· Città del Vaticano ·

Appunti di viaggio
Un padre e un figlio separati dalla frontiera

Perché mi hai abbandonato?

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19 febbraio 2021

«Perché mi hai abbandonato?» La domanda arriva come una coltellata improvvisa, due tre volte al giorno, mentre stanno ridendo o giocando alla playstation o facendo i compiti. Nicolas, un bambino honduregno di 7 anni continua a chiederlo a suo padre, Gabriel, anche se è da un anno che ormai vivono di nuovo insieme in una casa di parenti a New York.

Gabriel fu tra le migliaia di genitori separati dai loro figli alla frontiera tra Messico e Stati Uniti nella primavera del 2018, quando entrò in vigore, sotto la presidenza di Donald Trump, la cosiddetta “tolleranza zero” verso le famiglie di migranti provenienti dall’America centrale. Fino ad allora i nuclei familiari che cercavano asilo negli Stati Uniti erano messi unitariamente sotto custodia o portati in tribunale. Dal 2018 invece la sorte degli adulti e dei minori prese strade diverse. In pochi secondi Gabriel, come racconta lui stesso in una testimonianza al «Christian Science Monitor», si trovò a dover decidere se lasciare il figlio in affidamento alle autorità statunitensi o se riportarlo con sé in Honduras, il Paese da cui era scappato per salvarsi e salvargli la vita. I trafficanti di droga, gli unici a dettare legge nel loro villaggio, avevano minacciato di morte Gabriel e di eliminare il piccolo Nicolas, se l’uomo non avesse accettato di lavorare per i narcos come corriere. Molti tra amici e parenti erano già stati uccisi e una famiglia di vicini sterminata, prima che la disperata fuga di padre e figlio verso il Nord cominciasse. Quando alla frontiera dovette scegliere, Gabriel scelse di lasciare Nicolas negli Stati Uniti, dove sarebbe potuto andare a vivere da una zia. Voleva salvare il piccolo, ma in quel momento cominciò il “peggiore degli incubi”, spiega l’uomo. Per settimane non seppe più nulla di Nicolas, finito in un centro per minori a Chicago.

Tra i primi atti del nuovo presidente Joe Biden vi è stata la creazione di una task force incaricata di riunire i nuclei familiari con promessa di una sanatoria che consenta la regolarizzazione di circa 11 milioni di immigrati clandestini negli Stati Uniti. Sono centinaia i genitori e i figli minori che hanno perso i contatti tra loro. Rafael alla fine riuscì a localizzare Nicolas, a sapere che era in salvo, che mangiava ma, anche, che si sentiva tradito dal padre. Gli ultimi attimi trascorsi con il figlio gli martellavano il cervello: il piccolo, allora di appena 4 anni, avvinghiato alla sua gamba, mentre una guardia di frontiera lo tirava via. Ci vollero quattro mesi prima che la zia, e sorella di Rafael, ottenesse l’affidamento del bambino. Trascorse un altro anno e mezzo, prima che l’uomo riuscisse, con l’aiuto di un avvocato, a dimostrare la consistenza della sua richiesta d’asilo, conquistando quel colloquio preliminare che gli era stato negato alla frontiera e il permesso temporaneo di raggiungere il figlio a New York. L’incontro, dopo quasi due anni di separazione, fu un trauma. «Pensavo fosse lo stesso bambino di sempre. Quando cominciò a parlare però capii che niente sarebbe stato come prima tra noi. Mi chiese perché l’avevo abbandonato, perché non gli volevo più bene». Per tre mesi Nicolas si rifiutò di rimanere in una stanza da solo con il padre. «Spero solo che un giorno possa capire», dice Gabriel. Nonostante le ferite ancora aperte, è convinto di aver fatto la scelta giusta e sarebbe pronto a ripeterla. Come lui, nel 2019 quasi mezzo milione di famiglie e circa 76 mila minori non accompagnati hanno cercato di attraversare il confine americano. Solo il covid ha fatto crollare per il momento i numeri dei fuggitivi dall’America centrale.

di Elisa Pinna