· Città del Vaticano ·

I gesuiti accanto ai minori non accompagnati

In cerca
di amore e umanità

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25 febbraio 2021

Gli occhi bassi, il sorriso spento. Curvi sotto le tende o avvolti in dosi massicce di coperte donate dai volontari, dicono un timido grazie per il cibo e cercano di riscaldarsi bruciando vecchie bottiglie di plastica che alzano un fumo denso e puzzolente nell’edificio abbandonato alla periferia di Bihać. Rifiuti ovunque, sporcizia, scabbia. Niente acqua per lavarsi, né finestre e porte per ripararsi dal freddo. In Bosnia ed Erzegovina le temperature in questi giorni arrivano a dieci gradi sotto lo zero. Sono solo bambini. E viaggiano soli per mesi e a volte anni.

Ragazzi minorenni, dai 14 ai 17 anni, percorrono a piedi la rotta balcanica, nel tentativo pericoloso di entrare in Europa attraverso il “game”, ossia l’attraversamento della frontiera croata, per raggiungere parenti o amici. Papa Francesco li ha ricordati nell’Angelus del 7 febbraio scorso: «Facciamo in modo che a queste creature fragili e indifese non manchino la doverosa cura e canali umanitari preferenziali».

Sono tanti, anche se è difficile distinguerli perché spesso si confondono tra gli adulti. Secondo le stime sono circa 350, sugli ottomila migranti che vivono nei campi ufficiali o informali in Bosnia, ma potrebbero essere ancora di più. Sono numeri che cambiano di giorno in giorno. Vengono da Afghanistan, Siria, Iran, Bangladesh, Pakistan, Iraq e affrontano sfide e difficoltà disumane, che nessun bambino dovrebbe vivere a quell’età. Sono anche nel famigerato campo di Lipa, in Bosnia ed Erzegovina, dove «ufficialmente non ci sono minori ma in realtà sì», confida padre Stanko Perica, croato, direttore generale del Jesuit refugee service (Jrs) Europa Sud Est. Padre Perica viaggia instancabilmente tra Croazia, Bosnia, Serbia e Kosovo. In questi giorni è a Bihać, in Bosnia, dove sono presenti con una ventina di mediatori culturali in due campi per migranti e famiglie e distribuiscono aiuti ai ragazzi negli squat, gli edifici abbandonati. Il sacerdote sogna di aprire qui una o più case per i minori migranti non accompagnati anche se in Bosnia è molto più difficile che in Serbia. «Servirebbe un sostegno finanziario stabile che al momento non abbiamo — dice — ma anche volontà politica». In quelle zone Jrs non riceve finanziamenti da Stati e Ue: «Cerchiamo sempre donatori privati, ambasciate, organizzazioni ecclesiali».

Di giorno a Bihać i ragazzi camminano per la città insieme agli adulti, la notte tornano negli edifici abbandonati per dormire. «Ho incontrato un gruppo di sedicenni in uno squat, erano quattro in una stanza di una ex casa di riposo, vivono in condizioni pessime», racconta padre Perica. «È un edificio totalmente aperto, fa molto freddo. Dormono su vecchi materassi o dentro piccole tende». I ragazzi sono grati degli aiuti ricevuti ma non parlano molto. «Sono consapevoli della situazione e sanno che è difficile trovare una via d’uscita», ammette il gesuita. «Giacche, sacchi a pelo e cibo non mancano. Mancano la dignità e una casa normale, la possibilità di fare una doccia, di cambiare i vestiti, di ricevere una assistenza sanitaria legale».

I ragazzi aspettano nella città bosniaca o nei campi a Sarajevo per tentare di nuovo il “game” in primavera, rischiando violenze, percosse e respingimenti dalla poco tenera polizia locale. Il sei per cento si affida ai trafficanti. Più paghi. più lontano vai. Quelli che non hanno più soldi vanno a piedi da soli, nei boschi, tra mille pericoli. «Purtroppo raramente riescono a passare — conferma padre Perica — e tornano con ferite serie raccontando le violazioni subite». Nei campi ufficiali ci sono persone respinte dieci o venti volte, che restano lì anche due o tre anni. Non hanno nemmeno la forza e l’energia per tentare di nuovo. I cittadini bosniaci, esasperati dalla situazione, sono oramai ostili ai migranti e non vedono di buon occhio nemmeno i minorenni. Molti pensano che mentano sull’età reale. «Dicono di chiamarsi tutti Mohammed Alì e di avere sedici anni», è il luogo comune più diffuso. Un problema serio, in assenza di documenti, è infatti la mancanza di sistemi di riconoscimento dell’età anagrafica — in Italia ad esempio è usata la radiografia del polso — che consentirebbe l’attivazione di tutele e protezione specifiche per i minori. «In questo modo non sarebbero trattati come gli adulti dal governo e dalla polizia. Dovrebbero ricevere cure speciali come i bambini in occidente».

Jrs opera anche a Sarajevo ma il fiore all’occhiello del loro intervento è a Belgrado, in Serbia: una casa di accoglienza per quindici minori migranti non accompagnati, mirata all’inserimento in società in maniera legale. Aperta da due anni, la casa Pedro Arrupe, si prende cura di loro 24 ore su 24. Ci sono operatori sociali, psicologi, mediatori culturali. I ragazzi vanno a scuola, imparano la lingua serba. «La cosa più utile e importante è spiegare dove sono e indirizzarli» spiega padre Perica. «Di solito parenti e amici in Europa li invitano a raggiungerli e continuare ad andare a piedi verso la Bosnia, poi la Croazia e l’Italia. Noi invece consigliamo loro di rimanere in Serbia e trovare una strada legale per ricongiungersi ai familiari. Cerchiamo di proteggerli in ogni modo. Ma qualcuno se ne va senza dire nulla». Ci sono però anche storie di successo. Un ragazzo afghano, con indole artistica, sta frequentando una scuola d’arte. Alcuni ragazzi si innamorano, altri fanno amicizie a scuola e decidono di rimanere. In Serbia riescono ad avere cure mediche più o meno gratuite, anche se non è facile avere un permesso di soggiorno: bisogna dimostrare di risiedere nel Paese da tanti anni. «All’inizio le crisi umanitarie ci toccano, poi diventiamo indifferenti — commenta il direttore generale del Jrs Europa Sud Est — perciò sono di grande valore gli appelli del Papa, perché ci ricordano la realtà. È vergognoso che l’Europa agisca in modo opposto rispetto ai valori del continente, di alta cultura. Purtroppo l’Ue sta solo alzando muri. Penso che molti cittadini europei non siano consapevoli del fatto che tanti soldi delle tasse finiscono per finanziare cose del genere. La cosa peggiore — conclude amareggiato — è che non si vede una via d’uscita. Sono solo ottomila persone, basterebbe distribuirli nei vari Paesi europei. Questa gente è arrivata fino alla porta dell’Ue. Eppure questa porta non rispecchia la nostra cultura di accoglienza, il nostro modo di pensare, di ospitare le persone. Sembra di essere tornati indietro di secoli, quando la gente aveva paura gli uni degli altri, quando eravamo tutti stranieri e facevamo le guerre. È triste rendersi conto che questo accade ancora nel ventunesimo secolo».

di Patrizia Caiffa