nuovi settori umani, in territori culturali, in città invisibili. Svariate forme culturali convivono di fatto, ma esercitano molte volte pratiche di segregazione e di violenza. La Chiesa è chiamata a porsi al servizio di un dialogo difficile. D’altra parte, vi sono cittadini che ottengono i mezzi adeguati per lo sviluppo della vita personale e familiare, però sono moltissimi i “non cittadini”, i “cittadini a metà” o gli “avanzi urbani”. La città produce una sorta di permanente ambivalenza, perché, mentre offre ai suoi cittadini infinite possibilità, appaiono anche numerose difficoltà per il pieno sviluppo della vita di molti. Questa contraddizione provoca sofferenze laceranti. In molte parti del mondo, le città sono scenari di proteste di massa dove migliaia di abitanti reclamano libertà, partecipazione, giustizia e varie rivendicazioni che, se non vengono adeguatamente interpretate, non si potranno mettere a tacere con la forza.  (Esortazione apostolica Evangelii gaudium , 74)

Balconear

(Starsene alla finestra)


La prima accezione del verbo balconear , nel Dizionario della lingua spagnola , è «osservare gli avvenimenti senza prendervi parte». Un secondo significato è «esaminare una situazione». Balconear  significa inoltre «guardare, osservare con curiosità da un balcone, o da un qualsiasi altro luogo elevato».

Posto che si tratta di un verbo spagnolo chiaramente attestato — riconosciuto dai dizionari accademici della lingua e degli americanismi — non è necessario scriverlo tra virgolette. Oltre a quest’accezione di balconear , di uso corrente in Argentina e Uruguay, il Dizionario degli americanismi , della Asociación de Academias de la Lengua Española, elenca altri significati, tra i quali spicca: «Rendere in qualche modo pubbliche le faccende private di una persona» (Messico), e «perdere del tempo» (Uruguay).

Sia questo verbo sia il derivato balconeo  furono portati all’attenzione dei mezzi di comunicazione quando vennero utilizzati da Papa Francesco nella xxviii  Giornata mondiale della gioventù, tenutasi a Rio de Janeiro, in Brasile.

In seguito a quello che fu uno tra i più apprezzati discorsi tenuti dal Pontefice, molti giornalisti, soprattutto spagnoli, cominciarono a pubblicare articoli in cui impiegavano il verbo, dandogli un certo risalto: «Francesco non intende “balconare” davanti alla immane tragedia della Siria», «Possiamo “balconare” davanti alla realtà o impegnarci per cambiarla».

Balconear , nel gergo argentino, significa letteralmente «starsene a guardare dal balcone». Si tratta di un atteggiamento di pura curiosità, come quello di uno spettatore che non prende parte a ciò che sta contemplando. Si riferisce all’attitudine di chi, pur avendo un’opinione precisa riguardo a ciò che non gli piace o gli sembra sbagliato, non si butta nella mischia.

Jorge Mario Bergoglio critica con forza quest’atteggiamento, che considera estremamente passivo, da semplice spettatore. Si verifica quando qualcuno guarda dal balcone di casa propria, e da qui considera i drammi del mondo, senza tuttavia compromettersi e trasformare minimamente la realtà.

In questo senso, il “balconare” si iscrive nella logica dell’indifferenza, poiché è espressione di disinteresse di fronte al mondo.

Esiste però qualcos’altro, nel “balconare”: un giudizio spregiativo. Dal balcone, lo spettatore non soltanto contempla passivo ciò che avviene sulla pubblica piazza, nell’agorà del mondo, ma addirittura critica coloro che cercano di fare qualcosa per migliorare la situazione, per alleviare le sofferenze, per modificare la realtà.

In completa coerenza con il messaggio di rinnovamento spirituale della Evangelii gaudium , Papa Francesco ci ricorda che il cristiano è chiamato a scendere dal balcone, a immergersi nel fango del mondo per diffondere speranza, per collaborare attivamente con coloro che agiscono per la trasformazione della realtà, alla luce del Vangelo di Cristo.

Il tuo cuore, cuore giovane, vuole costruire un mondo migliore. Seguo le notizie del mondo e vedo che tanti giovani in tante parti del mondo sono usciti per le strade per esprimere il desiderio di una civiltà più giusta e fraterna. I giovani nelle strade. Sono giovani che vogliono essere protagonisti del cambiamento. Per favore, non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento! Voi siete quelli che hanno il futuro! Voi... Attraverso di voi entra il futuro nel mondo. A voi chiedo anche di essere protagonisti di questo cambiamento. Continuate a superare l’apatia, offrendo una risposta cristiana alle inquietudini sociali e politiche, che si stanno presentando in varie parti del mondo. Vi chiedo di essere costruttori del mondo, di mettervi al lavoro per un mondo migliore. Cari giovani, per favore, non “guardate dal balcone” la vita, mettetevi in essa, Gesù non è rimasto nel balcone, si è immerso, non “guardate dal balcone” la vita, immergetevi in essa come ha fatto Gesù.

