· Città del Vaticano ·

Un movimento che unisce cristiani, monaci buddisti e settori della società birmana

La scelta della non violenza
contro l’ingiustizia

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18 febbraio 2021

Frastuono di pentole sbattute per le strade. Gente che si dà appuntamento per cantare sui balconi, mostrando drappi rossi. Medici che lasciano le corsie e funzionari statali che da giorni disertano gli uffici pubblici. Sacerdoti, religiosi, seminaristi e suore cattoliche che sfilano in preghiera o cantando inni a cantici spirituali. E anche monaci buddisti che marciano silenziosi chiedendo la fine della dittatura militare. La reazione del popolo birmano al colpo di stato è stata caratterizzata da azioni di resistenza non violenta, con la creazione di un vasto movimento di disobbedienza civile che, partito dalle città più grandi, si è ben presto allargato a tutta la nazione. La popolazione birmana deve fare i conti con presenza ingombrante di un esercito che per settant'anni ha tenuto in pugno il Paese, controllando i principali gangli politici ed economici della società, e che, con il colpo di stato del 1° febbraio, ha ripreso il pieno controllo del potere.

Gli intellettuali e gli attivisti birmani sono ben consapevoli del fatto che una reazione scomposta o violenta potrebbe fare il gioco dei militari, prestando il fianco a misure repressive più forti. La scelta allora, è caduta ben presto su forme di protesta non violenta che esprimono con decisione il dissenso verso la giunta militare con “armi” che non feriscono come il digiuno, il silenzio, la preghiera, il boicottaggio, la presenza massiccia e pacifica in strada. Sono tutte forme di resistenza non violenta che, nella recente storia del continente asiatico hanno avuto un impatto straordinario. «Continueremo ad alimentare il movimento di disobbedienza civile che unisce oggi migliaia di persone di buona volontà, di ogni cultura, classe sociale, etnia, religione, in tutto il Myanmar. Vogliamo in tal modo esprimere il nostro pacifico ma fermo dissenso verso il governo militare. Desideriamo ispirarci al Mahatma Gandhi e alla non-violenza del Vangelo», spiega a «L’Osservatore Romano» Joseph Kung Za Hmung, laico cattolico birmano, direttore del sito web di informazione «Gloria News Journal», illustrando le motivazioni profonde del movimento che è sorto dal basso, in modo spontaneo, tra i cittadini e che ha beneficiato del tam tam sui social media per rafforzarsi di giorno in giorno.

Il riferimento alla “grande anima”, il Mahatma Gandhi, di cui l’Asia ha celebrato due anni fa i 150 anni dalla nascita, risuona forte: la sua scelta di opposizione e di lotta non-violenta (la satyagraha, fondata sulla sathya, verità; e sull’ahimsa, non violenza), si ricorda, non è stata un atteggiamento arrendevole o compassato, ma è stata una lucida volontà di opporsi all’oppressione e all’ingiustizia, che lo rese uno straordinario capo politico. Con lui si è realizzato il miracolo dell’indipendenza di quella che ancora oggi è la più grande democrazia del mondo, l’India. Con lui i birmani oggi citano le parole di altro maestro, profeta e capo politico come Nelson Mandela: «Un vincitore è solo un sognatore che non si è arreso».

C’è poi nel movimento della società civile birmana anche un’altra radice ben chiara ed estremamente feconda: quella della nonviolenza evangelica, come è stata concepita e perfezionata da due profeti del nostro tempo: i coniugi cattolici Jean Goss (1912-1991) e Hildegard Mayr (1930), straordinari animatori e operatori della nonviolenza evangelica nell’ambito del Movimento internazionale della riconciliazione (Mir). I coniugi Goss-Mayr, instancabili nel promuovere i loro seminari con la gente comune, hanno diffuso la nonviolenza in Europa orientale, in Russia, in America Latina, in Medio Oriente, in Africa e, con speciale attenzione, in Asia. Sono all’origine della liberazione non violenta delle Filippine dalla dittatura di Ferdinando Marcos, nel 1986: il riferimento oggi appare vicino al Myanmar sia geograficamente che storicamente. Quella forza spirituale che promanava dalla popolazione scesa in strada a Manila, portando un messaggio di benevolenza e amore verso il nemico, fu cruciale: i soldati dell’esercito deposero le armi e Marcos , isolato, fu costretto all’esilio. In quella fase i radiomessaggi del cardinale Jaime Sin sulle frequenze dell’emittente cattolica «Radio Veritas» a Manila costituirono un vigoroso incoraggiamento, tanto che quella pacifica protesta passò alla storia con il nome di “rivoluzione dei rosari”.

Dicono i coniugi Goss-Mayr che, grazie alla forza spirituale della non violenza evangelica, definita “non violenza attiva” per il suo potere trasformativo, «i nemici diventano amici». Il violento resta spiazzato dal ricevere amore: in quello spazio di disorientamento agisce la grazia di Cristo che cambia i cuori. La violenza è un peccato contro la persona umana: nella risposta non violenta c’è il riconoscimento della dignità inalienabile di ogni essere umano e del seme di Dio in qualsiasi uomo, anche nell’oppressore. La nonviolenza, affermano, è ben di più di un insieme di tecniche: «I due pilastri della nonviolenza sono il perdono delle offese e l’amore per il nemico» spiegano, affermando la speranza che «tutti gli uomini hanno un cuore e una coscienza». La nonviolenza tocca l’anima e il cuore dicendo la verità e denunciando l’ingiustizia. Ma il percorso verso l’azione nonviolenta richiede preparazione interiore (identificarsi con gli altri e provare empatia ) ed esteriore: il dominio mentale del dolore, che rende più forti dell’aggressore. La via non violenta per contestare l’ingiustizia, allora, rende vive le parole di un altro santo, Massimiliano Kolbe: «Solo l’amore crea».

I coniugi Goss-Mayr hanno seminato a piene mani queste parole e questa esperienza soprattutto negli anni ‘80 del secolo scorso in viaggi nel sud-est dell’Asia, viaggiando personalmente in Filippine, Thailandia, Bangladesh e Hong Kong. Quelle idee, tramite i loro allievi — migliaia di religiosi e laici, di cristiani e non cristiani che hanno seguito i loro seminari — continuano oggi a camminare e propagarsi in tutta la regione, portando una traccia evangelica nelle situazioni di crisi e di conflitto e che oggi potrà portare frutto anche in Myanmar.

di Paolo Affatato