· Città del Vaticano ·

«Lettere alla moglie di Hagenbach» di Giuseppe Aloe

Pochissime risposte

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20 febbraio 2021

«Da quella prima visita è passato un anno e io continuo a perdere parti di me. La mia storia si sta assottigliando. Diventa giorno dopo giorno esile, come trasparente». Al criminologo di fama mondiale Flesherman viene diagnosticata una forma di demenza senile che «prima o poi sfocerà in Alzheimer». Ed effettivamente, seppur all’inizio con lentezza, tante spie avvertono l’uomo e sua moglie che qualcosa sta succedendo.

Si apre così Lettere alla moglie di Hagenbach (Rubbettino 2020, pagine 200, euro 16) di Giuseppe Aloe, romanzo che coglie la malattia al suo comparire, quando l’illusione del dubbio è ancora un filo tenue ma non spezzato. Ed è in questo momento — anche per dimostrare qualcosa a sua moglie e per non perdere del tutto contatti con il sé che è stato fino ad allora — che Flesherman accetta l’invito di un collega, e parte per andare a fare quello che ha sempre fatto: svelare misteri. Nel caso specifico si tratta di capire se il corpo senza testa ritrovato a Berlino sia effettivamente quello di Rosa Luxemburg, come il collega sostiene. Così Flesherman parte per risolvere un giallo che coinvolge un corpo senza testa.

Eppure non è questo il mistero che coinvolgerà davvero l’uomo. Perché mentre è a Berlino scopre che nessuno ha più notizie di Karl Hagenbach, scrittore e studioso dell’inconoscibilità del mondo. E così Flesherman abbandona il giallo del secolo per perdersi nel giallo minore che però ai suoi occhi è molto più pressante: la moglie di Hagenbach, infatti, è anch’ella malata di Alzheimer. Mentre Flesherman indaga, appassionandosi alle lettere che Hagenbach ha scritto per la moglie malata («Le lettere erano così placide e disperate che non riuscivo a lasciarmele indietro»), la mente del protagonista viaggia tra ricordi, stati onirici e immaginari («Anche io mi stavo incamminando in quel viale che perdeva luce. Che diventava via via sempre meno rassicurante, sempre più tenebroso. (…) Ero il passante che cammina sul marciapiede e s’inoltra nel buio. Che non ha altra scelta se non continuare a camminare fino alla sua definitiva scomparsa»).

È un racconto sulla memoria, sul senso di sé, e sull’amore. L’amore enorme di Hagenbach per la sua moglie («Nel momento in cui ha capito che non c’era niente da fare, che la sua Dora non sarebbe ritornata mai più, ha deciso di scomparire. Ha voluto seguire il destino della moglie. (...) Quell’uomo era riuscito a condensare lo strazio, la perfetta lacerazione della mancanza»). E della moglie di Flesherman per il marito.

È un romanzo con pochi punti di riferimento, Lettere alla moglie di Hagenbach. Preciso dunque nel ritrarre una fase della vita dove, forse, più della morte, fa paura l’esistenza che resta. «La demenza accelerava i passi. Era dietro l’angolo, faceva capolino. (…) L’ombra che ti segue e diventa sempre più incontenibile. Ti sovrasta fino a chiudere il mondo». Un romanzo di tante domande, e pochissime risposte.

di Silvia Gusmano