Resta però una domanda: da dove cominciamo? A chi chiediamo di iniziare questo? Da dove cominciamo? Una volta hanno chiesto a Madre Teresa di Calcutta che cosa doveva cambiare nella Chiesa, se vogliamo cominciare, da quale parete? Da dove — hanno chiesto a Madre Teresa — bisogna iniziare? Da te e da me! rispose lei. Aveva grinta questa donna! Sapeva da dove iniziare. Anche io oggi le rubo la parola a Madre Teresa e ti dico: iniziamo? Da dove? Da te e da me! Ognuno, ancora una volta in silenzio, si chieda: se devo iniziare da me, da dove inizio? Ciascuno apra il suo cuore perché Gesù gli dica da dove iniziare.  (Veglia di preghiera con i giovani durante il viaggio apostolico a Rio de Janeiro per la xxviii  Giornata mondiale della gioventù, 27 luglio 2013)

Rivoluzione  della tenerezza


Rivoluzione della tenerezza è una formula molto amata da Papa Francesco. Venne utilizzata dal Santo Padre in occasione del sinodo sulla Nuova Evangelizzazione. Secondo le sue stesse parole, si tratta del modo migliore di scoprire ciò che Gesù istituì con la propria vita, le proprie parole e le proprie azioni. Ciò che venne ad annunciare è, per l’appunto, la rivoluzione della tenerezza, una trasformazione radicale del nostro modo di guardare la realtà e di agire nel mondo, una rivoluzione che ha il suo epicentro nel cuore.

Di contro alla rivoluzione promossa dalle armi, sostenuta dalla rabbia e dall’indignazione, Jorge Mario Bergoglio propone la rivoluzione della tenerezza, che consiste nel concedersi interamente, nel perdonare tutti, nell’agire gratuitamente, nel mantenere l’innocenza di un bambino.

Bernardo Pérez la descrive in questi termini: «Questa rivoluzione totale implica l’incamminarsi verso un nuovo paradigma: il paradigma del dono in cui si è grati del puro dono dell’esistenza. In questo contesto il cuore umano viene “turbato” dalla natura, che penetra in lui ed esplode in un’armonia universale. Ed è anche commosso dalla presenza dell’altro e di coloro che chiedono la sua compassione. Infine, questo cuore partecipe di ciò che lo circonda è sopraffatto dalla presenza dell’altro.

Potremmo chiamare questo paradigma del dono anche “paradigma della tenerezza”. La tenerezza è condizione essenziale dell’essere umano, il movimento interiore dell’uomo che esce da se stesso per andare incontro a ciò che è altro, all’altro, e se ne lascia colmare. Lascia che il suo intimo venga sconvolto alla presenza del mistero che avvolge la realtà. Quando l’uomo vive una simile esperienza, il suo essere spegne i suoi desideri e aspira soltanto alla pienezza della presenza di ciò che è altro e dell’altro. Questa tenerezza lo eleva alla contemplazione della natura come manifestazione di una presenza trascendente».

Pur nelle loro difficoltà, esse [le giovani alle quali state al fianco e che aiutate] testimoniano spesso quelle virtù essenziali che sono la fraternità e la solidarietà. Ci ricordano inoltre che siamo fragili e che dipendiamo da Dio e dagli altri. Che lo sguardo misericordioso del Padre ci tocchi e ci aiuti ad accogliere le nostre povertà per andare avanti con fiducia, ed impegnarci insieme in quella “rivoluzione della tenerezza”, — questa è la sfida per voi: fare la rivoluzione della tenerezza. Di questa rivoluzione Gesù ci ha aperto il cammino mediante la sua Incarnazione. È bello essere suoi discepoli-missionari, per consolare, illuminare, lenire, ascoltare, liberare, accompagnare. L’esperienza che Lui ci ha donato mediante la sua Risurrezione è una forza vitale che penetra il mondo ( cfr. Esortazione apostolica «Evangelii gaudium», 276) e sulla quale potete appoggiarvi ogni giorno, perché risponde alle aspirazioni più profonde del cuore. (Discorso ai membri dell’Associazione cattolica internazionale al servizio della giovane [ACISJF], 18 aprile 2015)