· Città del Vaticano ·

Nonostante i ripetuti arresti

Dilaga la protesta
in Myanmar

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18 febbraio 2021

Dilagano in Myanmar le proteste contro il colpo di Stato militare dello scorso primo febbraio.

Anche oggi, decine di migliaia di persone sono scese in strada in numerose città del Paese, sfidando i divieti imposti dai generali che hanno preso il potere defenestrando il Governo. Lo riporta il sito di notizie Myanmar Now, riferendo che quella di ieri a Yangon — cuore economico del Myanmar e sede della Banca centrale — è stata la più grande protesta della settimana contro il golpe. I dimostranti si sono radunati non lontano dalla pagoda Sule, uno dei siti religiosi più antichi del Paese asiatico. Una manifestazione dall’alto valore simbolico.

Gruppi di persone si sono riuniti anche davanti all’ambasciata russa a Yangon, portando con loro manifesti per chiedere la liberazione di Aung San Suu Kyi — consigliere di Stato e ministro degli Esteri, arrestata il primo febbraio assieme al presidente, Win Myint — e il «ritorno del nostro Governo eletto». Immagini diffuse su Twitter mostrano auto ferme al centro delle strade, bloccate — secondo i media locali — in segno di protesta e di sostegno al movimento di disobbedienza civile.

La popolazione «ha il diritto di manifestare senza la minaccia di arresti o violenze», ha twittato Tom Andrews, relatore speciale dell’Onu sulla situazione dei diritti umani in Myanmar. Andrews ha detto di temere nuove violenze dopo essere stato informato dell’invio di truppe dalle regioni periferiche a Yangon.

Oltre alle strade, la protesta si è allargata nelle ultime ore alla piattaforma social, con gli hacker che hanno preso di mira i siti di propaganda usati dalla giunta militare. Ma non solo. Un gruppo chiamato Myanmar Hackers ha infatti interrotto l’accesso al sito della Banca centrale del Paese, a quello della pagina web di propaganda militare True News Information Team e della televisione statale Mrtv.

Finora si contano almeno 250 arresti tra politici e critici della società civile, ma decine di giornalisti e attivisti pro-democrazia si sono nascosti per paura di trovarsi la polizia alla porta.

Nel negare che in Myanmar vi sia stato un golpe, la giunta ha esortato la popolazione «a non farsi trascinare dalle emozioni». Nella prima conferenza stampa dopo la presa del potere il primo febbraio, il portavoce dei militari, generale Zaw Min Tun, ha sostenuto che gli arresti del presidente, di Suu Kyi e gli altri leader politici sono stati «necessari» per garantire il rispetto della Costituzione. Suu Kyi, ha affermato all’agenzia Reuters, è «in buona salute». Il portavoce ha anche tentato di minimizzare le sanzioni imposte da Washington, affermando che già in passato il Myanamar ha affrontato l’isolamento internazionale. «Noi vogliamo mantenere buone relazioni con l’Onu e tutti i Paesi», ha aggiunto.

Zaw Min Tun ha poi garantito nuove elezioni al termine dello stato di emergenza di un anno. «Il nostro obiettivo — ha precisato il generale — è andare al voto e consegnare il potere nelle mani del partito vincitore». L’esponente dell’esercito non ha però fornito una data esatta per lo svolgimento delle elezioni legislative.

Nell’incertezza sui prossimi passi dei militari, diversi analisti ipotizzano che l’annunciata intenzione di tornare a elezioni dopo lo stato di emergenza di un anno possa essere concreta. Ma prevedono anche che l’esercito voglia nel frattempo mettere mano al sistema elettorale, trasformandolo dall’attuale maggioritario secco — che favorisce nettamente la Lega nazionale per la democrazia (Lnd), il partito di Suu Kyi — a uno proporzionale. Anche se il partito vicino all’esercito venisse sconfitto al voto, com’è probabile (ha già perso nettamente le legislative dello scorso novembre), il divario con l’Lnd sarebbe così minore, e il 25 per cento dei seggi garantiti ai militari dalla Costituzione potrebbe consentire loro di far parte di un Governo di coalizione con altri partiti minori. Una democrazia “ibrida” simile a quella che i militari della vicina Thailandia hanno costruito dopo il colpo di Stato del 22 maggio del 2014.