· Città del Vaticano ·

La scomparsa di Lawrence Ferlinghetti

L’ultimo dei bohémiens

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24 febbraio 2021

Lawrence Ferlinghetti è morto il 22 febbraio 2021. Era nato il 24 marzo del 1919, Ha sfidato il secolo, e per due anni ha vinto la scommessa. Qual è il suo lascito? Più di quaranta libri di poesia e prosa, le sue traduzioni in inglese di Prévert e Pasolini, o forse l’architettura interiore di una libreria?

La prima volta che sono entrato al City Lights Booksellers and Publishers, al numero 261 di Columbus Avenue, San Francisco, ho avuto l’impressione che quello spazio ti prendesse le misure, che dovesse decidere se valeva la pena di farti stare a curiosare tra gli scaffali, o se magari non era meglio farti capire che potevi andare a perdere il tuo tempo altrove. City Light non è una libreria tanto piccola, dopotutto, e se ricordo bene è anche più capace di Shakespeare & Company a Parigi, ma è una libreria dove i proprietari, i gestori e i clienti sono i libri stessi. Chiunque altro deve dimostrare di non essere un intruso. La letteratura non è stata fatta per gli esseri umani. Ci sono certi uomini e donne, piuttosto, che sono fatti per la letteratura. Loro riescono a scivolare negli stretti corridoi di City Lights come pesci in mare. A scegliere, perfino, che cosa portar via da quelle file di libri che sembrano cascate trattenute.

Quella libreria-casa editrice, con la pubblicazione di Urlo di Allen Ginsberg nel 1956, divenne il santuario della poesia beat, ma Ferlinghetti non era propriamente un beat. Amava definirsi l’ultimo dei bohémiens, ma c’era qualcosa di molto bresciano in lui. Suo padre, morto poco prima che Lawrence nascesse, era di Chiari, e i bresciani non sono bohème e non sono beat. Sono quelli che si alzano presto la mattina e tirano su la saracinesca. Questo era Ferlinghetti: i suoi compagni di avventure, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Michael McClure, Diane DiPrima e altri ancora, potevano inoltrarsi nel vasto mondo, convertirsi a tutte le religioni possibili, provare tutte le droghe dell’universo, poetare delirando e delirare poetando. Lui era quello che doveva tenere aperta la bottega ed essere ben sicuro che i libri dei suoi pazzi amici fossero sempre bene in vista sugli scaffali.

Ma questo non gli ha impedito di raccontare la sua vita in poesia, né di vendere un milione di copie di Coney Island of the Mind anche se un libro beat proprio non è, anzi è un omaggio sinceramente epigonale al modernismo di T.S. Eliot e di quell’altra compagnia di giro. Ma Coney Island ha un segreto — e questo non gli detrae nulla del suo valore —, è un libro di poesie per chi non legge poesia. Si offre come una chiacchierata a un amico, con uno sguardo ironico sulle minime follie come sui grandi enigmi, come se in fondo fossero la stessa cosa (è strano oggi pensare che c’è chi si era offeso leggendo in Coney Island of the Mind che Ferlinghetti definiva Gesù uno hip. Non hippy, si badi, ma hip, all’erta, al passo coi tempi, uno che non si faceva coinvolgere ma aveva il polso della situazione). In Coney Island (1958), Unfair Argument with Existence (1963), These Are My Rivers (antologia, 1993) e Far Rockaway of the Heart (1998) non c’è nessun tentativo di forzare il linguaggio. Conta la forza dell’apologo, il suo umorismo, l’uso accorto del minimo gioco di parole che fa sorridere e fa capire — che cosa? Che quello che c’è da capire va ben oltre la pagina che hai letto; dipenderà da te, da tutta la tua vita. Prendiamo una poesia come Don’t Let That Horse… La madre di Chagall dice al figlio: non permettere che il cavallo si mangi il violino. Ma Marc Chagall non la ascolta, dipinge Il cavallo con in bocca il violino e quando l’ha finito salta sul cavallo e se ne va al galoppo sventolando il violino. Poi con un inchino lo dà alla prima persona nuda che incontra, And there were no strings attached. Il violino non aveva corde, ma quel regalo è dato senza condizioni, senza aspettarsi niente in cambio, nella maniera più libera possibile (è il vero significato di no strings attached). È il regalo della poesia. Se non è assolutamente libero non serve a nulla.

di Alessandro Carrera