· Città del Vaticano ·

La speranza acqua viva

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17 febbraio 2021

San Paolo fa risalire all’azione dello Spirito Santo ognuna delle tre virtù teologali. Scrive: «Noi infatti, per virtù dello Spirito, attendiamo dalla fede la giustizia che è oggetto della speranza; poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità» (Gal 5, 5-6; cfr. Rom 5, 5). Questo ci dice che lo Spirito Santo è la sorgente e la forza della nostra vita teologale. È per merito suo, in particolare, che possiamo “abbondare nella speranza”: «Il Dio della speranza — scrive l’apostolo — vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo» (Rom 15, 13).

Questo stretto legame tra la virtù teologale della speranza e lo Spirito Santo è messo in luce all’inizio del secondo punto del messaggio di Papa Francesco per la Quaresima, quello dedicato alla speranza. Rileggiamolo: «La samaritana, alla quale Gesù chiede da bere presso il pozzo, non comprende quando Lui le dice che potrebbe offrirle un’“acqua viva” (Gv 4, 10). All’inizio lei pensa naturalmente all’acqua materiale, Gesù invece intende lo Spirito Santo, quello che Lui darà in abbondanza nel Mistero pasquale e che infonde in noi la speranza che non delude». Quest’ultima frase allude al ben noto testo di Romani 5, 4-5, secondo cui «la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

La speranza è stata chiamata talvolta la “parente povera” tra le virtù teologali. C’è stato, è vero, un momento di intensa riflessione sul tema della speranza, fino a dar luogo alla cosiddetta “teologia della speranza”. Ma è mancata una riflessione sul rapporto tra speranza e Spirito Santo. Eppure non si comprende la peculiarità della speranza cristiana e la sua alterità rispetto a ogni altra idea di speranza, se non la si vede nel suo rapporto intimo con lo Spirito Santo. È lui che fa la differenza tra «Il principio speranza» di Ernest Bloch e la virtù teologale della speranza. Le virtù teologali sono tali non solo perché hanno Dio come loro fine, ma anche perché hanno Dio come loro principio; Dio non è solo il loro oggetto, ma anche la loro causa. Sono causate, infuse, da Dio.

Noi abbiamo bisogno di speranza per vivere e abbiamo bisogno di Spirito Santo per sperare! Credere, ha scritto Charles Péguy, è facile; Dio risplende a tal punto nell’universo! Anche amare è relativamente facile: siamo così infelici che non dovrebbe riuscirci difficile impietosirci gli uni degli altri. È sperare che è difficile. Quello che è facile, quello a cui siamo inclinati, è invece disperare; è questa la grande tentazione.

Come distinguiamo due tipi di fede: la fede creduta e la fede credente — cioè, le cose credute e l’atto stesso di credere —, così avviene per la speranza. Esiste una speranza oggettiva che indica la cosa sperata, l’eredità eterna, ed esiste una speranza soggettiva che è l’atto stesso di sperare quella cosa. Quest’ultima è una forza di propulsione in avanti, uno slancio interiore, una estensione dell’anima, un dilatarsi verso il futuro, «una amorosa migrazione dello spirito verso ciò che si spera», diceva il “padre del deserto” Diodoco di Fotica.

Uno dei pericoli principali nel cammino spirituale è quello di scoraggiarsi di fronte al ripetersi degli stessi peccati e all’apparentemente inutile succedersi di propositi e ricadute. La speranza ci salva. Essa ci dà la forza di ricominciare sempre da capo, di credere ogni volta che sarà la volta buona, della vera conversione. Così facendo, si commuove il cuore di Dio il quale verrà in nostro soccorso con la sua grazia.

Un altro grande ostacolo sul nostro cammino, particolarmente avvertito in questo tempo di pandemia, è la tribolazione. E anche di questo si viene a capo solo con la speranza che è frutto dello Spirito Santo. «Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza» (Rom 5, 3 4). Lo Spirito Santo attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio, amati da lui, e così facendo ci infonde la forza per non arrenderci di fronte alle contrarietà e alle croci.

Non ci dobbiamo accontentare di avere speranza solo per noi. Lo Spirito Santo vuole fare di noi seminatori di speranza. Non c’è dono più bello che diffondere in casa, in comunità, nella Chiesa locale e universale, speranza. Essa è come certi moderni prodotti che rigenerano l’aria, profumando tutto un ambiente.

Su “come” essere testimoni della speranza che è in noi, non saprei dire parole più semplici e più concrete di quelle che Papa Francesco scrive nel suo messaggio: «Nella Quaresima, stiamo più attenti a “dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano, invece di parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano”. A volte, per dare speranza, basta essere “una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza”».

C’è un testo sulla speranza nella Bibbia che sembra dotato di un potere quasi sacramentale di produrre quello che significa. Parla di ali che spuntano a coloro che sperano:

«Anche i giovani faticano e si stancano,
gli adulti inciampano e cadono;
ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza,
mettono ali come aquile,
corrono senza affannarsi,
camminano senza stancarsi» (Is 40, 30 31).

di Raniero Cantalamessa
Cardinale predicatore della Casa Pontificia