· Città del Vaticano ·

La «Commedia» nel carcere di Sollicciano

Scoprendo Dante
dietro le sbarre

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17 febbraio 2021

L’ultimo fotogramma della libertà, per Giuseppe, è l’immagine della vastità del mare. Poi la cattura e una vita dietro le sbarre, a meditare su «paura, dolore, amore e tradimenti (perché se siamo qui, è perché comunque abbiamo tradito)». Giuseppe tiene tra le mani la fotocopia con le terzine della Divina Commedia. Legge, con voce sommessa e chiara, i versi scelti fra quelli che pochi minuti prima gli sono stati proposti; “meravigliosi”, commenta: «L’alba vinceva l’ora mattutina / che fuggia innanzi, sì che di lontano / conobbi il tremolar de la marina» (Purgatorio, canto i , 115-117).

L’ultima alba da uomo libero e il movimento delle onde, il tremolar della marina. «Queste immagini — dice — mi trasmettono una sofferenza melanconica, sofferenza non di dolore ma di melanconia per il ricordo che evocano… epperò mi danno pure la forza di andare avanti». Può sembrare strano, imparare la profondità da un uomo che ha commesso tanto male ed ora sconta la sua pena. Ma a volte succede e in fondo sarà suonato strano pure a chi ascoltava duemila anni fa la predicazione di quel Nazareno: «Vi precederanno nel Regno dei Cieli».

Seduti accanto a Giuseppe (il nome è di fantasia) altri quattro detenuti del carcere fiorentino di Sollicciano che a breve leggeranno la terzina scelta cercando, come lui, in quei versi un’eco di cose viste nella natura e dentro di sé. Davanti a loro un tablet li collega in video con i promotori di una delle iniziative più interessanti messe in cantiere per celebrare i 700 anni dalla morte del sommo poeta, con lo scopo di portare la poesia di Dante fra la gente. «Dante lo conoscevo solo scolasticamente, quindi non lo conoscevo… perché a scuola te lo impongono — commenta Giuseppe — Mi sono innamorato di Dante in prigione, e leggendolo ho trovate tante risposte alla mia vita».

Il dialogo, a distanza causa covid, si protrae per tre ore, «ma sono volate» dirà un altro recluso alla fine. E le distanze proprio non si avvertivano. Merito in gran parte della maestria di Franco Palmieri, il regista della performance teatrale che nel mese di luglio porterà 150 cantori a recitare le terzine della Divina Commedia nella magnifica cornice del Giardino della Villa Medicea di Castello, davanti a un pubblico che, virus permettendo, sarà folto e attento. I cantori sono perlopiù persone normalissime, giovani e anziani, uomini e donne, nessun attore professionista. E come “persone” non in quanto “detenuti” sono entrati nel gruppo anche Giuseppe e gli altri di Sollicciano (coinvolgimento reso possibile grazie alla presenza delle Fgp Lucia Pugliese e Ilaria Martini e dal docente Claudio Pedron).

«Mescolare le persone, non fare ghetti, mai solo anziani, mai solo carcerati» spiegano le vulcaniche Chiara Damiani ed Enrica Maria Paoletti, tra le fondatrici di Culter, l’Associazione culturale organizzatrice dell’evento sostenuto dal comune di Firenze e dal Comitato nazionale per le celebrazioni dei 700 anni dalla morte di Dante. Dal 2006 Culter promuove la lettura di Dante nelle piazze e nelle chiese di Firenze, oltre 15 mila i cantori coinvolti in questi cinque lustri. Ma il vero fulcro dell’iniziativa non è l’evento finale — pur coinvolgente e spettacolare — bensì la sua preparazione, il modo in cui sono formati i cantori. Franco Palmieri insieme con Luisa Cortesi, attenta curatrice della coreografia, entra in contatto con ognuno di loro. Prendendosi tutto il tempo necessario, in media una trentina di minuti a persona, stabilendo un clima di familiarità che rende più facile alle persone approfondire il significato della terzina scelta, tirando fuori domande, pensieri, esperienze personali. «Perché Dante — non si stanca di dire il regista — narra di cose che lui ha vissuto in prima persona ed è attuale non per i temi filosofici o politici che tratta ma perché parla oggi alla mia e alla tua vita».

