· Città del Vaticano ·

Per una lettura teologica del magistero di Papa Francesco

Nella scia
del concilio Vaticano II

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19 febbraio 2021

La teologia cristiana cattolica è una sola. È il discorso su un credo. Dà conto della credenza di persone costituite come popolo a partire dalla chiamata all’unità che fa loro, in modo personale, il Verbo incarnato. Se qualche autore o pastore costruisse argomenti su un altro dio, il suo discorso potrebbe essere teologico, ma non sarebbe sul credo cristiano; sebbene nell’ambito confessionale ciò non sia considerato teologia bensì ideologia, essendo un discorso su un’idea e non su un dio personale.

Con quanto detto, cerco di dimostrare che non è appropriato parlare della “teologia di Papa Francesco”, perché non si tratta di un’altra teologia. La Teologia del popolo — nome con cui si fa riferimento al magistero pontificio attuale — non è una nuova teologia, e neppure una versione particolare e locale della teologia cattolica. La definizione è una forma di declassamento. Negare i nomi è una forma di liberazione. Questa tendenza a nominare le differenze per moltiplicare, dividere, frammentare, specializzare, segmentare, uccide. Lungi dal contribuire a costituire un’identità, si nomina per poi dire: non è questo. Quindi, per evitare di cadere in tale tranello, non si tratta di spiegare la Teologia del popolo, ma di negare che il metodo di discernimento evangelico sul sociale — quello che Papa Francesco privilegia ed estende dall’individuale al comunitario — è un’altra teologia.

Questo è già accaduto. Ogni tentativo diverso rispetto al modo di mettere in pratica la missione a cui esorta la predicazione evangelica — intesa come lotta a favore della giustizia per la costruzione di quello che i cristiani chiamano il Regno dei Cieli — è stato denominato come un’altra teologia. Sono così apparsi, creando confusione ai credenti e ai non credenti, nomi diversi per una stessa teologia. Due esempi sono vicini e noti: l’Americanismo negli Stati Uniti e la Teologia della liberazione in America Latina. Le strategie difensive sono state diverse. Gli americanisti si sono opposti a questa definizione perché l’hanno considerata un modo di negare una pratica che hanno difeso come cattolica romana. I latinoamericani hanno invece assunto una posizione analettica e si sono identificati in quel nome, giungendo addirittura a farla percepire come una nuova teologia della quale, sostengono alcuni, la Teologia del popolo è una delle correnti.

Quello che definiscono come Teologia del popolo in ogni caso è una delle varie correnti che applicano il metodo del discernimento sociale, cosa che spiegherò più avanti. Il credo non è in discussione. Chiarire questo è fondamentale se si vuole comprendere il magistero dell’attuale Pontefice. Altrimenti il suo tentativo di riforma pastorale si concluderà con lui. Detto in altre parole, il suo tentativo di concretizzare la lotta per la giustizia come la messa in moto di processi di transizione ecologica — cosa che è costitutiva della predicazione evangelica — resterà nella storia come una caratteristica genitiva e incidentale del suo pontificato, tinta di localismo, e non come ciò che è: l’attuazione del concilio Vaticano ii .

Centinaia di biografie su Papa Francesco pubblicate nel mondo stanno parlando e indagando sulle fonti del suo pensiero. Prima hanno cercato in Argentina. È così che hanno reso visibili e importanti autori fino ad allora sconosciuti, persino all’accademia locale, e ancor di più ai circoli teologici. Poi, seguendo il filo conduttore della vita stessa del cardinale argentino, sono giunti ad autori europei, e hanno visto con sorpresa che il suo discorso aveva più a che vedere con il pensiero guardiniano che con la dottrina peronista. Alcuni autori, fratelli della Compagnia, hanno seguito la linea gesuita ed è lì che hanno compreso meglio la questione. Pochi però hanno ricercato una spiegazione all’interno del magistero conciliare. Quelli che lo hanno fatto, hanno mostrato chiaramente che il magistero di Papa Francesco mette in pratica quanto stabilito dal concilio Vaticano ii .

