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Quasi alla fine del mondo

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24 febbraio 2021

Le diocesi spagnole si preparano alla Giornata ispanoamericana
per sostenere e dire grazie ai missionari


C’è padre Modesto Núñez che nella parrocchia di Lo Espejo ha accolto dei migranti haitiani, oppure padre Félix Zaragoza che vede la missione di Malloco gioiosamente invasa da bambini, figli di madri sole o di famiglie disgregate, in quartieri dominati dal traffico di droga e dalla disoccupazione. Siamo nella regione metropolitana di Santiago del Cile e a portare Dio in questa periferia geografica ed esistenziale sono, anche, due sacerdoti spagnoli, entrambi provenienti dalla regione della Mancia. Due dei tanti curas dell’Opera di cooperazione sacerdotale ispanoamericana (Ocsha) che dal 1949 rappresenta il fiore all’occhiello della Chiesa spagnola in materia di missione in America Latina. Preti “in prestito” per qualche anno, anche se alcuni (come padre Javier Pedraza, di Madrid, da venti nelle diocesi brasiliane di Bahia) non sono più tornati, affascinati da posti “quasi alla fine del mondo”, direbbe Papa Francesco, totalmente dediti al compito da assolvere. La Spagna li celebrerà domenica 7 marzo con la tradizionale Giornata ispanoamericana, quest’anno dedicata al tema «Unidos bajo el manto de María». Il “grazie” a questi sacerdoti diocesani arriverà nella preghiera e con l’aiuto economico frutto della relativa colletta (55.594 gli euro raccolti nel 2020). Centosettantotto i presbiteri dell’Ocsha attualmente in America Latina — ma i religiosi, le religiose e i laici spagnoli sono in tutto qui più di seimila — distribuiti in diciannove nazioni, capeggiate da Perú, Cile e Venezuela, rispettivamente con 47, 20 e 16 unità. Un tempo quasi esclusivamente gesuiti, clarettiani, salesiani; oggi il contributo di uomini va oltre gli ordini religiosi. L’anno scorso sono partiti dalle diocesi di Cartagena, Córdoba, Madrid, Valencia, destinazione Trujillo, Moyobamba, Limón, Pinar del Río, Añatuya, Carabayllo. Persone più che luoghi sulle mappe.

Sono giorni, mesi di tribolazione: «La pandemia di covid-19 — scrive il cardinale Marc Ouellet, presidente della Pontificia commissione per l’America Latina, nel messaggio dedicato all’evento — ci tiene confinati, distanziati e terrorizzati, ma non disperati, poiché la fede del popolo di Dio alza lo sguardo al Cielo per sopravvivere e superare l’eccezionale prova». Ci è accanto Maria, modello di discepola missionaria. Il porporato cita Evangelii gaudium di Papa Francesco: «È la missionaria che si avvicina a noi per accompagnarci nella vita, aprendo i cuori alla fede con il suo affetto materno. Come una vera madre, cammina con noi, combatte con noi, ed effonde incessantemente la vicinanza dell’amore di Dio» (286). La Giornata è di conseguenza «esperienza di fede viva nel popolo di Dio latinoamericano, meravigliosamente espressa attraverso la ricca religiosità popolare e mariana, nelle sue diverse dedicazioni nazionali e locali», sottolinea Ouellet. Dolore e speranza ripresi nel sussidio liturgico per la celebrazione dell’eucaristia: la pandemia, vi si legge, ha influito sulla situazione non solo sanitaria ma anche sociale ed economica. «Nei paesi fratelli dell’America Latina l’hanno vissuta molto duramente, perché al male della malattia si è aggiunta la mancanza reale di risorse per andare avanti [….]. Ai missionari spagnoli che sono in America Latina non possiamo fare altro che esprimere la nostro unione con essi, perché solo uniti usciremo da questa situazione».

Al servizio dei sacerdoti diocesani missionari c’è l’ong Misión América, fondata nel 1993 dall’Ocsha (oggi facente parte della Commissione episcopale per le missioni e la cooperazione con le Chiese) con l’obiettivo di collaborare con chi opera nel continente americano aiutandolo a ottenere risorse economiche e materiali utili a sovvenzionare progetti di promozione e sviluppo a favore dei più poveri e bisognosi. Sacerdoti sulla quarantina, con un forte impegno a servire gli ultimi, ben formati psicologicamente ed ecclesialmente, con una buona capacità di lavoro di squadra: questo l’identikit del prete spagnolo in missione in America Latina. Sebbene ci siano eccezioni come Antonio Ferrer, presbitero che qualche anno fa, sessantacinquenne, lasciò Valencia per raggiungere Carabayllo, in Perú. Si parla cordobese invece a Moyobamba, più esattamente a Picota, nella selva peruviana, dove la diocesi spagnola è di casa da dieci anni con preti che si alternano due per volta e che assieme alle suore salesiane e ad altre religiose accudiscono il santuario della Virgen del Soterraño (dove centinaia di giovani si recano ogni anno in pellegrinaggio), una casa per ragazze, una mensa, un piccolo ambulatorio. «Córdoba è una diocesi missionaria e deve continuare così», dice soddisfatto il vescovo Demetrio Fernández González. In una parrocchia di Esmeraldas, Ecuador, ha invece svolto la sua opera Luis Fernando Criado, del clero di Jaén: «Una zona economicamente povera ma con una grande ricchezza umana e un’enorme miscela di culture e persone», racconta. Per anni è rimasto da solo a visitare decine di comunità, muovendosi spesso in groppa a un mulo, unico mezzo di locomozione in un territorio impervio. Poi è arrivato un altro prete a condividere tutto: celebrazione dei sacramenti, formazione di guide, catechisti e collaboratori, progetti pastorali e sociali, soprattutto (nel 2016 un devastante terremoto ebbe come epicentro proprio la provincia di Esmeraldas) accompagnamento nell’affrontare con serenità le prove più difficili, affinché «la loro fede non si spenga e sappiano rialzarsi con coraggio e andare avanti».

di Giovanni Zavatta