· Città del Vaticano ·

In un manoscritto seicentesco

Una sapienza di buon senso

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22 febbraio 2021

Abbi a cuore il Signore, edito dalla San Paolo (2020, pagine 318, euro 25) e curato dal vescovo ausiliare di Roma, monsignor Daniele Libanori, è il volume donato dal Papa per accompagnare gli esercizi spirituali della Curia romana che, per il covid, non si svolgeranno comunitariamente ma in modo personale, dal 21 al 26 febbraio. «Sono sicuro che il libro aiuterà tutti noi nella vita spirituale» ha scritto Francesco all’arcivescovo Edgar Peña Parra, sostituto della Segreteria di Stato, nella lettera che accompagna il volume. Pubblichiamo in questa pagina l’introduzione scritta dal curatore.

Non trovo migliore introduzione alle pagine che seguiranno della lettera con la quale l’amico che mi ha messo a disposizione questo materiale accompagnava la trascrizione del manoscritto di cui parla.

Carissimo,

ho pensato di mettere a tua disposizione queste carte perché veda tu stesso semmai se ne potrà fare buon uso. Sono la trascrizione di un testo che tenevo da tempo presso di me, da quando cioè lo comprai a pochi soldi su una di quelle bancarelle che si trovano ai mercati ambulanti dell’antiquariato che vanno da una città all’altra. Passando per la piazzetta Savonarola — ormai a Ferrara torno solo di rado —, era una domenica, fui attirato da un banco su cui stavano alla rinfusa libri vecchi e faldoni sconnessi. Incuriosito dalle carte ingiallite che uscivano da un angolo di uno di essi, mi avvicinai, senza intenzione di comprare. Chiesi di sfogliarle; tra esse c’era un fascicolo piuttosto corposo, che un tempo doveva essere stato legato a quaderno: fogli piegati in due sui quali la scrittura era stesa con un inchiostro acido, che in molti punti aveva corroso la carta. A mio parere, stando alla grafia — minuta, regolare come quella di un copista — e alle abbreviazioni, doveva trattarsi di un manoscritto del Seicento, in un latino ecclesiastico di facile comprensione. Non vi avrei posto grande attenzione, se, raddrizzando una pagina strappata e rimessa a caso a rovescio tra le altre, non vi avessi letto in alto: «... (lacuna) ex mon. S.ti Bartol.». La scritta era posta in mezzo alla carta, scritta soltanto sul retto e i margini consunti confermavano l’ipotesi che fosse la prima d’un fascicolo. Pensai che doveva trattarsi di carte d’archivio, probabilmente frutto di antiche spoliazioni, riemerse su quella bancarella da chissà quale fondo. Non feci domande, perché non ne avrei ricavato nulla (questi venditori non dicono mai da dove viene la loro mercanzia). Pensando che potessero provenire dal soppresso Monastero cistercense di S. Bartolo, poco lontano dalla città, comprai quello che trovai. A casa rividi un po’ meglio quel materiale, confermandomi nell’idea che doveva trattarsi di appunti di qualche monaco, il quale deve avere avuto sotto mano carte più antiche e senza un ordine preciso.

La fonte è di certo un monaco, di un «Mon(asterium) S(anc)ti Bartol(omaei)», così come il copista che ne ha raccolto gli insegnamenti. Non è improbabile che si tratti del Monastero di S. Bartolo presso Ferrara. Ma, non avendo modo di fare alcuna ricerca, e soprattutto non avendo la speranza di giungere a un risultato certo, per quanto mi riguarda, ho pensato di chiamarlo semplicemente «Maestro di S. Bartolo».

Quando ho cominciato a trascrivere il testo, traducendolo mi sono accorto che i fogli, scritti quasi tutti su retto e verso, erano stati messi insieme senza un ordine preciso; notai pure che si trattava di testi generalmente brevi. In un primo momento avevo creduto che potessero essere il sunto di capitoli conventuali (quelli che nei conventi si fanno — o si facevano — almeno una volta per settimana). Ma non riuscivo a riconoscere l’impronta di una precisa regola monastica. La risposta comunque era tra le carte: la raccolta infatti comincia col modo abituale della corrispondenza: «Figlio a me caro nel Signore, ho pensato di mettere per iscritto alcune cose che possano servirti per il tuo progresso spirituale, così come aiutarono il mio...». Dunque l’autore della raccolta deve essere stato uno che aveva messo insieme quel materiale per suo uso personale. Queste carte sarebbero dunque la trascrizione di tutto o di parte di varie esortazioni, forse a discepoli diversi (data la ricorrenza dei temi), che egli aveva ripreso da qualcuno a noi rimasto ignoto che abbiamo voluto chiamare «Maestro di S. Bartolo»; altri testi, più lunghi, sono sviluppati invece come delle meditazioni o appunti per la predicazione.

Quella che si può ricavare da queste note è, mi sembra, una sapienza di buon senso, ma non priva di interesse. Cose certamente datate, non meno del linguaggio, ma che documentano una sensibilità e l’esperienza della Chiesa nella guida spirituale. Là dove ricorrevano testi biblici — abitualmente soltanto accennati — ho preferito riportarli per intero nella traduzione italiana oggi di uso comune. Ho provato anche a mettere un po’ d’ordine, cambiando di luogo a vari brani con l’intento di raggrupparli secondo il tema che trattano. C’è pure un trattatello sui vizi capitali, che poteva forse stare a sé: a questo ho creduto bene di aggiungere qualche nota, per rimandare a S. Tommaso.

Ora vedi tu che cosa farne, magari a qualcuno potrebbero essere utili per vincere se stesso e andare più speditamente verso Dio.

Ho tenuto presso di me quei fogli scritti con una vecchia Olivetti per più di vent’anni (il fascio di carte di cui si parla nella lettera io non l’ho mai visto), rileggendoli molte volte. Un giorno venne a trovarmi un giovane ricercatore, vide sul mio tavolo la cartella consunta, l’aprì e lesse qualche tratto dei primi fogli. Ne fu interessato e mi chiese di poter leggere tutto il manoscritto. Qualche tempo dopo mi telefonò per spingermi a pubblicare. A me non sembrava che ne valesse la pena, trattandosi di uno zibaldone per di più alquanto disordinato: pagine di diverso peso e spessore, brani elaborati e altri che non vanno molto più in là di un abbozzo.

Alla fine mi sono detto che forse l’esperienza di quell’antico Maestro del Monastero di S. Bartolo (o chi per lui) avrebbe potuto essere utile. E poi dovevo onorare la fatica di quel mio vecchio amico che si era cavato gli occhi per trascrivere il manoscritto.

di Daniele Libanori