· Città del Vaticano ·

La pace fredda
in Bosnia ed Erzegovina

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23 febbraio 2021

Delusione e speranza. Nel novembre del 1995 gli accordi di Dayton hanno fermato la guerra in Bosnia ed Erzegovina, ma l’opera di ricostruzione sul piano sociale e politica, in realtà, non è stata portata a termine. Eppure, nonostante obiettive e gravi difficoltà, vibra la fiducia in un futuro che possa contemplare un ordine che sia garanzia di stabilità di progresso. Questo scenario ben si specchia nel libro di Andrea Cortesi e Luca Leone La pace fredda. È davvero finita la guerra in Bosnia Erzegovina? (Formigine, Infinito Edizioni, 2020, pagine 172, euro 18) con la prefazione di Riccardo Noury, l’introduzione di Michele Buono e la postfazione di Giorgio Graziani. Il libro contiene l’omonimo documentario di Marcella Menozzi. L’opera si propone come una capillare inchiesta su quanto accaduto, coniugando la dimensione cronachista e la valutazione storica, dando voce ai testimoni del conflitto i quali hanno cercato di “guarire” il Paese dalla malattia di nazionalismi e corruzione.

Da Sarajevo e Bratunac, da Visegrad a Srebrenica, le voci dei protagonisti si rincorrono, superando le appartenenze culturali, per raccontare tragedie individuali e familiari. Viene così a configurarsi un libro polifonico che si presenta come una preziosa opportunità per rivisitare un passato il cui retaggio è ancora vivo, nonché pesante e doloroso.

Durante l’aggressione, ricorda una delle testimonianze, due milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case e a diventare rifugiati. Durante i quattro anni di occupazione della Bosnia ed Erzegovina almeno trentamila tra bambine e ragazze sono state fatte oggetto di violenza. Milleseicento tra chiese cristiane e moschee sono state distrutte. La Biblioteca nazionale e universitaria è stata bombardata e data alle fiamme: due milioni di libri e manoscritti sono stati trasformati in cenere.

Cortesi e Leone rilevano che la società civile bosniaca è molto attiva «nonostante le difficili situazioni del dopoguerra e la lunga pace fredda nella quale da un quarto di secolo il Paese viene mantenuto come in una sorta di stasi». La risposta della volontà dei singoli e dei gruppi, di diverse appartenenze culturali e differenti generazioni, ad una realtà complessa è spesso “sorprendente” per la capacità di affrontare ardue sfide «a mani nude e spesso in condizioni di isolamento».

Significativa è la testimonianza riguardante la condizione delle donne, secondo cui c’è una marcata differenza tra zone rurali e zone urbane del Paese in merito allo status sociale femminile. Selma Hadzihalilovic, attivista per la giustizia sociale, sottolinea che le donne che vivono nelle zone rurali subiscono «molteplici discriminazioni» e sono «emarginate all’interno della società». Come pure vi sono differenze che investono l’accesso all’informazione, l’opportunità di ottenere un lavoro o di andare a scuola, nonché la disponibilità di acqua potabile. «Il problema — scrivono i due autori — è profondamente culturale e la soluzione non sembra facilmente a portata di mano».

Come scrive nella postfazione Giorgio Graziani, la raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti contenute nel libro «aiuta ad aprire gli occhi». Un’azione meritoria, dunque, poiché «evitare di fare i conti con la storia non cancella il passato, magari può rendere apparentemente più leggero il presente, ma ci rende esposti colpevolmente a un rischio vero nella costruzione del futuro». Le voci dei sopravvissuti sono essenziali per fare in modo che le generazioni future partecipino attivamente alla creazione di una società pacifica e inclusiva. La sfida, come ricorda il libro, è ancora oggi ambiziosa. La Bosnia ed Erzegovina deve infatti ancora affrontare, oltre al suo rilancio economico e sociale, «uno spirito politico discriminatorio e intere comunità divise e diffidenti». Per non permettere al futuro di riprendere l’apparenza del passato è necessario, evidenzia Graziani, che «i giovani bosniaci conoscano la loro storia e che in essa si nutra la volontà di cambiare il presente».

di Gabriele Nicolò