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Laboratorio - Dopo la pandemia
Un disegno di legge in Australia chiede trasparenza ai colossi di internet

La verità, vi prego, sull’informazione

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23 febbraio 2021

Non si tratta di una legge qualunque, quella che il governo australiano sta per approvare riguardo a un pacchetto di regole da far rispettare ad alcuni colossi della Silicon Valley. Il «News Media and Digital Platforms Mandatory Bargaining Code», una volta terminato l’iter d’approvazione, imporrà alle piattaforme digitali di corrispondere economicamente le testate giornalistiche per gli articoli condivisi sulle loro reti. Ma non solo: il governo australiano pretende anche maggiore trasparenza da aziende quali Facebook e Google, imponendo loro di avvisare anticipatamente gli editori riguardo a eventuali modifiche degli algoritmi per il traffico delle notizie.

Un travaglio legislativo che prosegue da circa un anno, durante il quale il ministero del Tesoro australiano da una parte e i colossi di internet dall’altra hanno cercato di non perdere posizioni. Ma proprio qualche giorno fa, il terreno di scontro è passato in campo aperto, dal momento che il «News Media Bargaining Code» è ora alle sue fasi finali di approvazione.

Se da un lato Google si è sganciata dal fronte, negoziando con il grande editore Rupert Murdoch un corrispettivo per le notizie nate in seno alla News Corp e condivise dalla piattaforma digitale (accordo che riguarda tutte le testate di Murdoch, australiane e internazionali), Facebook ha invece deciso di oscurare i link alle testate giornalistiche, locali e internazionali.

Sulle regole da imporre alle grandi aziende web, affinché queste operino in modo più trasparente e all’interno dei perimetri democratici, si era espresso anche il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in occasione dell’ultimo Forum di Davos. «Vogliamo che le piattaforme siano trasparenti su come funzionano i loro algoritmi. Perché non possiamo accettare che le decisioni, che hanno un impatto di vasta portata sulla nostra democrazia, siano assunte solo da programmi. Vogliamo — ha aggiunto — che sia stabilito chiaramente che le società di internet si assumano la responsabilità del modo in cui diffondono, promuovono e rimuovono i contenuti».

Il tema del confronto fra i grandi colossi di internet e i governi nazionali dei Paesi in cui operano non è nuovo. Ed è evidente, e fisiologico, che dietro la bandiera “social” si nascondono in maniera neanche tanto velata profitti ingenti che si generano in un territorio praticamente incontaminato sotto l’aspetto della regolamentazione giuridica.

La differenza, in questa nuova corsa all’oro, la fanno proprio leggi come il «News Media Bargaining Code». E punti fermi come quelli mantenuti dal premier australiano, Scott Morrison, il quale a fronte delle resistenze esercitate da uno dei social media più utilizzati a livello mondiale ha risposto con audacia e fermezza: «Non ci faremo intimidire».

Non è un caso, sarebbe difficile pensarlo, che sia proprio una ex colonia a fare da battistrada. Che si tratti di terre fisiche o mondi virtuali, infatti, la libertà degli individui e la salvaguardia delle regole collettive sono prerogative sulle quali non si può retrocedere, in un mondo dove gli equilibri sociali sono messi sempre più a dura prova. Va da sé che la socialità è un concetto ben diverso da quello proposto, anche loro malgrado, da molte piattaforme sociali online.

Lo dice bene anche un documentario, fruibile proprio in rete attraverso una nota emittente online, dal titolo The Social Dilemma: «Se non paghi il prodotto, allora il prodotto sei tu». Ed è in effetti sui dati delle persone (ovvero foto, ricordi, pensieri) che i nuovi cercatori d’oro affondano la propria vanga. In un percorso spasmodico e talvolta poco scrupoloso del punto in cui uno strumento, da mezzo, diventa fine. «Tutti questi dati che riversiamo continuamente alimentano questi sistemi senza quasi nessuna supervisione umana. E fanno previsioni sempre migliori su cosa faremo e su chi siamo» ha detto Sandy Parakilas, ex operations manager di Facebook.

Ma come si utilizzano questi dati? Si costruiscono (anche) modelli che prevedono le nostre azioni. E chi ha il modello migliore vince. «Una volta realizzato il modello, puoi prevedere cosa farà quella persona — sostiene Tristan Harris, ex esperto di etica del design digitale Google e co-fondatore del Centre for Humane Technology —. Se una cosa è uno strumento vuol dire che se ne sta lì ad aspettare pazientemente. Se una cosa non è uno strumento, pretende da te delle cose, ti seduce, ti manipola, vuole qualcosa da te. Siamo passati da un ambiente tecnologico basato sugli strumenti a un ambiente tecnologico basato su dipendenza e manipolazione. Ecco cos’è cambiato. I social non sono uno strumento che aspetta di essere usato. Ha i suoi scopi e ha i suoi mezzi per perseguirli usando la tua psicologia contro di te».

I social media giocano tutto sul desiderio, come fossero le nuove vetrine di virtuali centri città. Vogliono indurti a comprare. O meglio, vogliono convincerti a vendere loro i tuoi sogni affinché diventino pubblicità, poi consumo e infine scarto.

Da qui il coraggioso impegno di Canberra nel dire no, nel cercare di difendere concretamente i propri cittadini. Anche a costo di un piccolo sacrificio, di dover rompere un’abitudine. Perché è qui che si gioca la partita: nel trovare insieme, a ogni passo, un nuovo scudo per proteggere il concetto di libertà.

di Elena Pelloni