· Città del Vaticano ·

Nella pandemia l’impegno della Chiesa in India per l’assistenza sanitaria ai più poveri

Non passare oltre

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20 febbraio 2021

In tempo di pandemia, tra i malati ci sono quelli di prima e di seconda classe. Vi sono quanti hanno accesso a cure idonee, all’assistenza medica e psicologica adeguata, con buone speranze di guarigione dal covid-19. E ci sono i poveri, i migranti, gli indigenti, abbandonati a se stessi, esclusi dai servizi sanitari, privi di conforto psicologico, che combattono da soli contro il virus. Proprio per soccorrere e confortare costoro, l’arcidiocesi di Bombay ha lanciato uno speciale programma di assistenza sanitaria, rivolto in particolare ai poveri e ai migranti. Già nell’aprile dell’anno scorso la Chiesa di Bombay aveva avviato una specifica rete di apostolato sociale — composta da diverse organizzazioni, commissioni e movimenti ecclesiali — per svolgere attività di monitoraggio nelle aree più povere, al fine di sensibilizzare e contenere la diffusione del virus.

La dottoressa Armida Fernandez, medico cattolico che coordina gli interventi della rete, spiega che questi gruppi forniscono servizi sanitari e conducono programmi di formazione rivolti a persone bisognose in ogni parrocchia dell’arcidiocesi. Come auspicato dal vescovo ausiliare Allwyn D’Silva, «tutte le comunità cattoliche in questa emergenza pandemica intendono fare fronte comune, per dare un valido contributo in ambito sociale».

Nella metropoli di Mumbai (nuovo nome di Bombay), capitale dello Stato del Maharashtra (India occidentale) con oltre diciotto milioni di residenti, sono innumerevoli gli abitanti delle baraccopoli nelle zone periferiche. Centro economico maggiore del Paese, Mumbai è meta privilegiata di migranti interni e immigrati di altre nazioni asiatiche, che accorrono in cerca di lavoro e di sostentamento. L’urbanizzazione incontrollata, in atto da decenni, ha creato Dharavi, lo slum più esteso dell’Asia e tra i più grandi al mondo, con una popolazione stimata fra seicentomila e un milione di persone. A Dharavi, soprannominato “l’inferno”, le malattie si sviluppano con facilità, anche data l’assenza di servizi idrici e la presenza di fogne a cielo aperto.

«Qui i volontari cattolici del nostro programma chiamato Health Outreach for Poor visitano lavoratori migranti e le popolazioni più vulnerabili per fornire servizi sanitari di base», spiega a «L’Osservatore Romano» Richard Pereira, medico impegnato nel servizio. Si tratta di uno dei dottori che si sono offerti volontari per dedicare il loro tempo e la loro esperienza: quando si trovano pazienti che necessitano di ulteriori cure, vengono o indirizzati alle unità sanitarie locali o a cliniche cristiane con le quali si è stabilita una collaborazione. La rete sanitaria diocesana, spiega Pereira, ha attivato un collegamento con farmacie locali, operatori diagnostici e altri fornitori di assistenza. Punto di partenza restano gli efficienti team organizzati nelle centoventidue chiese dell’arcidiocesi, uniti dallo stesso spirito: prendersi cura dei deboli e dei sofferenti, come il samaritano evangelico, senza «passare oltre».

L’iniziativa di Bombay è una delle tante che contraddistingue il prezioso impegno della sanità cattolica in India, che si esplica soprattutto attraverso la Catholic Health Association of India (Chai), organizzazione nata con l’idea di mettere al centro la persona malata e sofferente e di esprimere, attraverso la cura, l’amore di Cristo. In una nazione che vanta a Bangalore un vasto distretto di aziende specializzate nell’information technology, la cosiddetta Silicon valley indiana, questo impegno caritativo sfrutta al massimo le possibilità offerte dalle nuove tecnologie. In risposta alla crisi sanitaria di covid-19, l’associazione cattolica, diffusa su tutto il territorio indiano, ha infatti lanciato un nuovo software di geo-tagging, chiamato Corona care, che aiuta a monitorare in tempo reale i processi di assistenza sanitaria ed economica avviati.

Il redentorista padre Mathew Abraham, direttore generale della Chai, spiega che, in tal modo, si possono elaborare in tempo reale i dati e lo stato di avanzamento o gli ostacoli presenti in ogni progetto. «Il covid-19 — sottolinea il direttore — ha colpito persone di ogni ceto sociale in India, in particolare i lavoratori poveri e i salariati a giornata. La Catholic Health Association of India, oltre alle regolari attività di assistenza medica condotte in tutta la nazione, è riuscita a mobilitare oltre 12 milioni di rupie (circa 135.000 euro) per fornire kit di cibo e cure mediche a 3250 famiglie vulnerabili, in diciassette stati dell’India». La Chai, rete che riunisce oltre 3500 istituzioni sanitarie cristiane, offre il suo servizio soprattutto in aree remote, dove mancano ospedali, dispensari e operatori sanitari. L’attenzione ai malati più poveri, ai diseredati, ai reietti è, nel puro spirito evangelico, il cuore della sua missione.

di Paolo Affatato