Quest’anno a tema sono state messe le descrizioni del creato che scorrono come in un montaggio impetuoso nei versi della Commedia, con dettagli stupefacenti nella loro precisione “botanica” eppure mai solo ornamentali nel racconto ma metafore che rimandano sempre a una realtà più profonda dell’essere. Emblematico il titolo scelto per l’edizione 2021: Amor sementa in voi (citazione dal Purgatorio, xvii , 104).

Così a Rosy, giovane signora residente a Firenze ma di origini calabresi, un’altra alba descritta da Dante porta una «sensazione fisica», di serenità ed energia unita al ricordo di uno spettacolo simile vissuto nella sua casa estiva, nella costa jonica, «quando puoi sostenere» lo sguardo al sole, a motivo di quel “velo rosato” e di quei vapori che filtrando i suoi raggi rendono possibile «guardarlo in faccia», senza restare accecati, come racconta il poeta: «Io vidi già nel cominciar del giorno / la parte oriental tutta rosata, / e l’altro ciel di bel sereno addorno; / e la faccia del sol nascere ombrata, / sì che per temperanza di vapori / l’occhio la sostenea lunga fïata» (Purgatorio, canto xxx , 22-27).

In questo modo i cantori non solo imparano a memoria le terzine che dovranno recitare in pubblico ma vi entrano dentro con la loro vita, le fanno proprie. «E nel risultato finale, il momento della performance, tutto questo fa differenza, e si vede, anche nella partecipazione del corpo alla recitazione», aggiunge la coreografa Luisa Cortesi.

Albe, alberi, piante, erbette e fiori... Immagini che accendono, nelle persone che man mano si alternano davanti allo schermo, declamando la terzina scelta, ricordi di infanzia o della maturità, gite in campagna, sguardi innamorati, lo stupore di fronte alla magia di un campo di narcisi «che qui la terra sol da sé produce». In modo indipendente dall’uomo, «ha bisogno solo del sole, la terra partorisce da sola», sottolinea Daniela, una signora vispissima collegata in video dalla sua abitazione a Firenze.

Dialoghi fatti di semplicità, con punte improvvise di vera genialità, che lasciano senza parole, emozionati, chi ha l’opportunità di seguirne alcuni, di questi dialoghi, come è successo per un paio di giorni a chi scrive queste cronache. Un brano dell’Inferno, laddove Caronte intima col remo ai dannati si salire sulla barca che li porterà per sempre nell’altra sponda, ha suscitato pensieri identici in Leonardo, tranquillo pensionato in libertà e in Roberto, prigioniero a Sollicciano. Entrambi, senza essersi mai né visti né parlati, ma a distanza di poche ore, raccontano di aver percepito nell’incipit della terzina da loro scelta un’assonanza profonda con la più celebre poesia di Ungaretti. «Come d’autunno si levan le foglie / l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie» (Inferno, canto iii , 112-114). Leonardo dice che questi versi di Dante «colpiscono la psiche, noi siamo come quelle foglie, precari, la terzina mi ha fatto subito pensare a Ungaretti, ma non sono un esperto, non so».

Roberto, invece, che nella sua cella ha tempo per leggere e conosce ormai mezza Divina Commedia a memoria, non ha dubbi. «Ma è certo che Ungaretti si è lasciato ispirare da quei versi! Sono identici, “come d’autunno, le foglie”… Ungaretti scrive Soldati in trincea, che per lui è un inferno dantesco, dove il destino delle persone è appeso alla vita come le foglie agli alberi nella stagione che prepara l’inverno». Sarà bello rivedere tutti questi volti a luglio («quando il sol ‘n fronte ti riluce»), recitare emozionati le loro terzine nel Giardino della Villa Medicea, rivedendo in ogni verso un frammento misterioso della loro vita.

di Lucio Brunelli