· Città del Vaticano ·

Le missionarie della Consolata nelle montagne della Bolivia

Dove Dio
è felice di abitare

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17 febbraio 2021

La terra è popolata di uomini e donne in attesa di parole e segni della tenerezza di Dio, della certezza che Lui sostiene ogni creatura e non la abbandona al proprio destino. Sono uomini e donne che vivono ovunque: compongono “la folla”, quella che i discepoli di ogni tempo scoprono seguendo Gesù. Quella con cui si mescolano e vivono, proprio come ha fatto Lui, che a Nazaret, un paesino da niente agli occhi del mondo, ha vissuto trent’anni. Nella campagna andina della Bolivia, quasi al confine con l’Argentina, a 3.000 metri di quota, nel dipartimento di Potosí, sorgono quaranta minuscole comunità rurali che fanno capo a Vilacaya, un altro paesino da niente agli occhi del mondo. Qui, in una casa come tutte le altre, vive dal 2013 una comunità composta da quattro missionarie della Consolata, fra le quali suor Stefania Raspo, 43 anni. «Con semplicità — dice — cerchiamo di costruire rapporti fraterni con tutti, di portare amicizia, aiuto, consolazione, sostegno a quanti incontriamo, specialmente alle giovani generazioni e a chi patisce privazioni e sofferenze». Gli abitanti di questo territorio sono cattolici e appartengono all’antico popolo indigeno dei quechua. Sono contadini e il loro sostentamento dipende dai prodotti della terra. Purtroppo, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, si sono progressivamente ridotte le piogge e si sono manifestati violenti fenomeni atmosferici (ad esempio, le gelate fuori stagione) che hanno provocato gravi danni ai raccolti e hanno compromesso la sopravvivenza delle famiglie. «La povertà è aumentata e da tempo moltissimi abitanti sono costretti a emigrare in Argentina o nelle grandi città della Bolivia per cercare lavoro», racconta la missionaria. «Ho molto apprezzato le illuminanti parole di Papa Francesco sui migranti climatici: descrivono bene la situazione e i drammi, le sofferenze che queste persone debbono affrontare».

Suor Stefania e le sue consorelle fanno visita regolarmente agli anziani e alle famiglie più provate dalle difficoltà offrendo aiuti e conforto; inoltre si prendono cura delle giovani generazioni proponendo percorsi educativi nelle scuole della zona, in accordo con gli insegnanti. A causa della emigrazione dei genitori, molti ragazzi vivono con i nonni, che non sempre riescono ad essere solidi punti di riferimento. «Accompagniamo gli studenti proponendo un cammino formativo che possa assicurare loro un futuro buono ovunque si troveranno a vivere. Siamo certe che molti lasceranno questa terra in cerca di lavoro o per andare all’università. I giovani quechua sono molto legati alle loro antiche tradizioni, ne vanno fieri: purtroppo, migrando in contesti urbani, subiranno discriminazioni, come tutti gli indigeni», afferma suor Stefania. «Noi cerchiamo dunque di preparare i ragazzi all’impatto con nuovi contesti culturali e, allo stesso tempo, li aiutiamo a restare saldi nella cultura quechua, che è ricca di nobili valori e molto attenta alla qualità dei rapporti umani».

Nel 2014 le missionarie hanno anche aperto una mensa con l’obiettivo di riuscire ad assicurare almeno un pasto completo agli studenti che dai villaggi della zona vengono a Vilacaya per studiare. Inoltre, sostengono economicamente un’altra mensa destinata ai giovani scolari di un paesino molto povero nei dintorni. Anche quando le scuole sono rimaste chiuse a causa della pandemia, si sono prese cura degli alunni consegnando regolarmente pacchi alimentari alle famiglie più numerose. E quest’anno proporranno un servizio di orientamento per aiutare gli studenti delle scuole superiori a scegliere gli impieghi o gli studi universitari più adatti a loro.

Ormai da tempo, a causa della scarsità di vocazioni nella diocesi, Vilacaya non può contare sulla presenza fissa di un sacerdote: il parroco va in paese solo alla domenica per celebrare l’Eucaristia e al lunedì per la messa con gli alunni. Le missionarie della Consolata si occupano della catechesi, curano la preparazione ai sacramenti e l’animazione liturgica, si prendono cura da vicino delle piccole comunità di fedeli. «Sono grata al Signore per l’esperienza che sto vivendo in questo Paese: mi dona la possibilità di annunciare il Vangelo e di camminare con le persone di questi villaggi, dalle quali ricevo amicizia e doni spirituali in abbondanza», dice suor Stefania. «Ritengo che la Chiesa locale offra alla Chiesa tutta uno speciale patrimonio di sapienza, valori e sensibilità che nelle Chiese d’Occidente si stanno perdendo: penso, ad esempio, allo sguardo gentile, non predatorio né utilitaristico sulla natura. Penso al senso di comunità, che è molto vivo: sebbene l’individualismo tipico delle società occidentali tenti di insinuarsi anche qui, le persone continuano benevolmente ad aiutarsi e a farsi carico le une delle altre». Così scorre la vita a Vilacaya, un paesino da niente agli occhi del mondo. Dove Dio è felice di abitare.

di Cristina Uguccioni