· Città del Vaticano ·

Se l’unico albero della città
è fatto di cemento

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16 febbraio 2021

«I mali del secolo». Così si intitolava il disco pubblicato nel 1972 in cui, tra le altre cose, Adriano Celentano offriva la sua personale lettura di un fenomeno, sociale ancora prima che architettonico, che stava prendendo piede nella sua Milano. Un albero di trenta piani è la canzone in cui il molleggiato denuncia a modo suo la nascita dei primi grattacieli — nella fattispecie il cosiddetto Pirellone, guarda caso alto proprio (circa) trenta piani — vista come la pericolosa affermazione della società metropolitana rispetto a quel modello ancora presente nel dopoguerra nelle periferie della città. Un modello che lasciava spazio a realtà umane dotate di vicinanza e fraternità (quella ad esempio descritta ne Il ragazzo della via Gluck) e che presto sarebbe stato spazzato via.

La nascita della grande metropoli viene quindi interpretata come uno dei mali del Novecento e, con un tempo di valzer e con un arrangiamento molto scarno, Celentano narra la storia di una giovane coppia che lascia la campagna alla volta della città. Un cambiamento che assomiglia a una condanna, perché i due ben presto perdono la loro bellezza e la loro purezza per diventare grigi e cupi come l’ambiente cittadino che li circonda. Niente più canti delle allodole e cieli azzurri, ma rumore delle macchine, che intonano la marcia funebre, e fabbriche che con le loro mefitiche esalazioni spargono odore di morte. «Il cemento ti chiude anche il naso» canta Celentano, anche se la propaganda cerca di evidenziare le comodità della città moderna, una città in cui l’unico albero che può nascere è appunto un grattacielo di trenta piani.

È una denuncia forte quella contenuta nella canzone, segnata da un ecologismo ante litteram che ha sempre contraddistinto la produzione di Celentano. Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, la coscienza ecologica che si è poi andata a sviluppare nei decenni successivi non era infatti cosi viva, anzi non esisteva proprio. Basti pensare che una delle réclame più in voga tra adulti e bambini rapiti da Carosello vantava le mirabili doti di un prodotto plastico leggero, resistente e, soprattutto, indistruttibile. Roba che oggi farebbe raddrizzare i capelli a un calvo visto che, ancor prima di cominciare, qualsiasi trasmissione televisiva si affretta a comunicare l’adozione, peraltro giustissima, di una politica plastic-free.

La denuncia di Celentano precorreva quindi i tempi e c’è da dire che all’epoca la speculazione edilizia ha davvero causato danni insanabili in molte aree delle città italiane, danni che ancora sono sotto gli occhi di tutti. Anche la progettazione delle città (quando c’era) era totalmente subordinata al profitto e di spazi verdi, di vivibilità nemmeno si parlava. Ora che, soprattutto a Milano, si vedono finalmente costruzioni immerse o addirittura concepite nel verde il miraggio di una città sostenibile non è più così irraggiungibile. E forse anche il ragazzo della via Gluck potrebbe tollerare di vivere nella metropoli. Senza rimpiangere troppo i bei tempi andati in cui poteva correre a piedi nudi nei prati.

di Giuseppe Fiorentino