· Città del Vaticano ·

Per chiedere il rispetto dei diritti umani. Nuove proteste contro il golpe

Myanmar:
Caritas Internationalis
si rivolge all’Onu

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17 febbraio 2021

Mentre in Myanmar non si fermano le proteste contro il golpe militare, Caritas Internationalis ha lanciato l’allarme per l’impatto che l’escalation di violenza sta avendo sulla già fragile situazione umanitaria, chiedendo all’Onu di garantire un accesso sicuro degli aiuti al fine di salvare vite umane. In una dichiarazione indirizzata al Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, la confederazione ha fatto eco alla voce dei suoi partner umanitari locali e della Chiesa cattolica locale, esprimendo «grave preoccupazione per la ridotta capacità delle organizzazioni umanitarie di raggiungere le persone in difficoltà».

Caritas Internationalis, si legge in un comunicato, ha invitato il Consiglio dell’Onu dei Diritti umani e la comunità internazionale a «monitorare da vicino» quanto sta accadendo in Myanmar», invitando tutte le parti coinvolte a garantire un accesso umanitario sicuro e senza ostacoli per fornire assistenza salvavita e continuare a rispondere alla pandemia di covid-19, e ad astenersi dall’uso della violenza, ripristinando lo stato di diritto e i principi della democrazia.

Intanto, Aung San Suu Kyi, rovesciata dal colpo di stato militare il 1 febbraio scorso e agli arresti domiciliari nella capitale amministrativa, Naypyidaw, si è vista notificare oggi una seconda accusa, quella di «avere violato la legge sulla gestione della catastrofi naturali». Lo ha reso noto all’agenzia Afp l’avvocato del premio Nobel per la pace, Khin Maung Zaw. La prima accusa riguardava l’uso di sei walkie-talkie importati illegalmente e rinvenuti nella sua abitazione durante una perquisizione dei soldati. Suu Kyi dovrebbe presentarsi oggi in tribunale per la prima fase del processo a suo carico. Lo ha confermato la Lega nazionale per la democrazia (Lnd), il partito di Suu Kyi, che aveva nettamente vinto le elezioni legislative dello scorso novembre, annullate dai militari golpisti.

Gli Stati Uniti, ha dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato, Ned Price, si sono detti «scossi» dalle nuove accuse a carico di Suu Kyi. «Come ha detto il presidente Biden, la presa del potere da parte dei militari è un attacco diretto alla transizione verso la democrazia e lo stato di diritto», ha aggiunto Price nel corso di un incontro c0n i giornalisti.

Accuse contro Suu Kyi che il primo ministro britannico, Boris Johnson, ha denunciato su Twitter come «fabbricate». Per Johnson si tratta d’imputazioni costruite ad arte e che rappresentano «una chiara violazione dei diritti umani» dell’accusata da parte «dei militari». Il Governo britannico — ha incalzato il premier — «si schiera dalla parte del popolo del Myanmar e vuole che i responsabili del colpo di Stato siano chiamati a risponderne». Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro degli Esteri di Londra, Dominic Raab, che in una dichiarazione diffusa dal Foreign Office ha bollato le contestazioni rivolte ad Aung San Suu Kyi come «politicamente motivate».

Da Bruxelles, l’Alto Rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Josep Borrell, ha dichiarato che l’Unione europea non esclude misure restrittive contro i generali del Myanmar che hanno preso il potere e arrestato, oltre a Suu Kyi, il presidente, Win Myint, e numerosi attivisti della società civile, anche giornalisti e studenti.

I ministri degli Affari esteri dell’Unione europea si incontreranno il prossimo 22 febbraio per discutere la situazione nel Paese del sudest asiatico. Borrell ha poi ribadito l’aspettativa dell’Ue che i militari in Myanmar liberino tutti coloro che sono stati detenuti arbitrariamente, che si rispettino i diritti fondamentali del popolo birmano e che ci si astenga dalla violenza.

Se condannata, Suu Kyi rischia fino a sei anni di carcere. Una pena che le impedirebbe di prendere parte alle prossime elezioni legislative, che la giunta militare intende organizzare entro un un anno.