· Città del Vaticano ·

L'estratto

Figure reali
come incubi

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19 febbraio 2021

In occasione dei settant’anni dalla morte dello scrittore francese (19 febbraio 1951) pubblichiamo uno stralcio da uno dei suoi saggi raccolti nel libro «Dostoevskij» (Bompiani, 1946).

Quello che soprattutto è stato rimproverato a Dostoevskij in nome della nostra logica occidentale, è, credo, il carattere non ragionato, irresoluto e spesso quasi irresponsabile dei suoi personaggi. È tutto quello che, nelle loro figure, può sembrare contratto in una smorfia forsennata. Non è, ci si dice, la vita reale che egli rappresenta; sono degli incubi. Ritengo questo perfettamente falso: ma accordiamolo pure, provvisoriamente, e non accontentiamoci di rispondere, con Freud, che c’è più sincerità nei nostri sogni che nelle azioni della nostra vita. Ascoltiamo piuttosto quello che lo stesso Dostoevskij dice dei sogni e delle «assurdità e impossibilità evidenti di cui abbondano i nostri sogni e che voi ammettete issofatto, senza quasi provarne sorpresa, anche quando, d’altra parte, la vostra intelligenza spiega un’inusata potenza. Perché — egli seguita — quando vi svegliate e rientrate nel mondo, sentite quasi sempre, e spesso con una rara vivacità, che il sogno abbandonandovi porta seco come un enigma insoluto per voi? La stravaganza del vostro sogno vi fa sorridere e insieme sentite che questo tessuto di assurdità racchiude un’idea, ma un’idea reale, qualcosa che appartiene alla vostra vera vita, qualcosa che esiste e che è sempre esistito nel vostro cuore: credete di trovare nel vostro sogno una profezia da voi attesa» (L’Idiota).

Quello che Dostoevskij dice qui del sogno, noi lo applicheremo ai suoi libri: non perché io acconsenta per un istante solo ad assimilare queste narrazioni all’assurdità di certi sogni, ma perché noi ugualmente sentiamo, risvegliandoci dai suoi libri — e anche quando la ragione si rifiuta di conceder loro un totale assenso — sentiamo che egli ha appena toccato qualche punto segreto «che appartiene alla nostra vera vita ». E credo che troveremo qui la spiegazione del rifiuto di certe intelligenze davanti al genio di Dostoevskij, in nome della cultura occidentale. Poiché faccio subito notare che in tutta la nostra letteratura occidentale, e non parlo solo della francese, il romanzo, a parte rarissime eccezioni, non si occupa che delle relazioni degli uomini fra loro, rapporti passionali o intellettuali, rapporti di famiglia, di società, di classi sociali — ma mai, quasi mai, dei rapporti dell’individuo con se stesso o con Dio — che precedono qui tutti gli altri. Credo che nulla farà meglio capire quello che voglio dire dell’espressione di un russo riportata dalla signora Hoffmann nella sua biografia di Dostoevskij (la migliore, e di molto, che io conosca — ma che purtroppo non è tradotta), espressione con la quale ella pretende farci sentire precisamente una delle particolarità dell’anima russa. Questo russo, dunque, al quale si rimproverava la sua inesattezza, rispose molto seriamente: «Sì, la vita è difficile! Ci sono istanti che chiedono di essere vissuti correttamente, cosa ben più importante del fatto di essere puntuali a un appuntamento».

La vita intima è qui più importante dei rapporti degli uomini fra loro. È ben qui, — non lo credete? — il segreto di Dostoevskij, quello che insieme lo rende così grande, così importante per alcuni e cosi insopportabile per molti altri.

E non voglio pretendere per un solo istante che l’occidentale, il francese, sia per ogni lato e unicamente un essere di società, il quale non esiste se non con un costume: e pensiamo subito ai Pensieri di Pascal, ai Fiori del Male, libri gravi e solitari, e tuttavia francesi come nessun altro libro della nostra letteratura. Ma pare che un certo ordine di problemi, di angosce, di passioni, di rapporti, siano riservati al moralista, al teologo, al poeta, e che il romanzo non debba lasciarsene ingombrare. Di tutti i libri di Balzac, Luigi Lambert è senza dubbio il meno riuscito: in ogni caso, non era che un monologo.

Il prodigio realizzato da Dostoevskij, è proprio questo: ciascuno dei suoi personaggi — ed egli ne ha creato tutto un popolo — esiste dapprima in funzione di se stesso, e ciascuno di questi esseri intimi, col suo particolare segreto, si presenta a noi in tutta la sua problematica complessità; il prodigio, è che son proprio questi problemi quelli che ciascuno dei suoi personaggi vive.

di André Gide