Juan Carlos Scannone, filosofo e teologo argentino, compagno di Jorge Mario Bergoglio, non ha solo definito la Teologia della liberazione considerando la Teologia del popolo come una delle sue quattro correnti, ma ha anche pubblicato un libro con quel titolo. Tuttavia, nella sua opera ha spiegato i motivi per affermare che non è corretto parlare di un’altra teologia in riferimento a Papa Francesco. Tanto per cominciare, uno degli ultimi libri di Scannone si chiama La ética social del Papa Francisco e non la “Teologia del popolo di Papa Francesco”. Questo titolo si spiega facilmente. Secondo quanto sostiene l’autore, la preoccupazione di Papa Francesco è il metodo teologico. Ciò è fondamentale. È l’algido punto che divide le acque a favore o contro l’attuale magistero pontificio. Detto in termini profani, il problema sta in chi giudica.

Attualmente, la controversia che è in atto tra le diverse scuole di teologi cattolici non riguarda i principi di fede; e neppure le mediazioni utilizzate per dare conto della fede. Quel dibattito è rimasto sepolto con le categorie del xx secolo, oggi inefficaci nella realtà politica dell’Occidente. Non è un problema teologico. Non è neanche un problema morale e sociale, poiché risulta innegabile l’opzione preferenziale della Chiesa di Cristo per i poveri, come pure l’affermazione dei quattro pilastri della Dottrina sociale della Chiesa: dignità umana, destinazione universale dei beni, solidarietà e sussidiarietà. Quanto meno non sarebbe politicamente corretto ostentare il contrario come discorso organico di un’istituzione cristiana. Ciò spiega perché esiste un gran numero di teologi che aderisce alla presunta Teologia del popolo, che un politologo non potrebbe in alcun modo accusare di marxismo, populismo o poverismo; non solo, ma susciterebbe addirittura ilarità applicare queste definizioni a certi personaggi solitamente allineati con lo status quo.

Si tratta, allora, di un’altra cosa, di un altro tipo di problema. Il problema che pone il metodo pastorale voluto da Francesco è giuridico: Chi giudica? Chi decide che cosa fare con i beni comuni? Il popolo? Quale parte del popolo: i poveri? Detto in altre parole, a essere in discussione è il soggetto di discernimento teologico sull’agire sociale, politico ed economico per la cura, lo sviluppo, la distribuzione e il reinvestimento dei beni creati. In definitiva, il problema consiste nel sapere a chi viene riconosciuta la capacità teologale di giudicare evangelicamente che cosa fare dinanzi all’ingiustizia. Chi giudica: uno, alcuni, o il popolo come soggetto comunitario di fede?

Il cristianesimo non è una religione poiché è molto di più. Non si costituisce a partire da una legge che regola un comportamento, ma a partire da una risposta personale a una chiamata che invita a unirsi e invia a convertire persone e strutture. Ebbene, la questione di chi convertire e di quali strutture convertire apre un grande dibattito. Ciò implica, da un lato, determinare quali sono le strutture di peccato, ossia quali sono i rapporti d’ingiustizia. Dall’altro, riconoscere chi giudica qual è la politica migliore per ristabilire la giustizia sociale. A tale riguardo, Papa Francesco sostiene, in diversi testi e contesti, che dal basso, dalla periferia, dal sottosuolo del pianeta, emergerà il torrente di energia morale che renderà possibile una nuova cultura. Questo non è una novità introdotta dal Pontefice latinoamericano. Il soggetto di discernimento teologico pastorale, a partire dal concilio Vaticano ii (cfr. Gaudium et spes, n. 11) è il Popolo di Dio, illuminato dallo Spirito Santo, mosso da necessità e sogni.

Dire che la guarigione del mondo sta nelle mani dei poveri, degli scartati, degli avanzi della società, non è qualcosa che si digerisce facilmente in un sistema che poggia su nove milioni di morti solo con una delle due guerre mondiale, senza contare le vittime della Guerra fredda. Se si tratta di seguire Papa Francesco su quest’ultimo punto, molti autori preferiranno continuare a pensare che il suo magistero è una nuova teologia, la Teologia del popolo, piuttosto che mettersi a spiegare il concilio Vaticano ii , dove sono già stati esposti gli argomenti a favore del popolo come soggetto di discernimento sociale.

Personalmente ritengo più appropriato parlare di teologi del popolo, piuttosto che di Teologia del popolo. Non si tratta di idee, bensì di atti decisivi, concreti. In tal senso, teologi del popolo non sarebbero solo gli intellettuali che si mettono dalla parte del popolo, ma il popolo stesso come soggetto di discernimento teologico pastorale.

di Emilce Cuda