· Città del Vaticano ·

Il dramma dei migranti lungo la rotta balcanica
In migliaia provenienti da Iraq, Siria, Pakistan e Afghanistan

Al gelo nei boschi bosniaci

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25 febbraio 2021

Da due, tre giorni la pressione sta di nuovo salendo sulla rotta balcanica dei migranti che si interrompe dal 2018 a pochi chilometri dalla Croazia, intrappolando nei boschi gelati della Bosnia ed Erzegovina migliaia di profughi. Ottomila almeno, tremila dei quali accampati nella neve, senza neppure le tende di stoffa e i gabinetti chimici senz’acqua dei campi privi di allacci elettrici. Arrivano da Afghanistan, Pakistan, Iraq, Siria, in tasca un passaporto — chi l’ha conservato — che nel mondo diviso in frontiere equivale a un marchio più che a un lasciapassare e li condanna alla traversata illegale.

Si sono rimessi in movimento in questi giorni. A Tuzla, nelle ultime 48 ore, è arrivata dalla Serbia una carovana di 120 persone. A Bihac, nel campo profughi di Lipa, nei boschi, negli edifici abbandonati dell’altopiano e trasformati in asilo, la gente raccoglie le cose per tentare ancora il “game”, il passaggio della frontiera. D’inverno le temperature qui scendono a meno venti, trenta gradi. In queste ore, solo appena più miti, una sorta di “primavera” della speranza sembra risvegliare il “game”, il gioco.

Un “gioco” d’azzardo dove, se ti cattura la polizia croata, vieni rispedito indietro ferito, picchiato, privato dei soldi, marchiato a frustate — è successo anche questo — trattato come un animale, lasciato senza le scarpe. I gruppi con bambini non trovano più misericordia. Donne sono tornate indietro con i neonati spogliati dei pannolini: «Volevano essere certi che non avessimo nascosto lì i telefoni cellulari», ha raccontato nei giorni scorsi una donna respinta, con in braccio il figlioletto avvolto alla meno peggio. Il telefono, ossia l’ancora, il punto di riferimento, la bussola lungo la letale rotta balcanica. Quasi vitale sulla via dove si muore, si scompare in un crepaccio, si affoga nei fiumi senza neppure l’onore di un posto nelle statistiche.

La polizia non lo sequestra, in genere, il telefono. Lo rompe e restituisce la carcassa inutile al pellegrino ricacciato indietro. Una lezione in più, un avvertimento. Nel “game” vinceremo sempre noi. Ecco cosa facciamo della tua bussola. Sulla rotta balcanica si muore per molto meno. E per quanto sembri strano, una delle principali cause di morte qui è l’annegamento: nei fiumi in fondo ai crepacci.

«Ma la migrazione non si ferma, è un diritto dell’uomo ed un movimento naturale. Potremo moltiplicare crudeltà e barriere. Non si fermeranno mai». Silvia Maraone dell’Ipsia Acli, da anni segue nei Balcani le peregrinazioni dei fuggiaschi da guerre, fame e privazioni del “sud globale”. E vede volti sempre più giovani fra quelli che le statistiche infilano sotto la voce “minori non accompagnati”. «Vedo sempre più spesso dodicenni soli — dice in videoconferenza all’evento “Bosnia diritti congelati“ — che tentano di passare la frontiera. A 12 anni non sei un ragazzo. Sei un bambino».

Che Europa sarà quella che non vede i bambini migranti inseguiti dalle divise nei boschi, esposti a violenze e crudeltà in campi dove anche il compagno di viaggio può diventare un aguzzino? Gli accordi di frontiera con i paesi intermedi, nei Balcani come nel Mediterraneo, hanno arginato gli arrivi ma si sono dimostrati inefficaci per la situazione. E l’Europa che pure spende 89 milioni di euro in programmi vari, non riesce a ottenere più che tende a cilindro riscaldate con cannoni ad aria sugli altipiani gelati della Bosnia ed Erzegovina. Cinque i campi al momento, affidati all’Organizzazione internazionale delle migrazioni. Lipa, il più celebre per l’incendio di Natale che svelò il dramma all’opinione pubblica occidentale assopita non è il solo e non sarà l’ultimo. La pressione dall’arteria che sale dal Sud globale verso l’Europa torna a salire. Gli accordi internazionali, come quello con la Turchia, hanno solo arginato la marea umana e all’Europa è chiesto di onorare gli impegni economici che s’era assunta. Nel “game” sono tanti i giocatori. Ma il banco può saltare proprio in mano a chi crede di poterlo controllare.

di Chiara Graziani